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1) Inserire nel mio profilone una paranoia melensa e non riuscire più a eliminarla, così che tutti i tuoi amici ti prendano per il culo...
2) viaggi in auto con tua madre...per una volta rispetti i limiti...e lei urla di andare piano
3) Sentirsi completamente inutili, sentire che tutto quello che fai è inutile e ti porterà solo al nulla...e non avere nemmeno qualcuno a cui dirlo.
4) ammettere che non hai capito nulla...
5) E se alla mia morte venissi svegliato da qualcuno? Tutta questo sarebbestato solo un sogno....
6) ..paura di restare uguale a ieri
7) Pentirti per essere stato zitto tutte quelle volte che invece avresti dovuto parlare.

MERAVIGLIE


1) svegliarsi accanto alla persona che si ama
2) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
3) Le castagne appena cotte.. un caminetto, una bella boccia di vino rosso e una persona speciale accanto..
4) Essere felicemente sospreso da una persona che mai pensavi capace di un simile gesto.
5) Sentire le note che scorrono dentro di te come se attraversassero le tue vene ed iniziare a tremare dalla gioia provocata da una canzone





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Tuesday, September 30, 2003 - ore 18:28


Lo strano caso del signor Rossi
(categoria: " Riflessioni ")


[aprile 2001]

La prima immagine che colpì Mario al suo risveglio fu quella di un enorme salone in cui aleggiava una luce naturale e fresca. Non riuscì subito a capire dove si trovasse e perché, sapeva solo che non erano state le sue gambe a portarlo fino a lì e che non conosceva nessun luogo che assomigliasse anche vagamente a quello in cui si trovava. L’enorme sala esagonale comunicava con altre sale ed altre ancora e in prospettiva si poteva viaggiare molte centinaia di metri prima di incontrare un muro che inibisse la vista ad andare oltre. La luce entrava da enormi vetrate sul soffitto e pareva diffondersi senza ombra e senza sfumature. Avrebbe dovuto farsi prendere dal panico, ma la sua curiosità e l’atmosfera calma del luogo lo indussero all’esplorazione.
Tutte le pareti erano percorse da enormi scaffali che portavano fino al soffitto e offrivano alla vista dell’osservatore lontano un mescolarsi di legni pregiati e pelle ricamata d’oro. Mario si avvicinò incuriosito e dopo pochi metri si rese conto che quella che gli era sembrata una massa informe di vari materiali non era altro che l’effetto cumulativo di centinaia, migliaia di volumi rilegati, accatastati in modo ordinato e senza soluzione di continuità.
Sulle prime lo stupore lo ammutolì; si riebbe solo quando, ad una più attenta osservazione, notò qualcosa di molto strano e sinistro. Prese a girare in cerchio guardando in alto e in basso e ad un certo punto uscì dalla sala in cui si trovava correndo a testa in su dentro le altre. Dopo neanche un minuto si accasciò a terra e si mise le mani nei capelli. Non riusciva a capirne il perché ma nessuno di quei libri aveva impresso sulla costa né l’autore né il titolo: nulla di nulla.

Dopo un primo momento di sconforto la sua mente escogitò una spiegazione plausibile ed un sorriso leggerò gli si stampò sulla bocca. La tecnologia permetteva di catalogare e ritrovare qualsiasi cosa senza il bisogno di manifestare una identità esteriore evidente: un miliardario eccentrico avrebbe potuto farsi fare su misura quel mondo da bibliofili per poterne usufruire a suo piacimento ed in modo esclusivo, possedendo un interprete per i titoli, gli autori o i numeri delle sale e degli scaffali. Era assorto in questi pensieri quando senza accorgersene estrasse un volume a caso dalla massa e lo tenne in mano. La sua teoria venne confortata dall’aspetto del libro e dalle sensazioni che provò nel maneggiarlo. La rilegatura tradiva un lavoro completamente manuale e la carta e i materiali utilizzati erano di qualità eccezionale. Il volume si apriva con una sola mano e restava aperto in modo irremovibile alla pagina desiderata; i caratteri di stampa non erano né troppo grandi né troppo piccoli e lo scorrere delle righe durante la lettura sembrava connaturarsi con l’atto stesso del muovere gli occhi. Rimase sensibilmente affascinato dall’oggetto che teneva tra le mani e le sue pupille si infiammarono di desiderio. L’autore del libro era un certo Fausto Liberin e l’opera si intitolava “L’Impero del Male”. Non conosceva l’autore e scorse velocemente il libro fino alle prime pagine per vedere di saperne qualcosa. Di primo acchito un titolo del genere gli pareva potesse spaziare dal grande capolavoro sconosciuto alla porcata immonda da best-seller. Con stupore notò che mancavano sia l’introduzione che i cenni biografici e che al loro posto c’erano semplicemente un anno di nascita e di morte. Tutto questo gli sembrò compatibile con le esigenze di un uomo colto ed esperto quale poteva essere il suo miliardario, ormai smaliziato e disinteressato ad introduzioni e cronologie. Ripose con cura il volume e cominciò ad estrarne altri in modo più o meno casuale. La fattura era sempre la medesima ed al di là dell’opera principale non era mai disponibile nessuna informazione aggiuntiva. Dovette percorrere più di otto sale prima di trovare, nel suo peregrinare, un titolo che avesse almeno sentito nominare. Cercò di esorcizzare il senso di inquietudine che stava insinuandosi in lui e cominciò a guardarsi attorno per capire meglio dove si trovava. L’aspetto di quel luogo appariva sempre lo stesso. Le sale esagonali coesistevano le une con le altre in una struttura ad alveare e, arrivando la luce solo dall’alto e non essendoci sbocchi laterali , mancava qualsiasi punto di riferimento unico e facilmente riconoscibile. Ogni sala possedeva lo stesso identico arredo: un massiccio tavolo centrale con delle sedie dal design essenziale e sei scale scorrevoli, una per ogni lato, che permettevano di raggiungere qualsiasi libro. Mario si rese presto conto di tutto questo e non gli rimase altro che mettere in funzione la sua razionalità per riuscire ad aggrapparsi a qualcosa di più concreto.

La sera prima (o almeno così credeva) era stato al circolo letterario e si era imbattuto in una discussione alquanto animata su quale fosse il ruolo primario della letteratura e dello scrittore. I pareri che ne erano scaturiti lo avevano colpito molto, non tanto per la loro specificità, quanto per il fatto che avevano fatto emergere in lui la coscienza di non possedere nessuna certezza. Quando venne interpellato non seppe cosa dire ed uno dei soci, un uomo che Mario invidiava per la cultura enciclopedica e la forza persuasiva, più per ingraziarsi i presenti che per umiliarlo realmente disse la seguente frase: ”Certo sarebbe cosa alquanto bizzarra che a insegnarci qualcosa sul senso della vita e della letteratura fosse proprio un Mario Rossi qualsiasi come il nostro Mario Rossi: non possiamo certo biasimarlo se non riesce a proferir verbo”. Mario Rossi uscì senza proferir verbo circondato da risolini beffardi e si andò a rifugiare in una bettola avvolto da pensieri strani e desideri ancora più irrealizzabili. I ricordi, da quel momento in poi, si facevano più confusi e si perdevano nell’oblio.

Lo sforzo per riuscire a trovare una spiegazione razionale alla situazione in cui si trovava scaturì in un appiglio di certezza. Qualcuno lo aveva sicuramente trovato ridotto ad uno straccio e probabilmente lo aveva portato al vicino circolo letterario per affidarlo alle cure degli amici (tutti in città sapevano che era malato per i libri e passava più tempo lì che a casa). I famigerati amici avevano probabilmente pensato di tramutare la cosa in uno scherzo divertente e lo avevano trasportato inerte all’interno della biblioteca privata di qualche socio riccone lasciandolo accasciato sul pavimento. Non ebbe molti problemi a trovare una spiegazione alla struttura apparentemente infinita dell’edificio. Sicuramente le celle si susseguivano fino a formare una figura chiusa e solo la sapiente disposizione del tutto faceva credere a chi le percorreva di allontanarsi indefinitamente dal punto di partenza.
Si calmò e decise di aspettare ancora provando a leggere qualcosa prima di cercare la porta nascosta (ve n’era sicuramente una) che gli avrebbe permesso di uscire. Cominciò ad abituarsi all’ultimo libro che aveva estratto passandolo da una mano all’altra. Ad un certo punto lo aprì. La carta era nuova e non poté fare a meno di assaporarne il profumo. Nessuno dei libri che aveva ancora toccato era stato mai letto, lo dimostravano le pagine attaccate in modo fittissimo e completamente intonse. Nessuno avrebbe potuto leggere se non una parte infima dei volumi ospitati in quel luogo e la cosa gli sembrò perfettamente plausibile. Il libro di cui si era impossessato era un libro di cucina. Sulle prime non ci fece caso ma, dopo aver sfogliato qualche pagina, fu preso da una sensazione strana. Aveva fame, e sete. Cominciò a sudare. Cosa ci faceva un libro di cucina in un posto come quello? A cosa poteva servire un libro di cucina in un luogo senza ingredienti, fornelli, cucine, tavole e persone?
Provò ancora col solito grimaldello, ma il suo stomaco e la sua gola, il suo corpo intero ebbero la meglio sulla sua razionalità. Si accorse tragicamente che c’era qualcosa di incomprensibile in tutto quello che gli stava accadendo. Si fece prendere dal panico e cominciò a correre alla ricerca di una via d’uscita. Dopo qualche minuto, che a lui sembrò un’eternità, attraversò in preda all’ansia alcune sale con gli scaffali completamente vuoti.
Si fermò, sorpreso, e prese a camminare lentamente. Ricordi confusi cominciarono a riaffiorare e a prendere corpo nella terra di nessuno che lo divideva tra sogno e realtà.

…il bicchiere si riempiva prima ancora di venire svuotato. L’uomo dall’altra parte del banco continuava a parlare e sorrideva in modo gentile e servizievole. Il locale era vuoto. Ubriaco com’era rideva alle parole dell’oste senza nemmeno capire quello che diceva. In tasca non aveva l’ombra di un soldo e al momento di andarsene si era trovato davanti uno strano foglio: non era in grado di leggere e per evitare problemi ci aveva scarabocchiato sopra qualcosa che doveva somigliare a una firma. In preda ai fumi dell’alcol vedeva a malapena la sua immagine riflessa nello specchio e prima di svenire i suoi occhi cercavano ancora quella dell’oste, che avrebbe dovuto dargli le spalle...

Dopo pochi passi entrò in una sala enorme, più grande di tutte le altre, adorna solo delle mura stesse che la delimitavano. Si fermò al centro. Comprese quello che era accaduto e uno sguardo atterrito gli si scolpì in volto. Era nel luogo dei libri mai scritti. Uomini, donne, vecchi, poveracci e bambini morti di ogni epoca e luogo contribuivano col loro silenzio alla gloria di quell’ultima sala infernale. Accecato dall’ira e dall’orgoglio ferito aveva ceduto la sua anima in cambio della solitudine eterna nella biblioteca del Demonio.
La fame e la sete si fecero sempre più forti di pari passo con la disperazione. Si mise a piangere e la sala cominciò a girargli intorno. Girava, girava, girava, sempre più velocemente… si accasciò a terra allo stremo delle forze con l’unica speranza rimasta di non svegliarsi mai più.

La prima immagine che colpì Mario al suo risveglio fu quella di un diavoletto con le orecchie a punta che gli soffiava sulla faccia. Emetteva degli strani suoni e lo osservava curioso con uno sguardo dolce e malinconico allo stesso tempo. Sorrise. Dopo una lunga pausa lo accarezzò e gli porse l’orecchio sinistro perché lo potesse leccare affettuosamente. Di fronte a lui si trovava una parete formata da vari rettangoli multicolore. Si alzò dal divano e andò verso la libreria. Toccò un grosso volume con l’intento di prenderlo. Stava per stringerlo tra le dita quando delle grida di ragazzini nel cortile sottostante lo interruppero. Appoggiò la mano sul libro come per farlo tacere e si avvicinò alla finestra aperta. Era vivo, libero come non mai. Guardò in alto verso il cielo e inspirò a pieni polmoni. La luce del sole e l’aria senza tempo lo strinsero in un unico abbraccio ed entrarono in lui per non lasciarlo mai più.


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