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lunedì 9 maggio 2005 - ore 11:03


da approfondire...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


KAKI KING
Qualcuno sostiene che nel rock ormai la chitarra non abbia più nulla di nuovo da dire o che addirittura il rock stesso abbia esaurito tutti i suoi argomenti. C’è del vero, ma il genere in questione ogni tanto si diverte a smentire tutti reinventandosi con un suono talmente fresco da sembrare nuovo. Come se non bastasse, il concetto di nuovo si sta facendo sempre più relativo, anche per colpa di un certo tipo di stampa, che fatica a comprendere una musica per sua natura anarchica e vitale, ma storicamente fondata. Kaki King è una musicista che si potrebbe definire nuova, sia perché viene dal nulla, sia per il modo originale di suonare la chitarra. È comunque d’obbligo il condizionale, perché il suo suono ha radici in un passato prossimo che risponde ai nomi di Michael Hedges e di Alex De Grassi. Solo che questa giovane newyorchese riesce a coniugarlo in una grammatica assai personale.
La sua voce non usa verbi o sostantivi, ma esclusivamente i suoni di una chitarra acustica, in completa solitudine. Eppure lei, che fino a poco tempo fa si esibiva nella subway della Grande Mela, non è la classica chitarrista virtuosa, che si arrampica su sofismi strumentali alla ricerca di una concettualità astratta: semmai si dedica a costruzioni ardite senza dimenticare le forme e la struttura della canzone.
Forse è l’uso di entrambe le mani che le permette di combinare i due livelli: Kaki infatti suona con la sinistra impostata da sopra il manico e con la destra che spesso si va a muovere nelle vicinanze.
“Everybody loves you” è l’esordio di un talento naturale, istintivo ed emotivo, slegato da qualunque ipotetico genere: dieci brani che fondono il folk-blues con la new-age, il cantautorato più intimista con propensioni strumentali da rocker. Si può venire avvolti dai veloci giri slap di “Kewpie station” oppure incantati dai riflessi lunari di “Night after sidewalk” o stimolati dal pop ironico di “Happy as a dead pig in the sunshine”.
“Carmine st.” dimostra un raro attaccamento al brano anche nei passaggi più stranianti, mentre “Close your eyes” esplode tutta la grinta e la forza di un’artista che arriva a suonare e percuotere lo strumento, come un corpo unico da animare e da cui trarre musica in ogni sua parte.
Ne escono riflessi che riportano alla mente la profondità del suono del Cockburn di “The charity of the night”, permeati da un profondo misticismo e da una ripetitività ipnotica al limite della visione nella lunga “Fortuna”. Il cd comprende poi anche qualche traccia interattiva dal vivo e un’intervista realizzata in strada a tarda notte.
Kaki King è come una hobo, che rimane muta per scelta di fronte al mondo, e lascia parlare la sua sei corde, fedele strumento di comunicazione e di affermazione: una chitarra che non ucciderà nessuno, né tantomeno provocherà rivoluzioni, ma che è capace di farci intravedere nuove sfumature del mondo.

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