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Sunday, April 24, 2005 - ore 12:48


* * * FOTO SPARSE * * *
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Giallo. Il giallo dei sedili e di quelle stupide mensole per il bagaglio a mano. Pessimismo totale, nemmeno una hostess degna di essere pensata, una nebbia che ritarda il volo, ed una instabile voglia di non avere nessuno attorno. Blu. Il blu del pavimento, non ce la faccio più a guardarmi attorno. E bianco. Il bianco della tendina che ho abbassato, affinché nessuno possa sfiorarmi con lo sguardo con la scusa di guardare fuori dal finestrino.

Una frivola pioggia lambisce le esili ali che da lì a poco avrebbero portato il mio culo sospeso nel vuoto a circa 10.000 metri di quota. Sospeso nei miei dubbi, nelle mie riflessioni, seduto su un sedile scomodo, costipato in coda, in un luccicante 737 e circondato da qualche imbecille che sicuramente avrebbe applaudito l’atterraggio al nostro arrivo.

Passano le hostess, e nonostante tutto sono molto gentile con loro. Mi aggrappo ai loro sguardi, perché leggono i miei pensieri...ormai sono abituate a vedere gente che ama essere disperata, quando è ora di tornare a casa. Ce l’ho nel sangue questa malattia. Penso faccia parte pure della mia innata indole di evitare guai. Sia chiaro, non è uno scappare dalle proprie responsabilità. È che non basta mai.

Di una giornata di pioggia e freddo mi ricordo il bianco. Il bianco di una scalinata di marmo, che sale per 3 piani. Grandi porte bianche e qualche decorazione, come una maiolica. Una grande tazza di ceramica, luminosa, riflessa su grandi specchi. Ed il bianco dei miei capelli, che per niente timidamente Hélène mi rinfaccia, nello splendore del suo sorriso esprimente tutta la sua candida bellezza. Il bianco poi del latte che giustamente servono dove non sanno fare il caffè. Con quei fastidiosi blisters marroncini, circolari, con una foglia di alluminio zigrinata ed una cremetta viscida incapace di dar gusto alla bevanda.

Così ad un certo punto mi sveglio, apro gli occhi e getto fuori un attimo lo sguardo cercando attraverso le gocce di pioggia sulla finestra le linee indecise del paesaggio urbano. Sento un camioncino che trasporta gelati e gialli gophers riscaldati ed intinti in vasche di cioccolato fumante. Il giallo della birra, frizzante ed inebriante, si rileva quando osservo con piacere la schiuma che dolcemente si placa, mentre afferro il bicchiere, fresco, cristallino e tondeggiante come il fianco di una donna stesa, di lato, su un letto. La mano, ancora assapora l’unto delle patatine fritte, la salsa tartara ed il panino con il pollo, un ordigno spumeggiante di spezie e chissà quali altre amenità.

Arriva la sera, il blu della mia camicia, degli occhi che mi circondano, la stanchezza incontrollata che inevitabilmente si fa sempre più insistente. Pensieri su un locale diverso dall’ultima volta in cui c’ero stato, anni fa. Malinconia al ricordo di un’alba imminente che aveva rappresentato la fine: mi aveva fatto grondare gli occhi di lacrime incontrollate, ma non tristi, in una solitudine comune, quasi catartica, piena di energia mostruosamente positiva. Ordino qualche cosa, giusto per santificare la reminescenza, il cameriere si incazza perché sono lento a tirare fuori le monete, ci mandiamo a fare in culo a vicenda, ma non importa...guardo il bicchiere e mi tuffo di nuovo ad assaporare tutto quello che attorno a me esiste e persiste.












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