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I fiori del male

Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

HO VISTO

la gente della mia età andare via, ma non lungo strade che non portano mai a niente, è che si è semplicemente persa...

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Berio e la risacca del lavandino

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L’unico e la sua proprietà


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Qua nel bunker della Cancelleria per me ed Eva Braun la vita trascorre come se nulla fosse...

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Sunday, September 21, 2003 - ore 11:15


Majakovskij strafatto, non capivano gli altri fino a leggermi matto
(categoria: " Vita Quotidiana ")


<< Secondo te, io piaccio alle ragazze? >> m'interpellò Tommaso, con lo
sguardo che doveva avere Edipo davanti alla Pizia.
<< Beh, non saprei. Io delle donne non c'ho mai capito granchè... >>
<< Ma come! Io so che tu, come dire, hai avuto molte avventure... >>
<< Già, è vero, ma non ci ho mai capito nulla, io, delle donne, nonostante
ne abbia avute tante. O forse proprio per questo, perchè ne ho avute
troppe... ma senti, c'è qualcuna in particolare che ti piace? >>
<< Beh sì... >> arrossì. Sembrava un'aragosta, rosso di vergogna e bollito
dalla sua cotta.
<< E chi sarebbe? >> gli strizzai l'occhio versandogli da bere. Un po' di
cameratismo maschile non gli avrebbe fatto di certo male.
<< Una che vive nel mio palazzo. Quando dobbiamo prendere l'ascensore
insieme, mi guarda e poi scappa su di corsa per le scale. >>
<< E tu? >>
<< E io, io la inseguo. Voglio sempre vedere se corre più veloce di me coi
tacchi. Io una volta ero molto veloce. In Palestina, ai giochi della
gioventù romani ho vinto una gara di velocità. >>
<< Coi tacchi? >> ironizzai.
<< No, no, senza. >>. Non aveva colto l'ironia.
<< Beh, nella corsa su per le scale >> mi destreggiai tra le parole e i
gradini << non conta tanto la velocità. Conta più che altro dove appoggi i
tacchi. >>
<< E' vero. Infatti io per sicurezza mi tolgo sempre le scarpe e anche i
calzini e corro scalzo. >>
<< E le scarpe, scusa, dopo, le lasci lì? >> m'introdussi tra le sue frasi,
più incuriosito che altro.
<< No. Scendo con l'ascensore e le riprendo. >>
<< Ah... >>
<< Secondo te, le piaccio? >> deviò.
<< Beh. Bisogna vedere... >> temporeggiai.
<< E' vero. Forse magari pensa che mi puzzino i piedi. >>
<< Beh. E' un'ipotesi da non scartare, ma io non mi preoccuperei poi troppo
della puzza ai piedi... Come dire, non sarebbe il caso di cambiare
approccio? >>
<< Dici? E tu cosa mi consiglieresti? >>
<< Parlale con i fiori. Compra un mazzo di quattrocento rose - rose nere,
però, quelle rosse sono banali - e fatti impacchettare dentro. Fai
recapitare il mazzo e quando sei in casa sua recitale da dentro al mazzo una
poesia d'amore. >>
<< Dici che funziona? >> chiese speranzoso.
<< Non saprei. >>. Si rabbuiò. << Ma c'è una speranza >>. Tornò a sorridere.
<< E' una roulette russa. O nero o rosso. >>
<< Cioè? >>
<< O ti strappa dai fiori e ti bacia o ti strappa dai fiori e ti butta fuori
dalla porta. >>
<< E i fiori? >>
<< Non so, ma penso che se li tenga. >>
<< In ogni caso? Però, la signorina... >>
<< Che vuoi farci. Ognuno ha i suoi difetti. >> Un attimo di silenzio. <<
Tommaso, una curiosità: ma la gara chi la vince? >>
<< Lei. Sempre lei. Ed entrando in casa mi fa pure le boccacce. >>
Chiesi il conto e mi alzai.

<< Vado al loro tavolo, un attimo >> dissi indicando Fortini e Loi, che
stavano ancora parlottando sottovoce sopra la carbonara (che fa schifo),
come due cospiratori di lettere, come due carbonari della poesia. Fortini
stava lanciando una filippica, assieme ad una forchetta, contro il
malcostume del popolo Italiano.
<< I valori, i valori. Dove sono i Valori oggi? >>
<< Evidentemente non valgono poi più così tanto... >> m'intromisi, ospite
non invitato. Non è che la battuta mi fosse venuta fuori poi bene, infatti
Fortini mi guardò torvo, nero come un corvo. Proseguì.
<< Sai dove stanno? Sono caduti, ecco dove sono, stanno nella merda, ecco
dove stanno! >> berciò all'indirizzo di Loi, senza mezzi termini o giri di
parole. Del resto, era sempre stato un uomo schietto. Franco.
<< Mi scusi se m'intrometto ancora, ma a me il suo discorso fa sorridere.
Detto francamente, mi pare una cazzata. >>
Loi mi guardò e sorrise: penso che anche lui ne avesse le palle piene.
Fortini, invece, non sorrise: aggrottò le ciglia, digrignò gli occhi:
avrebbe voluto fulminarmi con lo sguardo, se le sue pupille ne fossero state
ancora capaci, ma ormai non erano che due fondi di bottiglia, sporchi di un
vino diventato aceto. Mi fece quasi pena e fu in quel quasi che nascosi,
vigliaccamente, tutto il mio senso di colpa e continuai.
<< Lei parla di valori, di valori che sono caduti e ciò presuppone, di
conseguenza, che un tempo questi valori fossero in alto. E quando sarebbe
stato, questo tempo delle mele dorate? E in alto dove, poi? Per me i valori
sono sempre nello stesso posto: basso o alto che sia. Smettiamola con questa
storia del bel tempo andato, della caduta dei valori e del naufragio della
società nel consumismo. Sono storielle ad uso e consumo di chi le racconta.
E basta. >>. Rifiatai. Fortini taceva, Loi sorrise. A me Loi stava anche
simpatico, era Fortini che proprio non riuscivo a digerire: era un macigno
insormontabile, uno scoglio fermo e ieratico, mentre io sembravo più un
oceano alla deriva. Alla deriva da se stesso, che, per un oceano, è tutto
dire. Fortini era tutto quello che, forse, avrei potuto essere io, se non
avessi preso altre strade, se solo, anzichè farmi trasportare
dall'insostenibile leggerezza dell'essere, mi fossi fermato alla pesantezza
dell'esserci. Forse per questo lo detestavo, perchè in lui riconoscevo una
parte di me; e io non mi sono mai trovato molto simpatico.
Il cameriere arrivò con il conto. Provvidenziale. Pagammo e ce ne andammo.
Senza dire una parola, in un silenzio in cui si sentiva anche troppo forte
il grido del mio senso di colpa. Non che mi fossi pentito di ciò che avevo
detto, solamente mi aveva stupito e inquietato il tono: aggressivo,
iconoclasta, estremista. Una specie di talebano. Mi mancava solo la barba
lunga. Ero stato sfrontato, senza pietà, ardito troppo ardito: in una
parola, fascista. Sembravo Almirante a un comizio negli anni Settanta. Ci
mancava solo donna Assunta.
Uscendo mi parve di sentire la voce di Fortini dire "nasciamo tutti
incendiari e moriamo tutti pompieri". Mi voltai, ma era sparito.
<< Senti, Tommaso, tu ne sai niente? >>. La cosa mi puzzava. Come pesce
vecchio di tre giorni, senza neppure la prospettiva di una resurrezione.
<< Beh, diciamo che Sebastiano non è quello che sembra. >> sibilò sibillino.
<< Detto in altri termini? >>
<< E' un locale particolare... un locale famoso in questa città, ma dietro a
questa banale apparenza si nasconde un segreto. Anzi, il segreto. E' il
punto in cui convergono tutti i punti, dove spazio e tempo sono aboliti, il
punto di contatto tra cielo e terra: la porta per l'al di là. Ecco perchè
c'era Fortini: ogni tanto è concesso tornare dall'al di là a trovare gli
amici e i vecchi conoscenti, riassumendo, per qualche ora, le spoglie
mortali.>>
<< Ma Gerusalemme, allora, come la descrive Dante, la porta dell'inferno
eccetera eccetera? >>
<< Ah... cazzate. Immagini buone per la poesia e per le cartoline dei
turisti. >>
<< Capito, eh, il vecchio Dante? Oltre che sommo poeta era anche un sommo
ballista, un gran raccontatore di cazzate. >>
<< Del resto non sono così tutti i poeti e gli scrittori? >>
<< Quasi tutti. Io no, ad esempio. >>
<< Ah no? E allora i tuoi romanzi, cosa sono? Autobiografie mascherate? >>
<< Non proprio. Io non sono autobiografico, ma prebiografico. Prima scrivo e
poi quello che ho scritto mi accade. Parola più parola meno. >>
<< Davvero? >>
<< Parola mia. >>

Camminavamo per la città e tutto ci pareva imperfetto, sommerso dalle
presenze dell'assenza. Sembrava Atlantide, senza neppure un Platone a
raccontarne il mito. Del resto, non è che ci fosse molto da dire: era una
città al confine del nulla, capitale d'un impero decaduto da secoli, che
viveva incosciente, senza presagire l'aria che bruciava nei polmoni come
sale da cucina, intasando le vene e le arterie come un ingorgo in
tangenziale. O come troppo colesterolo. Era, del resto, ingorda di ogni
cosa: ne diventavi schiavo, servo indegno di essere sacrificato sull'altare
della sua voracità.
<< Sai, mio nonno nel 1937 partì per la Spagna a combattere contro i
franchisti... >> provai a dire.
<< E perchè? Per motivi ideologici? Era comunista? >>
<< No. E' che non gli piaceva il nome Franco. >>
L'assenza che opprimeva la città mi aveva stremato. Non mi veniva neppure
una battuta decente.

(fine del capitolo. oppresso dall'assenza e cosciente di non essere più. mai
più. never more.)



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