
shaula, 32 anni
spritzino di Willorba
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HO VISTO
I miei angeli custodi

STO ASCOLTANDO
Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...

.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.

so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...

e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...

... oppure faccio porcherie come questa...

... o quest’altra...

Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Saturday, April 16, 2005 - ore 13:36
dermatologismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Non è che mi piaccia poi tanto quella donna, la mia dermatologa. Se non fosse che è davvero brava (sentito dire da tanta, tantissima gente) l’avrei già scaricata. Ma è una che ne sa a pacchi, e faccio finta di passare sopra a quel carattere insopportabile e la sua strafottenza, che a volte irrita in maniera quasi urticante.
Laltro giorno avevo preso appuntamento con lei in ambulatorio, ma la dottoressa non aveva voglia o tempo di visitare i pazienti perché, dalla finestra del suo studio, stava litigando con il portiere dell’edificio per questioni relative al parcheggio della sua macchina. Eravamo in 4, fuori in sala d’aspetto, io due anziani e un uomo, e ognuno di noi aspettava il via degli altri per i commenti su quelle sfuriate terribili.
Quando finalmente mi sono accomodata allinterno dello studio lei era al suo tavolo, con la testa tra le mani, silenziosa, e con delle orribili calze semi trasparenti di tono grigio – bianco, con degli assurdi disegni di fiori e farfalle coloratissimi.
E guardando il piano di legno, senza alzare gli occhi verso di me, senza un minimo di educazione che io avrei sinceramente dato per scontata, mi ha detto:
“su, mi dica…”. Dissimulando limbarazzo e il nervosismo mi sono tolta le scarpe e accomodata sul lettino, lei sempre senza dare la minima importanza alla mia presenza si è alzata, è andata alla finestra e, con le mani incrociate dietro la schiena, ha controllato le mosse del portiere, bofonchiando risoluta… Mi sono chiesta se non fosse un gioco di ruolo, una specie di
guerra dei bottoni o qualcosa di almeno umano. Niente da fare, ci ha messo un pezzo ancora, prima di visitarmi. Scambiava occhiate complici con la sua assistente e tornava a sbirciare giù, verso il giardino, per cogliere in fallo il nemico, per monitorare ogni suo movimento. Si studiavano a vicenda, lei e lui, fissandosi dallalto al basso e vice versa. Lì ho deciso che non mi importava della sua bravura, che i 45 minuti di attesa nell’atrio più i 5 di attesa sul lettino a guardare una dottoressa che sfidava mentalmente un decerebrato erano abbastanza, e che volevo andarmene presto.
Ma non avevo fatto i conti con la mia mente contorta. Quando una persona non mi piace non riesco ad ascoltarla, nemmeno se mi sforzo, nemmeno se mi concentro: è per me un evidentissimo segnale di disprezzo non dar retta a una persona che parla, e lo utilizzo come risorsa ultima. Inizia tutto involontariamente, non sono così cafona di mio. Vedo la persona in questione sfuocata davanti a me, sempre più pallida e insignificante, e la sua voce svanisce lasciando il posto nella mia testolina a una canzone. Partono delle note e io mi fisso su quelle, tanto che non sento più una parola di ciò che il mio inquietante interlocutore sta blaterando.
Così, mentre la dermatologa mi spiegava il mio problema e cosa dovevo fare per risolverlo, io nella testa cantavo Mamma Maria dei
Ricchi e Poveri. Nel mio mondo parallelo, mentre lei parlava, io ballavo e cantavo con i Ricchi e Poveri. Ero talmente infastidita da quella donna che il suo ruolo di medico non mi faceva né caldo né freddo, e la mia salute mi interessava quanto un documentario sull’accoppiamento dei macachi. La ignoravo silenziosamente, con discrezione, e lei continuava a sparlare.
Coglievo solo qualche sillaba ogni tanto, e siccome il riassunto mentale a cui ero arrivata a fine visita non aveva senso logico, mi sono coraggiosamente lanciata in una caduta libera di supposizioni (fortunosamente azzeccate) cosicché ho compreso il trattamento che dovevo fare, e mi sono contemporaneamente sentita a posto con la coscienza.
Da dire che la dottoressa ad un certo punto deve essersi accorta del mio disinteresse e della momentanea fuga dei miei neuroni, perché fissandomi e aggrottando le ciglia mi ha detto:
mi stai seguendo? Lì sono rinsavita per qualche interminabile secondo. E poi di nuovo libertà.
Quella donna orribile non sa che, mentre lei si metteva i guanti e si lamentava dell’uomo lassotto che le aveva fatto venire una terribile emicrania, io cantavo
Mamma Maria.
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