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Wednesday, May 18, 2005 - ore 12:45
Felicità, spietzen e cubetti del tetris
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dunque.
Oggi ho guardato il mio blog, e mi sono accorto che manca di un po' di anima. Manca di sale. Una volta mia madre aveva un libro di cucina, "Le ricette del Sud Tirolo". Le era stato donato da mia nonna, in un disperato e tardivo tentativo di alimentazione delle tradizioni trentine della famiglia. Questo libro diceva che "Per ogni ricetta, c'è bisogno di un pizzico di felicità". "Bella lì", pensavo io, "come se la felicità fosse fatta a cubetti da comprare ben ordinati e insaporiti, pronti da gettare nell'acqua per cuocerci gli spietzen".
Oggi, ripensandoci, mi accorgo che forse, quello che quella simpatica signora sessantenne - ma con le guance rosse - che se ne stava in copertina voleva dire, era che se si vuole che la gente apprezzi il tuo piatto, devi almeno fare finta che ti sei divertita a farlo.
E se non ti sei divertita, devi almeno far finta di averlo fatto, come impone oggi la nostra affascinante ma paradossale società, per cui ogni persona deve sempre apparire più felice di quanto in realtà non si sia.
Dunque dovrei divertirmi di più a scrivere sto blog. O forse dovrei raccontarlo di più. Perchè, come mi diceva sempre mia nonna quando rubavo le caramelle dal suo salotto e poi negavo, "tu non me la stai raccontando giusta". Come se ci fosse un modo per raccontarla "sbagliata"; come se le cose che diciamo, le scuse che inventiamo, fossero tutte frutto di un semplice errore meccanico; di un inciampo, e non di una premeditata malizia. Ma forse non la sto davvero raccontando giusta. Forse non sono del tutto sincero.
Forse i cubetti insaporiti di felicità con cui si cuociono gli spietzen si comprano con monete di sincerità.
E' ora di tirare fuori i dadi di brodo di felicità e cuocerli piano. Inauguro qui, dunque, una nuova serie di vaneggi. Oggi il mercato dei vaneggi è in fortissimo rialzo, e anch'io ho deciso di buttarmicisi, ma a modo mio. Non voglio certo competere con i colossi del mercato; non voglio far divertire o commuovere. Semplicemente ogni tanto cercherò di aprire qualche finestra per ridare aria alla mia mente, per far fluire i pensieri, da troppo tempo congestionati in qualche angolo buio per risolvere intricati indovinelli di vita.
Perchè lo faccio? Per me? Certamente. Per voi? Forse anche. Ma che importa? L'importante è farle le cose, se te le senti. E poi sperare che un colpo di fortuna, una fatalità imprevista, te le metta tutte e a posto e ti faccia sentire il gusto della vita un po' più dolce in bocca.
Un po' come una partita di tetris.
Nella speranza di fare più punti possibili, prendi quello che ti capita dall'alto e lo organizzi al meglio: tutto ordinato e senza buchi. Ma lasci un corridio stretto stretto sul lato, nella speranza che ti venga calato il fatidico pezzo di quattro cubetti verticali, quello che ti permetterebbe di cancellare quattro righe e fare una caterva di punti. E tu impili e aspetti, impili e aspetti, ma intanto il pezzo non si fa vedere. Puoi incastrarli davvero perfetti quei fottuti cubetti, ma hai bisogno di quel dannato pezzo per cavarti dai guai, prima che l'acqua ti arrivi alla gola e ti appaia la scritta lampeggiante "game over".
C'è gente che ce li ha in continuazione i pezzi verticali, e rimane felice a terra. C'è gente che li aspetta fino alla fine, e il loro muro si alza mortalmente; e questa gente rimane lì, ad aspettare che il pezzo giusto ti salvi il culo all'ultimo momento (e in effetti ogni tanto accade). Ma se non arriva, a queste persone rimangono due scelte: finire la partita con l'onore di aver impilato con maestria molti cubetti, ma lasciando quel maledetto corridoio laterale vuoto e facendo pochissimi punti, oppure usare qualche surrogato (tipo i pezzi ad L) per sopravvivere un altro po' e aspettare che la benedizione arrivi dall'alto.
Ad ognuno la sua strategia. Ad ognuno i suoi pezzi. E, certo, come diceva il libro, devi impilarlo allegro il tuo muro di mattoncini, se no non ti diverti a giocare. Ma il pezzo che ti risolve la situazione... quello non ci puoi far niente. O arriva o non arriva.
Ma sapete una cosa? Almeno uno, per la legge dei grandi numeri, di solito arriva. E quando arriva, pensiamo che i nostri problemi siano finiti. Ma, in genere, non è vero. Perchè viviamo nell'illusione che la felicità si autoalimenti. Che se elimini quattro righe, certamente, ne eliminerai altre quattro in poco tempo. Che se fai felici le persone, quelle faranno automaticamente felice te. Ma, purtroppo, non funziona così.
La serentità (cioè essere felici con sè stessi) la si guadagna. La felicità (quella vera, quella con gli altri) si riceve. E non si autoalimenta.
E, in effetti, mia madre non cucina tirolese da troppo tempo ormai.
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