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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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2) non credere in Dio e sentire che ciò è un grande vuoto
3) scoprire di appartenere,seppur alla lontana,alla famiglia berlusconi....oh my god....sudo freddo al solo pensiero.

MERAVIGLIE


1) B A D O L E !


2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) il sesso
4) Alzarsi la mattina e realizzare in una frazione di secondo tutto ciò che si ha combinato la sera precedente, e invece di vergognarsi si sorride.





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Thursday, May 26, 2005 - ore 18:38


Guerra giusta?
(categoria: " Riflessioni ")


Ciao cari!
Perchè è stato inviato un contingente italiano a Nassiriya? Come missione di
pace, ci avevano detto. Ah sì? Se prima quelle di chi voleva vedere sotto un
interesse economico sembravano solo illazioni, ora invece pare siano
certezze, leggete qui sotto!

Dal sito di Repubblica del 13 maggio.



Peacekeeping e business: un'inchiesta di Rai News 24
va alle origini della missione italiana in Iraq
La missione "Antica Babilonia"
e il petrolio di Nassiriya
In un dossier del governo scritto sei mesi prima della guerra
si indicava la provincia irachena come località strategica per l'Italia




ROMA - Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di
salvaguardia dell'immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso
la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l'oro nero c'entra e come.

L'inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla
mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri
militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo
della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo
essere mandati. Perché? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse
quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un
mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo.

Un vecchio accordo tra Saddam e l'Eni, che risale a metà degli anni Novanta,
per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili)
nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche
dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività
produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor
Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all'università di Teramo.
Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare
l'occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo
perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari".

Qual è il problema?, si chiederanno molti. In fondo che male c'è se dopo
aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne
viene qualcosa? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari
petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo
Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente".



Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle
interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di
circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più
importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di
ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore
di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente
partita. L'America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito
la crescita dal basso".

I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e
sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il
corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all'indomani dell'attentato, non
era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni.

D'altronde, l'Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte
che secondo Benito Livigni, ex manager dell'americana Gulf Oil Company e
successivamente dell'Eni, sarebbero superiori a quelle dell'Arabia Saudita:
"Secondo una stima le riserve dell'Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di
barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci
sono vaste zone desertiche non sfruttate".



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Dal sito di Repubblica



Peacekeeping e business: un'inchiesta di Rai News 24
va alle origini della missione italiana in Iraq
La missione "Antica Babilonia"
e il petrolio di Nassiriya
In un dossier del governo scritto sei mesi prima della guerra
si indicava la provincia irachena come località strategica per l'Italia




ROMA - Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di salvaguardia dell'immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l'oro nero c'entra e come.

L'inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo essere mandati. Perché? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo.

Un vecchio accordo tra Saddam e l'Eni, che risale a metà degli anni Novanta, per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili) nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all'università di Teramo. Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari".

Qual è il problema?, si chiederanno molti. In fondo che male c'è se dopo aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne viene qualcosa? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente".


Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente partita. L'America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito la crescita dal basso".

I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all'indomani dell'attentato, non era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni.

D'altronde, l'Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte che secondo Benito Livigni, ex manager dell'americana Gulf Oil Company e successivamente dell'Eni, sarebbero superiori a quelle dell'Arabia Saudita: "Secondo una stima le riserve dell'Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci sono vaste zone desertiche non sfruttate".
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