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2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Wednesday, September 17, 2003 - ore 11:46


Il male dei fiori notturni
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il giorno successivo mi alzai di buon'ora. Era mezzogiorno e quaranta, una buona ora per alzarsi. L'ora dell'aperitivo e poi del pranzo. Mangerò il suo minestrone, aspetterò la primavera e i suoi confetti di virtù... la radio passava una canzone di Capossela e la mattina era già passata.
Ho sempre cercato di evitare di alzarmi presto, quando il mondo è in
ordine. Per questo esco tutte le sere e faccio tardi, oppure presto, che è tardi
da un altro punto di vista. Ho sempre cercato di evitare l'inizio della giornata: a quell'ora la città non è ancora sveglia, mentre a mezzogiorno
è sveglia, è attiva. At midday, come avrebbe scritto Proust se avesse saputo l'inglese, il mondo ha già scelto il suo destino e io, qualsiasi cosa
accada (h-da), non mi sento responsabile, non avendo partecipato alla creazione del primo giorno. Non faccio nè la parte di Dio nè il mestiere di autista di bus. La mia, al massimo, è una responsabilità individuale, personale: una responsabilità soggettiva. Rispondo solo di me. E solo al telefono.
<< Pronto >>
<< Pronto. Ciao, sono Tommaso. >>
<< Non ci credo, se non ti vedo... >>
<< Sempre a scherzare tu, sempre col senso della frase e le tue strane frasi senza senso. Dai, ho notizie da darti da parte di Gesù. Ci vediamo per pranzo? >>
<< D'accordo. Dove si fa? Dimmi te... >>
<< ...Sebastiano...? >>
<< Cos'è? Un ottativo? >> risposi ironico.
<< Eh? >> replicò perplesso. Dovevo arrendermi all'evidenza, dovevo evidenziare la mia sconfitta e perciò deporre le armi, arrendermi. Tommaso non possedeva il senso della frase: del resto ognuno ha un difetto e manca di qualcosa. Io, ad esempio, non avevo il senso della misura e mi mancavano l'assenzio e due larghi occhi chiari (con splendidi riflessi di grigio).
Mi mancavano, poi, circa quanttro diottrie per occhio: ero miope.
<< Niente, lascia stare. Se-bastiano è quello in via Amedeo Modigliani? >>
<< Sì, allora facciamo lì tra mezz'ora, va bene? >>
<< Va bene. Io sono già lì! >>

Io sono già lì... già. Più o meno.
Arrivai puntuale, almeno dal mio punto di vista. Il tempo, lo diceva Einstein, è relativo; è come una congiunzione che unisce una principale a una subordinata, lo diceva de Saussure. Almeno credo. Comunque ero in ritardo di un quarto d'ora, secondo il calendario gregoriano, ma Tommaso evitò di cantarmele. Forse perchè era stonato o forse perchè era un sant'uomo, capace di sopportare i difetti degli altri. Ci accomodammo a un tavolo e mentre sfogliavo il menù à la carte notai in
un tavolo alla nostra destra due uomini à la page, almeno nell'ambiente letterario. Io, che non coltivavo ambizioni artistiche, ma alloro, essendo un poeta laureato, li riconobbi: erano Fortini e Loi.
Parlottavano e sfottevano Montale e la Merini, una poetessa mezza matta che mi ero limonato a un Premio Strega qualche anno prima. Avrei preferito, però, Patrizia Valduga: è più figa.
Devo confessarvi che, da quando, bambino, avevo scoperto che i tre moschettieri erano quattro e che il protagonista non figurava neppure nel titolo, non mi stupivo più di nulla. O quasi.
In quell'occasione, invece, mi stupii. Era l'eccezione che confermava la regola oppure la regola dell'eccezione a imporsi come conferma dell'assurdo del mondo? Non lo so, vi dirò. Ohibò. ( Cocò, Godot. ) ( Gaudì, Modì. ) (Morta qui. )
Quel che è certo è che mi stupì vederli lì, assieme, ma il mio non ero lo stupore commosso, lo stupore di chi si sente simile tra i simili, no, era
lo stupore di vedere lì Fortini. Doveva essere in una tomba al cimitero di Milano: era morto da nove anni. Almeno così credevo. Forse mi sbagliavo, forse era solo un sosia, un doppio; o forse era il vero Fortini, Franco Fortini risorto e desemantizzato. Mi proposi di andare, dopo, a controllare.

<< Allora, dimmi, che novità mi porti? E' una buona novella, almeno? >> sorseggiai a Tommaso, bevendo del vino rosso. Era un vino maschio, corposo
e solido, nonostante il vino sia un liquido.
<< Mah... ti dirò che Gesù ti segue sempre. Con affetto e simpatia. Ed è anche un po' preoccupato, ma anche diverito, dalla tue avventure epiche... >>
<< Più che epiche >> lo interruppi piccato << le definirei picaresche. >> << Sì, insomma, delle tue avventure, della tua vita: diciamo che la tua
vita è un romanzo... >> Non intervenni, ormai mi ero arreso, ma non potei fare
a meno di notare come Tommaso non avesse fantasia; parlava per frasi fatte, talmente fatte che non mi capacitavo di come potessero uscirgli dalle labbra, senza sciogliersi e sfarinarsi nella faringe. Era un venditore di campionari linguistici usati fino allo sfinimento, ne abusava quasi fosse il campione del luogo comune, senza neppure un Flaubert a cucirgli intorno un dizionario. Ma non davo gran peso a questa cosa, in fondo era pur sempre un amico, per dirla come l'avrebbe detta lui.
<< ...comunque... >> continuò Tommaso << ho anche un messaggio da parte
di Michele. Dice di ricordarti dell'altra sera e di... di... >>
<< Sì, della mia sconfitta: mia e delle mie bugie. E della promessa... >>
<< Tifiamo tutti per te, siamo tutti con te nella tua ricerca dell'assenzio. >>
<< E di quei due larghi occhi chiari. >> aggiunsi con tono gioiosamente malinconico. In fondo, adoro la malinconia: da l'impressione che io sia profondo, dura più dell'allegria e, in aggiunta, quando non ne puoi più,
puoi sempre suicidarti.
<< Ma raccontami un po' di questi due occhi chiari. Come sono? E lei com'è? E' bella? >> chiese Tommaso tutto incuriosito. Era il suo vizio, la curiosità, un vizio portato all'estremo, estremizzato come ogni cosa in un uomo metà santo e metà bambino: era il vizio dell'agnello, che, a differenza del lupo, non perde nè il pelo nè il vizio. Rischia solo di perdere la pelle: se incontra un lupo o se è la settimana di Pasqua.
<< Bello non è un aggettivo bello. >> iniziai spegnendo la sigaretta sotto al tavolo. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1918, qualcuno all'apertura del ristorante se li era fregati tutti. << Bello è un
aggettivo troppo usato, stanco degli abusi che subisce, è vecchio e decrepito. E una cosa bella non può essere decrepita. Bello banalizza. E' un po' come solare, si spreca ad ogni raggio. >> Ci pensai su. << Più che altro la definirei intensa. Ecco. La sua è una bellezza intensa e, insieme, segreta. Non è la bellezza vistosa da calendario, ricorda molto di più la bellezza simbolica dei Preraffaeliti. Ma soffermandoti a guardarla ti dimentichi di tutto: sia dei Preraffaelliti che del simbolismo. Rimane solo lei, nella nuda luce azzurra dei suoi occhi chiari. >>
<< Però... vorrei proprio incontrarla questa qui... >>
<< Un giorno te la farò conoscere, se mai la ritroverò. L'azzurro fugge e non sai mai dove cercarlo: si confonde col cielo, col mare. Tu lo cerchi ovunque, lui gioca con te e finisce che sfuma in colori più intensi e diventa blu. E tu rimani lì; col blues. Note di B. B. King e notti di sbronze per dimenticare disaccordi di cuore con accordi di chitarra e malinconia. In genere non funziona, però tentare non fa male. Tu
piuttosto, a donne come sei? >>
<< Ti dirò... è proprio riguardo alle donne che ti volevo chiedere un consiglio. E' anche per questo che ti ho invitato a pranzo. >>
<< Spara, old Tom! Tu e chi? Due cuori e una capanna? O il deserto dei Tartari? >>
>
> (fine del capitolo)


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