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PARANOIE


1) Inserire nel mio profilone una paranoia melensa e non riuscire più a eliminarla, così che tutti i tuoi amici ti prendano per il culo...
2) viaggi in auto con tua madre...per una volta rispetti i limiti...e lei urla di andare piano
3) Sentirsi completamente inutili, sentire che tutto quello che fai è inutile e ti porterà solo al nulla...e non avere nemmeno qualcuno a cui dirlo.
4) ammettere che non hai capito nulla...
5) E se alla mia morte venissi svegliato da qualcuno? Tutta questo sarebbestato solo un sogno....
6) ..paura di restare uguale a ieri
7) Pentirti per essere stato zitto tutte quelle volte che invece avresti dovuto parlare.

MERAVIGLIE


1) svegliarsi accanto alla persona che si ama
2) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
3) Le castagne appena cotte.. un caminetto, una bella boccia di vino rosso e una persona speciale accanto..
4) Essere felicemente sospreso da una persona che mai pensavi capace di un simile gesto.
5) Sentire le note che scorrono dentro di te come se attraversassero le tue vene ed iniziare a tremare dalla gioia provocata da una canzone





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Tuesday, September 16, 2003 - ore 23:56


ET 331547 C
(categoria: " Vita Quotidiana ")


[aprile 2001]


Uffa che caldo che fa qui dentro. Non si riesce nemmeno a respirare. Ragazze, secondo voi quand’è che apre? Oh, che sbadata, non mi sono ancora presentata. Il mio numero di matricola è ET 331547 C, Etcì per gli amici. Sono una banconota da mille lire e in questo momento mi trovo nel registratore di cassa di una tabaccheria del centro.
E’ più di dodici ore che sono chiusa al buio e non vedo l’ora di ricominciare a lavorare. Aspettate un momento, sento il carrello che si apre… sì, è la padrona, si respira, finalmente. Eccola là, truccata come ieri mattina con quel sorriso malinconico sulle labbra e quella badilata di rossetto che la ricopre fino a farla sembrare un clown. Vi sembrerà incredibile, ma la vita che facciamo ci porta a viaggiare molto ed è raro che si rivedano le stesse persone per due mattine di seguito; questa volta, poi, il caso ha davvero dell’eccezionale, infatti non sono rimasta qui ferma a grattarmi, no! Ho girato mezza città e ne ho viste di tutti i colori prima di ritrovarmi qui. Chiudete la bocca e state ad ascoltare, ne vale la pena.
Ieri mattina mi trovavo nello scomparto delle mille lire, ma non verso il fondo, come oggi; ieri ho cominciato la giornata proprio sotto il mollettone fermasoldi. Ad un certo punto sento aprire la porta ed un olezzo insopportabile invade il negozio. Penso: “Sarà una donna sopra gli -anta che pensa ancora agli -enta”. “Un pacchetto di Diana e una busta di tabacco da pipa Erik Adult nero”, “E’ fortunata , tengo l’Erik nero perché è il tabacco preferito di mio marito, è molto difficile da trovare”, “Ma guarda, che combinazione…quant’è?”, “Diciottomila”. Saluto due colleghi da diecimila e dico addio alle amiche mentre io e la squinzia che mi stava vicino veniamo prelevate. Come prevedevo la signora spende molto per vestirsi e forse si è anche ritoccata qua e là. Ci afferra e ci ficca tutte piegate nella tasca degli spiccioli. Odiosissime monetine, non le posso soffrire. Sempre in giro a velocità impensabili per alcuni giorni e poi stanno a marcire per mesi in qualche macchina distributrice o in qualche salvadanaio: tutte nevrotiche. Dopo un po’ di sballottamenti la fatalona mi fa uscire e mi appoggia su un libro assieme a due bei ragazzotti da dieci. Chissà cosa si è comprata. La commessa mi solleva e io riesco a leggere: “John Paralass - Il Filosofo che è in noi – guida pratica all’uso della sapienza nella vita di tutti i giorni”. Mentre il mollettone mi scatta addosso penso se comprerei mai un libro così; non so rispondermi e mi metto subito a far conoscenza con le nuove colleghe.
La commessa apre per due volte a vuoto: “Paga Bancomat?…”. Non ho ancora capito chi sia questo Bancomat che paga, alcuni mi hanno spiegato che è una strana cosa che i biglietti di banca chiamano telelavoro, mah, valli a capire 'sti giovani d’oggi. La terza volta mi preleva stiracchiandomi e mi consegna ad un signore basso e pelato in doppiopetto. La mia curiosità non si smentisce mai e riesco per un soffio a vedere il titolo del libro per cui ho lavorato: “Remi Flancomçes – Racconti Futili”, sarà sicuramente uno di quei francesi fighetti che a parole ci disprezza tanto e poi gira solo coi nonni da centomila. Mi ripone con cura nel portafogli e comincio subito a lavorarmi un bel cinquantone che mi sorride solo soletto nello scomparto.
Arrivati a casa cominciamo a sentire delle voci, delle grida per l’esattezza. Chiedo al mio compagno di tacere per un momento, voglio ascoltare. “Ma cosa ci facevi nel mio quartiere alle dieci di mattina eh? Non vorrai mica che la gente ci veda e vada a dirlo a mia moglie”, “Se proprio vuoi saperlo ci sono stata da quella lì e ho anche comprato il tuo tabacco preferito”. E’quella di prima, guarda che coincidenza! “Ma tu mi vuoi rovinare, lo fumiamo sì e no in dieci in tutta Roma”, “E’ora che lo sappia quella sgualdrina che non la ami più, che per te non significa niente e che la lascerai per vivere con me”, “Ma allora io sono l’uomo più imbecille del mondo! In dieci anni ti ho intestato case a Capri, appartamenti a Roma, ho dato più soldi a te di quanti ne ho investiti in borsa, che cazzo vuoi ancora?”. Un altro concetto che non mi è chiaro è questa Borsa. Una volta un saggio da cinquecentomila aveva provato a spiegarmelo. Diceva che in quel luogo perdiamo la nostra natura corporea per diventare puro spirito e possiamo moltiplicarci anche solo vivendo nello stesso posto. Non capisco. Per fortuna questo non accade in condizioni normali, altrimenti il portafogli del piccoletto starebbe per scoppiare, non so se mi spiego. “Cicci dai, ti prego, non volevo farti piangere. Non è da donnette il libro che hai comprato, è molto bello invece”, “Lo dici solo per consolarmi, in realtà pensi che io sia una stupida ignorante da portare solo a letto”, “Non dire stupidaggini, dai, ti prometto che domenica pago quel coglione di mio figlio per andare alla partita e pararmi il culo dicendo che lo accompagno”, “Davvero?”, “Sì, promesso. Ora devo andare. Giselda mi ha detto di prendere il pane per il pranzo.”
Finalmente si esce. Dopo pochissimo ci ritroviamo a osservare il soffitto del panificio. “Quant’è?”, “Millessei…non ha seicento lire?”, “Nnno”. Ho voglia di cambiare aria e spero trovi quelle maledette monete. “Ah, sì, guardi…”. Saluto il mio amato, ‘ è stato bello finché è durato’, e me ne vado a riposare nel registratore del panificio, che sta per chiudere e non mi può mandar via.
Sento aprire il carrello dopo poco. E’un ragazzo con gli occhiali da sole e i capelli impomatati da far schifo. Afferra quasi tutte noi mille lire e un bel mazzetto dei ragazzi da dieci, non degna di uno sguardo i signori e i nonni. Ci nasconde tutti stipati nella tasca interna del suo giubbotto in pelle e ci porta in giro per un’ora. Sentiamo suonare un campanello e delle voci confuse. Si toglie il giubbotto e ci butta chissà dove. Per cinque minuti sentiamo strani gemiti, urla e rumori. Una porta si apre e una voce tuona: “Via dalle palle, aria, il tuo turno è finito”. Ci afferra tutti e sceglie solo i biglietti da dieci. Dopo averci divisi mi prende, sola soletta, e mi lancia in aria. Nel mio volo vedo un tipo pelato tutto butterato coi ragazzi in mano, una negra vestita da un reggiseno che sta rannicchiata sul divano a testa bassa e il ragazzo coi capelli all’amatriciana tutto nudo, con ancora gli occhiali addosso. Mi sento afferrare e arrotolare. E’ la negra, che mi ficca al calduccio, appena sotto al medaglione che porta al collo. Riesco a vedere solo in alto. La storia si ripete per una decina di volte: campanello, dieci minuti, urla gemiti rumori sballottamento, faccia glaciale assente, pelato butterato, viadallepalleariailtuoturnoèfinito, colleghi, testa bassa. A un certo punto la negra si alza, entra in bagno, sciacquone, bidè. Si veste e fa per uscire. “Torna fra un ora, altrimenti…”. Finalmente respiro un po’ d’aria pura. Passeggia per qualche minuto ed entra in un edificio dal soffitto altissimo. Ci sono stata qualche volta, è una chiesa. Mi afferra e mi srotola. La vedo con una candela in mano che fa per gettarmi dentro una grata. Ferma, che fai, ti rimango solo io e mi usi così? Non riesce a sentirmi e cado sopra altre colleghe. Dalla grata riesco ancora a spiarla, incuriosita. Ha acceso la candela e la appoggia. Racchiude il medaglione che tiene al collo tra le mani giunte e comincia a pronunciare delle cose incomprensibili. Appena ha finito apre il medaglione e lo fissa. Scoppia in lacrime. Quando si è calmata si asciuga e volge lo sguardo ad una statua vicina che rappresenta una donna con un neonato in braccio. Accarezza quel neonato di plastica come se fosse vivo e si commuove di nuovo. Sento dei passi e anche lei li sente. Si ricompone e si allontana. Chiedo alle mie colleghe se ci hanno capito qualcosa, ma le trovo tutte rincoglionite. Il parroco evidentemente non passa da molto tempo… ma eccolo che arriva! Apre la grata con una grossa chiave e ci afferra a manciate. Ci stira con le mani; fa mucchietti di noi piccolette e lascia dentro in bella vista i biglietti da cinquanta e da cento. Oh no, usa gli elastici per farci a mazzetti! Da quel momento non vedo e non sento più nulla, sono stipata proprio nel mezzo. Com’è, come non è, dopo circa due ore sento togliere gli elastici e tiriamo tutte un sospiro di sollievo. Delle mani ci stanno contando. Arriva il mio turno e chi ti vedo? Il pelato butterato che fa fatica anche a contarci. Se ne avessi le forze riderei, ma sono stanchissima. Ci ritroviamo di lì a un minuto nella stessa situazione di prima, ma questa volta mi trovo vicina agli estremi del mazzo. Dopo dieci minuti sento rumore di gente. Ci troviamo in un bar. “Cambiami questi con un pezzo”, “Vergognatevi. Fate più soldi voi in un giorno che io in una settimana.” “Fallo anche tu, se ti riesce. Dai, su, dammi il centone.” Veniamo cedute tutte per un nonnetto spaurito. Il barista ci slega. Dopo un’oretta faccio il resto di un caffè per un signore molto distinto. Parla con un’ottima dizione e la sua voce è suadente e sensuale. Il suo portafogli è molto comodo e per niente puzzolente.
Entra in una tabaccheria, saranno circa le sette di sera. Mi afferra tra le dita e lo sento dire: “Un pacchetto di caramelle senza zucchero, per cortesia”, “Quali vuole?”, “Dai, Giselda, non fare così. Non ce la faccio più. Ti amo e ti voglio, e questo lo sai. Lascia tutto e vieni a vivere con me, lo vogliamo tutti e due e da troppo tempo.” Era la tabaccaia della mattina, ero così stanca da non stupirmene più. “Cesare, per me il matrimonio è sacro, e poi mio marito in fondo non mi ha mai tradito, inoltre ha un ottimo rapporto con nostro figlio Luigino.”, “Se è questo che vuoi, ricordati che non tornerò più indietro. Soffro troppo a vederti sfiorire passando i tuoi anni migliori con quello lì”, “Cesare, basta, basta, vattene…” Entra in quel mentre un cliente, volto noto alla tabaccaia, Cesare paga con me senza destare sospetti e se ne va. Dopo aver servito l’ultimo cliente la tabaccaia decide di chiudere. Ci conta tutte e ci guarda una ad una assorta nei suoi pensieri. Alla parete è appesa, resa importante da una bella cornice, una banconota fuori corso; ci dice che ogni sera c’è sempre una sceneggiata simile, ed ogni sera si lasciano per sempre, da circa dieci anni. Siamo tutte stanche, non vediamo l’ora di riposare. Sfortuna vuole che io sia l’ultima sotto al mucchio e dovrò starmene tutta pressata.
Ed eccoci qua a stamattina. Mentre vi raccontavo questa storia sono entrati molti clienti. Fra poco toccherà a me ed è ora di salutarci. Volevo solo ricordarvi una cosa. Molti uomini dicono che chi lavora col denaro diventa un cinico irrecuperabile. Nel nostro ambiente si dice che accada il contrario. Pensateci!
“Ciao, Claudio”, “Ciao cara, mi dai un pacco del mio Erik?”, “Io te lo do, ma tu promettimi che non te lo fumi tutto subito, sai che ti fa male”, “Hai ragione, ho corso troppi rischi fino ad oggi; sai che ti dico? smetto di fumare!”, “Caro, dopo tanti anni che te lo chiedo, faresti questo per me?”, “Cosa non farei per te, cara!”.



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