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domenica 6 marzo 2005 - ore 16:33
La Sgrena, l'Iraq e tutto il resto.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Che Giuliana Sgrena, come gli sfortunati Quattrocchi e Baldoni, insiema agli altri ostaggi italiani, donne e uomini, presi con la forza dai guerriglieri iracheni nell’ultimo anno, non siano stati rapiti in quanto il loro paese era coinvolto nelle operazioni militari del contingente internazionale in quel paese, pare ormai cosa assodata. Non si spiegherebbe, altrimenti, il rapimento di cittadini francesi, il cui paese non ha mai partecipato all’azione militare in Iraq e anzi, legittimamente, vi si è opposto con forza. D’altronde, la stessa Luciana Sgrena l’ha confermato, raccontando che i suoi rapitori le avevano detto: “Francesi, italiani, americani, per noi non fa nessuna differenza… siete tutti nemici”. Semmai, a questo punto, (sei ostaggi italiani liberati e tre francesi ancora imprigionati dopo moltissimo tempo dal loro rapimento) può venire il lecito dubbio del contrario: gli ostaggi italiani sono stati liberati perché i rapitori sapevano che c’erano molti loro connazionali sul terreno che, a differenza dei francesi, potevano metter loro il sale sulla coda. Certo, il caso Bigley ne sarebbe una efficace controprova, ma l’ipotesi (visti i casi pro e quelli contro) rimane.
Al di là di queste congetture, quello che non ha senso è utilizzare politicamente questa vicenda a favore di una ipotesi di ritiro delle truppe in Iraq; questo in quanto è si è già dimostrato che non esiste un nesso tra rapimenti e nazionalità dei sequestrati. Chi dunque sostiene che, a maggior ragione a causa dei rapimenti, bisognerebbe ritirarsi dall’Iraq, non solo è in contraddizione, ma esprime un giudizio fazioso, non attento alle circostanze. Inoltre, chi ancora pensa che i guerriglieri stiano solo esercitando un loro diritto di difendere la propria “patria” dovrebbe quanto meno riflettere su tutto questo.
Venendo alla questione più scottante, la sparatoria che ha provocato la morte di Nicola Calipari, i dubbi riguardo alle molteplici “fantasiose interpretazioni” sono molti.
Anzitutto, pone molti dubbi la giustificazione americana alla sparatoria in cui calipari ha peros la vita. Se l’amministrazione Bush intende sostenere il fatto che erano stati sì avvisati, ma troppo tardi, non si capisce quanto tardi avrebbero dovuto essere avvisati per non poter avvisare, con la tecnologia di comunicazioni di cui dispongono, le poche truppe dislocate nella zona dell’operazione di rilascio. Si potrebbero comprendere dei buchi informativi se avessero dovuto mandare un messaggio all’intero contingente Usa in Iraq, ma qui si doveva semplicemente mettere sull’avviso i militari nei paraggi. Direi che la pista della “mancata comunicazione” non può reggere. Semmai è assi più probabile pensare ad un errore umano dei militari statunitensi, di cui non voglio assolutamente giustificare le azioni, ma che bisogna inquadrare nel contesto ostile in cui si trovavano.
Tuttavia, l’interpretazione che non si tratti di un incidente è quantomeno fantasiosa. Qualcuno ha sostenuto che la Sgrena sapeva qualcosa che gli americani non avrebbero voluto che in giro si sapesse. Se fosse vero, data la posizione politica della Sgrena e il suo coraggio (non dimentichiamoci che ci vuole fegato per andare a fare i reporter a Baghdad), dubito che, se avesse avuto in mano delle informazioni scottanti contro il governo americano, avrebbe esitato a renderle pubbliche. Inoltre, un’ipotesi di un omicidio doloso non regge con i fatti; in quanto è stato dimostrato dalla scientifica che Calidari è stato ucciso da una sola pallottola, e che in totale il numero di colpi sparati sono stati tre o quattro. Se avesse voluto uccidere la Sgrena, non avrebbero sparato frontalmente (dato che lei si trovava sul sedile posteriore), ma soprattutto non avrebbero sparato con la macchina in corsa ma avrebbero aspettato che questa si fermasse al posto di blocco. Tutto questo senza dimenticare che manca un vero movente ad un ipotetico omicidio doloso.
Ma il punto che mi interessa di più sottolineare, è questa insopportabile ondata di ingiustificato odio antiamericano, che porta molta gente a condannare un popolo intero per le azioni di alcuni, che non trova alcuna giustificazione a parer mio; neanche di fronte alle molte colpe dell’amministrazione Bush.
Questa poi, di etichettare tutti gli americani come un popolo di assassini per questo spiacevole incidente è quanto meno detestabile. E’ come se una persona entrasse in casa di un altro, inciampasse in un pattino del figlio del padrone di casa, e incolpasse quest’ultimo di essere responsabile di aver messo lì il pattino deliberatamente per farlo cadere. Certo, si può dire al genitore che poteva stare più attento a suo figlio (e così nessuno si sogna di non biasimare il governo americano per quello che è successo) ma incolpare il padre (se non tutta la famiglia) di essere un assassino è quanto meno irresponsabile.
Noto con dispiacere che, anche questa volta, è mancata ad entrambi l’intelligenza di un riavvicinamento tra le parti. Da una parte si è persa l’occasione di valorizzare e stimare un uomo del Sismi, e comprendere che chi esercita un potere istituzionale o di controllo non è sempre una persona da biasimare, ma anzi che tra questi c’è chi si può apprezzare e sostenere. E si è così caduti di nuovo nell’odio insensato verso ogni tipo di istituzione, e nella velenosa volontà di gridare sempre allo scandalo e di pretendere giustizia sommaria. Dall’altra, si è perduta l’occasione di ragionare sull’azione Usa in Iraq, che a questo punto pare poco stabile e affidabile. E si è così scaduti nella sufficienza, senza pretendere che, su una faccenda così grave, si debba agire in maniera forte e determinata, a prescindere dalla buona relazione Usa-Italia, che comunque deve mantenersi tale.
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