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Vitto, 5 anni
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Sono alla ricerca di me stesso.

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ORA VORREI TANTO...



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Sunday, September 21, 2003 - ore 03:01


costa to coast
(categoria: " Viaggi ")


Trascrivo qui la descrizione di un interessante viaggetto da Boston a San Francisco e ritorno nella speranza che la mia esperienza possa essere utile a chi volesse provare in futuro simili viaggi.

Si parte da Augusta, Maine, alle sette di mattina, in direzione Portland, bella città sul mare che però non vedrò dato che nel mio tragitto non son previste soste di più di tre ore, e dato che le stazioni degli autobus, ovunque tranne che a New York, stanno nella periferia più laida.
Davanti a me la prospettiva di passare tre notti in autobus, a dormire su sedili reclinabili solo di 20 gradi e sempre col posto vicino al mio occupato, senza la possibilità di stendere le gambe, con evidenti limiti nell'uso del Wc, un cubo di alluminio con un buco tondo sopra decorato con schizzi di urina penso già da Andy Warhol...
Alle otto e mezza di sera, con un'ora di ritardo, arrivo a New York, e qui siam tutti costtretti a scaricare i nostri bagagli e a sottoporci a severa perquisizione da parte di poliziotta nera obesa dotata di Rottweiler (si era nel periodo delle olimpiadi di Salt lake City).
Lasciando la stazione degli autobus di Port Authority, passiamo vicino ai due fasci di luce che sostituiscono le due torri nello skyline della città...
Al mio fianco un muratore di Cleveland di origini irlandesi che mi parla di sua sorella newyorchese che lo ha cacciato di casa....e prendo sonno in un attimo, sfinita da 14 ore di viaggio in autobus e trasbordi vari.
Alle tre di notte l'autista ci sveglia gentilmente con un urlo gutturale col quale ci dice (almeno io capisco che ci dice...magari lui stava solo facendouna reclame di un sapone intimo) che siam arrivati in Pennsylvania, e che gli addetti alle pulizie devon pulire il mezzo, quindi dobbiamo tutti scendere in questo posto che altro non è che una piazzola di sosta per camionisti nel mezzo del nulla dotata però i una tavola calda.
Reagisco male di fronte allo spettacolo degli americani che, nonostante l'ora, per il solo fatto di essere in un luogo addetto alla vendita di cibo iniiano a mangiare di tutto, dalle merendine glassatissime alle stecche di carne salata che colano grasso a chilate.
L a notte è un'agonia, col muratore di Cleveland che ha bevuto e parla nel sonno: inoltre emana un odore fetido di birra marcia.
La mattina alle otto sveglia in un'altr stzione di camionisti.
Mi rendo conto che, da quando siam usciti da New York, non abbiamo mai abbandonato la sua "zona industriale"...e ora mi trovo di fronte, nell'area di sosta, un cartello che mi indica "Chicago, 135 miles"...135 miglia di periferia urbana di Detroit prima e di Chicago poi degradata e invasa da impianti industriali dismessi sin dagli anni ottanta.
Passo la giornata a chiaccherare con un giovane studente di chimica di Toledo, (Ohio, non Spagna) e faccio la conoscenza di Einrich, un ragazzo dal padre indiano e dalla madre tedesca trasferitosi a Detroit per diventare dj techno e ingegnere tecnico del suono...che ogni due ore si alza e va in bagno a farsi una canna. Sta andando a San Francisco per trovare una sua ex ragazza che ora vive laggiù, e mi offre di farmi da guida alla città...rifiuto, gentilmente, preferisco la solitudine che mi accompagna sin dall'inizio del viaggio...si conoscono molte più persone così...
Arriviamo a Chicago e scattano tre perquisizioni in tre ore, con rottura di palle notevole (ti devi pure togliere il maglione e restare in maglietta...sai mai che nascondi un Kalashnikov sotto al Cashmire...)
Nei ritagli di tempo leggo Sciascia, che mi ricorda da dove vengo, e guardo la tv, coi programmi da cui han copiato Maria De filippi e tutta la sua stirpe, che mi ricordan dove sono.
Partiti da Chicago inizia il primo pezzo del grande nulla.
Iniziano le praterie, punteggiate solo di ranch isolati e da stazioni del treno dotate di silos per il grano...guardo a destra e sinistra e non vedo altro che prati brulli o terreni appena imbiancati. Vicino a me e ad Einrich ora ci sono Scott, dall'Ohio, che ogni anno mette via ventimila dollari solo per spassarsela una settimana a Las Vegas tra slot machines e prostitute, e Carol, che si sta trasferendo con suo padre in California, dove lui, pilota militare, è stato assegnato col suo stormo. Va molto fiera del suo babbo, e racconta che è appena tornato dall'Afghanistan, dove ha portato democrazia...
I nomi dei posti che attraversiamo sembran falsi, sembran inventati giusto per i film: Walcott Junction, Newton, Des Moines, Omaha (la sanguinosa Omaha della spiaggia in Normandia), Lincoln, Lexington, North Platte....non son nomi solo di città o paesi, ma anche solo di posti, di incroci di strade, di ritrovi per camionisti...
Qua e là spunta qualche improbabile toponimo indiano: Ogallala, Cheyenne, capitale dello Wyoming, Winnemucca, Elko...
Le praterie diventano distese brulle e rocciose, in cui anche solo vedere una mucca diventa un argomento di discussione. Al nostro allegro club di giovincelli che affolla il culo dell'autous si è aggiunta Mireja, che sta andando a Salt Lake City a trovare suo fratello in prigione. Lo hanno beccato, dice, cn un po' d'erba di troppo...tipo cinque o sei chili...
e attacca ad inveire contro lo stato ficcanaso...e mi rendo conto che a nessuno dei giovani americani che ho conosciuto piace il governo americano...ma solo perchè non lascia che sballino in santa pace...e la cosa un poco mi turba. E turba anche Einrich, che ha vissuto fino ai diciotto anni in Tedeschia, e percepisce le differenze come me...
Dall'inverno piovoso delle praterie ci troviamo di colpo nel bel mezzo delle tempeste di neve dello Utah, che sta su di un altipiano alla base di alcune tra le più belle montagne d'america.
Passiamo Salt Lake City, incasinata per via delle Olimpiadi ed enorme a vedersi, quasi più di New York.
NY non la vedi tutta prima di entrarci....d'un tratto ti ci trovi avvolto, immerso, non ti accorgi dello stacco tra città e mondo esterno.
A Salt Lake ci arrivi dalle colline, e la vedi tutta, nella sua piana in fondo a questa valle larghissima. Ti stordisce col suo ordine rigorosissimo ed esasperante...cogli la forma urbis a prima vista...vedi la città intera da parte a parte, con le superstrade che la tagliano a fette, l'aereoporto che ti sembra ad un palmo dal tuo naso, e che invece è lontano quindici chilometri....e ti rendi conto di quanto sia tersa l'aria....siam tutti un po' inebetiti di fronte a questa visione, e neanche ci lamentiamo troppo per le perquisizioni di rito.
Il pullman è pieno di cinesi saliti a New York, che non parlano inglese, e se ne stanno per i fatti loro.
Mi impietosisce la scena di una ragazza cinese che, scesa in un motel per fare colazione come ho fatto io, non riesce ad ordinare nulla perchè non riesce a spiegarsi, e viene trattata come una reietta dal titolare del locale (mosca bianca in un popolo abituato e attrezzato per superare qualsiasi problema di comunicazione o quasi).
Lasciamo lo Utah, lo stato dei religiosissimi mormoni, per gettarci nello stato che ha fatto della lascivia la sua fortuna...il Nevada, l'unico stato americano dove sono legali gioco d'azzardo e prostituzione.
Manco a dirlo, al confine tra i due stati siamo accolti da tre dico tre casinò nel bel mezzo del deserto roccioso...una cosa così surreale che bisogna vederla per capire.
In Nevada ci sta la città dei matrimoni, Las Vegas, e quella dei divorzi, Reno...e io penso al business che sta dietro a tutto questo mare di stronzate pubblicitarie.
Dal Nevada saliamo, lasciata Reno, verso le montagne rocciose, attraversando valli popolate da gente che vive in baraccopoli raccolte intorno a grandi fabbriche, isolate nel nulla e legate tra loro dalla striscia d'asfalto che sto percorrendo da due notti e tre giorni ormai...la mia schiena ha imparato a bestemmiare in aramaico.

Le Rocky Mountains sono uno spettacolo che vale le tre vertebre danneggiate dai pernottamenti in autobus.
Il verde, i pini, i colori delle rocce...non sono le dolomiti, questo è certo, ma hanno un fascino che è altro rispetto a quello a cui siamo abituati.

Poi, come uno schiaffo, la California ti accoglie in primavera.
La notte prima rabbrividivi nella neve e ora viaggi tra frutteti in fiore...e pensi che se c'è un paradso terrestre al mondo tu ci sei dentro....colline verdi ti fan pensare di essere in Nuova Zelanda o a Pienza, in Toscana.
Passiamo vicino al ranch di Lucas, il regista di Guerre stellari...e ci passiamo vicino per tre quarti d'ora, tanto è grande...
Einrich ha una radiolina con la quale ascolta i camionisti che si parlano sui cb...e parlano quasi solo di sesso fatto o sognato.
Non ci passa più, quando di colpo, dopo Sacramento, dopo distese intere coltivate a zucchine e peperoni, si apre di fronte a noi la Baia...e in America la baia è una sola...a domani...

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