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sabato 2 aprile 2005 - ore 19:59
La passione di Wojtyla
(categoria: " Vita Quotidiana ")
In questi giorni ascolto la tv e la radio con ansia in attesa di una notizia inevitabile ma nn gradita.
Eppure anche Wojtyla è solo di fronte al dolore e all´impotenza. I riti solenni nella basilica non gli appartengono più. Il trono è deserto. Le auto create per lui restano immobili. Ieri gli è bastato guardare quel sagrato che dominava con la sua voce, i suoi passi, i suoi gesti perché gli occhi gli si riempissero di lacrime. Non avevamo mai visto un papa piangere così. E quel pianto, che segue al moto di rabbia di domenica scorsa, ce lo rende vicino come non mai. Afferra credenti e non credenti. Scuote tutti coloro, che hanno già assistito alla morte di un caro, o sono impauriti nell´intimo dallo spettro del nulla. Nell´ultimo tratto del suo straordinario tragitto Karol Wojtyla parla mostrando soltanto il suo corpo. Comunica rivelando la sua sofferenza. Infonde coraggio, svelando con il suo viso muto e straziato che il dolore ha un senso, non è sterile, è fecondo. "Vivo convinto - ha scritto il pontefice nel suo ultimo libro di memorie - che in tutto ciò che dico e faccio nell´ambito della mia vocazione, interviene qualcosa che non è dovuto esclusivamente alla mia iniziativa. Non soltanto io agisco in quel che faccio come successore di Pietro".
La Passione di Wojtyla è dunque un sacro mistero, laicamente accessibile a tutti, la rappresentazione di una parabola in cui si intreccia il massimo della volontà e il completo abbandono che l´uomo di fede deve nutrire per il suo Dio. Chi ha avuto il potere supremo, chi ha assaporato il trionfo di incidere una traccia viva sulle pagine della Storia, ora è diventato oggetto. Delle cure dei medici, dei consigli degli intimi, degli imprevisti capricciosi della sorte. È qui che il mistico Wojtyla, che da giovane voleva farsi eremita, rivela e trasmette la tempra ultima della sua fede. C´è un calice amarissimo che Giovanni Paolo II ha scelto lucidamente di bere goccia dopo goccia fino all´ultimo sorso. E lo fa senza nascondersi, senza ritirarsi nei recessi del Vaticano come un sovrano vinto. I papi ammalati sono sempre stati rimossi dalle folle. Sovranità e presenza attiva sono andate di pari passo nell´ultimo secolo. Su chi era colpito dal male, calava immediatamente il velo del mistero. Wojtyla no. Il papa venuto da lontano ha scelto di mostrare le sue piaghe come un Ecce Homo. La Chiesa - disse due anni fa - anche quando è provata da sofferenze «non ha paura, non si chiude in se stessa, ma si fida del Signore».
Sul suo Calvario, che percorre giorno per giorno con una paradossale serenità, Giovanni Paolo II fa sapere al mondo di non avere paura del dolore quotidiano, dell´impotenza che umilia, nemmeno del lento disfacimento di un´immagine. Gli bastano gli occhi - vivi, afflitti, teneri e irati - per raccontare a chi lo guarda che "nessuno muore per sé, nessuno vive per sé". Perché il male del corpo come il male degli uomini è vinto dalla progressiva purificazione interiore. Wojtyla lo sa. Il martirio che sta vivendo in questa settimana santa, drammaticamente illuminata dalla sua assenza, è un esempio offerto di purificazione e di umiltà. E al tempo stesso è un segno per dare dignità al martirio sconosciuto di milioni di uomini e donne, che vivono piagati dalla malattia senza fama, senza aiuti, senza compassione.
Così la sua Passione diventa specchio e riscatto per gli Ecce Homo di ogni latitudine, di ogni fede, di ogni condizione. L´atleta che marciava, non corre più. L´attore che parlava, è diventato muto. La mano che scriveva, non riesce nemmeno a reggere un foglio. Eppure con il corpo frantumato Giovanni Paolo II continua a seminare profezia.
Forse è questa la ragione più intima del suo fermo rifiuto di accettare l´idea delle dimissioni. Ipotesi legittima, che un giorno potrà diventare persino prassi accettata. E tuttavia, per l´oggi, il pontefice mistico deve aver sentito che per spogliare il papato di qualsiasi idolatria ereditata dai secoli, era necessario mostrare il successore di Pietro nell´estremo della sua fragilità umana. Nella sua nudità. Nella sua miseria.
Con il suo corpo e il suo silenzio Karol Wojtyla sta scrivendo ora forse la sua enciclica più bella. Certamente è un discorso che arriva all´animo di tutti. Faceva impressione, mentre era in ospedale, scoprire che il suo destino importa a tanti uomini e donne di ogni religione e idea. Cristiani, ebrei e musulmani, indù e buddisti, credenti e non credenti.
La verità è che Wojtyla non ha nessuna paura della morte. Sono gli altri ad essere inquieti e angosciati. Lui è sereno. E agli amici più stretti, preso dal fascino eterno di Roma, ha confessato un giorno, citando Orazio: "Non omnis moriar... non morirò del tutto".
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