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1) Rendersi conto di essere soli... Di aver avuto accanto un Angelo... E di averlo ucciso... Di aver sbagliato e di non poter tornare indietro... Vivere sospesi tra l'indecisione e la paura... Ogni giorno ti svegli e lei nn c'è... e così per sempre... ti svegli, ma in realta dormirai per sempre senza lei accanto... Vivi la vita con una maschera per nn far vedere a chi ti stai accanto che in realta sei morto... Ti circondi di persone che nn ti conoscono perché loro nn possono vedere che hai perso la felicità... Un giorno era venuto un angelo per me e io l'ho ucciso... Nn ti scorderò mai Piccola...
2) la falsità
3) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
3) Essere felice e nn capire perchè, rendersi conto di nn essere mai soli e di sentire tante persone che ti sono vicine... sentire che conti per qualcuno.
perderci anche la testa avere 27 anni ma sentirsene 17


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Saturday, May 21, 2005 - ore 17:04


Quando in Barbagia vince la legge del perdono
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Il marito ucciso sull'uscio di casa. E lei - moglie diventata vedova, mamma oggi imbrigliata dalle fucilate assassine nel ruolo anche di padre - trova la forza per uno sconvolgente gesto d'amore: «Figlio mio, giura che non ti vendicherai». Succede a Orune, paese dove Antonio Pigliaru ha saputo mettere per iscritto un codice con le donne rappresentate più come ispiratrici che protagoniste. Tetta Manca, con un gesto semplice quanto privatissimo, ha lanciato un segnale colto dagli orunesi che ieri si sono ritrovati a salutare l'ultimo morto ammazzato. È rimasto deluso chi si aspettava eclatanti appelli dall'altare: quella donna aveva già fatto per intero il suo dovere mercoledì sera, a casa, davanti a pochi testimoni e al cadavere di suo marito. Orunese capace di sfatare ogni luogo comune, ricorrendo all'amore materno non per l'oggi ma per il domani. E, soprattutto, sapendo placare il terrore di un ragazzo che aveva appena visto il padre morire per mano altrui: «Figlio mio, giura che non ti vendicherai». Nella storia sanguinosa e insanguinata della Barbagia, sono tanti i capitoli scritti nel nome del perdono. Una parola sempre choccante per chi la pronuncia e per chi la sente. Questa volta però ad ascoltarla era solo un ragazzo di diciassette anni. Un adolescente disperato, come tanti solitari e disperati che hanno tentato di resistere, e non solo a Orune, alla forza centrifuga della vendetta. Marcello oggi, oltre alla madre, potrebbe ricordare i tanti appelli già pronunciati a Oniferi. O parlare con la sorella di un sacerdote di Fonni umilmente impegnata a sostenere che il perdono invocato a e da Dio non può saziare l'umana fame di giustizia terrena. Dovrebbe, Marcello, parlare con quella ragazza di Orgosolo che davanti alle bare della madre, del padre e del fratello, chiedeva al Signore solo la forza di saper perdonare. O con la donna di Mamoiada capace a vent'anni di distanza, di seppellire il rancore anche davanti a Papa Giovanni Paolo II in visita a Nuoro. La pubblica rinuncia alla risposta non è una novità in Barbagia. La novità sta in quel gesto privato, privatissimo. Gesto assimilabile a quello della madre di Fonni che, a un anno dall'uccisione del figlio, spiegò: «Vendicarsi è più facile che perdonare. Perché il perdono, a differenza della vendetta, devi rinnovarlo ogni giorno». Questa, caro Marcello, è la vera sfida. Per te, per tua sorella Chicca, per tua madre. Ma, soprattutto, per Orune.




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