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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Monday, June 06, 2005 - ore 22:02



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Scritto nella notte tra Domenica e Lunedì

E così è andata anche questa. Andata e perduta. E la cosa peggiore è che non so spiegarmi il perché. Se almeno potessi ricondurre ciò che è successo ad un mio preciso errore, una mia mancanza, almeno saprei farne tesoro. Imparerei qualcosa. Ma non è dato, a questo mondo, che dalla sofferenza ne riesci a cavare un qualche insegnamento, se non sei tu stesso la causa del tuo male. Non è dato imparare se sono gli altri a scegliere per te.

Adesso sto qua a pensare… pensare a qualcosa per darmi la colpa, per piangere me stesso. Ma, evidentemente, neanche da questo tipo di consolazione non mi è dato avere conforto. E’ successo tutto così… così volubilmente, senza ragione. In maniera quasi femminile. Come se dovesse accadere. Come se dovesse accadere proprio quando hai colto il frutto ma non sei ancora riuscito a darci manco un morso. Proprio quando ti sei messo in cammino ma sei ancora così lontano dalla meta.

E, vaffanculo, non puoi farci proprio un cazzo!

Vorrei tanto che ci fosse un motivo, una spiegazione. Ma che sia anche una maledizione divina, che cazzo me ne frega, basta che io lo sappia. Se adesso venisse giù Dio a dirmi: “Ok, guarda Riccardo… tu avrai una vita fantastica sotto tutti i punti di vista… soddisfazioni, salute, talento, grandi ricordi… ma tutto questo lo dovrai pagare con la solitudine” …. beh, cavolo, mi andrebbe meglio di così. Cazzo, almeno mi metterei l’anima in pace. Affronterei la mia vita come se fosse il piatto più buono del mondo ma in cui il cuoco ha dimenticato il sale. Cercherei di scoprire gli splendidi gusti dei vari ingredienti, anche se alla fine il cibo non mi sembrerà granché. Accetterei la mia incapacità di creare veri affetti mi concentrerei su tutto quello che gli altri snobbano perché hanno di meglio: cercherei di capire gli uomini, la vita, il mondo … cercherei di cogliere tutte quelle cose che solo un uomo solo può cogliere, perché ha la mente più tristemente libera.

Questo mi basterebbe, cavolo, se lo sapessi.

Ma probabilmente non sarebbe abbastanza doloroso, non ci sarebbe abbastanza tormento per far pareggiare la bilancia della mia vita.

Vent’anni. Vent’anni che spacco la stessa testa sullo stesso stupido muro. Vent’anni di testate furiose, ben calibrate, ponderate, insensate: tutto per sparare di vedere qualche crepa. O, perlomeno, sperare che ti si spacchi al testa, così almeno la finisci con sto andirivieni del cazzo, di cui sembri non poter fare a meno, nonostante non ti porti da nessuna parte. E invece niente; zero; vuoto. Solo mal di testa.

Ma perché devo avere per forza la scorza così maledettamente dura? Perché cazzo non posso arrendermi? Se non posso vincere perché l’arbitro è corrotto, almeno mi si risparmi la fatica di combattere!

E invece no! Giù con la testa, altre testate, il muro senza incrinature, sempre chiedendosi il perché… sempre alla ricerca di una maledetta spiegazione del perché le cose, in un modo nell’altro, debbano sempre andare storte. E poi ricominciare…

Dio, quanto mi odio! Devo sempre insistere, io. Devo sopravvivere. Continuare a sperare che, un giorno, non dovrò essere solo io a spaccare la testa su quel dannato muro, ma che verrà qualcuno, dall’altra parte, che mi darà una mano. E invece, anche se tendo l’orecchio e l’appoggio al muro, dall’altra parte non si sente niente più che qualche timido segnale di vita: lo stretto necessario per convincermi a farmi ancora un altro po’ male, a furia di testate.

Io voglio perdere il mio diritto a sognare.

La cosa che mi infastidisce di più è che io, più di questo, più di quello che ho dato in questa occasione, non posso proprio dare. Davvero non posso. Se ho capito una sola cosa da tutta questa faccenda è che puoi dare il meglio di te stesso, puoi anche fare i fuochi d’artificio, puoi dare tutto quello che ti chiedono o desiderano, ma serve a poco. Tutta la volontà del mondo può essere spazzata via da una semplice manata del destino, dell’imprevisto, della fatalità.

Ci sono cose che si conquistano e cose che si ricevono. Io, evidentemente, mi sono specializzato nel primo tipo. E forse è proprio per questo, proprio perché mi riescono così bene le prime, che non mi capita mai di avere qualcosa, qualcuno, per nulla.

Darei tutto, lo giuro, tutto quello che ho guadagnato, tutto quello che mi è stato dato, tutto quanto solo per avere una sola persona per destino. Per casualità. Perché doveva capitare. E nemmeno per sempre: mi basterebbe averla per un poco, almeno per capire cosa si prova. Cosa si prova a sentirsi unici: prescelti. Per capire cosa cavolo è quella cosa di cui tutti parlano così bene, come se la conoscessero profondamente, ma che io sembro non comprendere neanche alla lontana. Condannato a cercare di capire qualcosa che ti potrebbe cambiare la vita, ma di cui nessuno ti viene a portare il pezzo giusto di formula.

Ma tutto questo non basterà per mettermi ko. Mi conosco: mi rialzerò in fretta. Tremendamente in fretta. E forse questa è la cosa peggiore. Lo so: da domani soffocherò il tutto in una montagna di lavoro, mi massacrerò d’impegno, alla ricerche di soddisfazioni che potranno almeno darmi un piccolo palliativo, un illusione di vittoria: la laurea in tempi record, articoli sempre più grandi, concerti sempre più importanti…. ma lo saprò sempre di non aver vinto. Saprò sempre che è tutta illusione.

Da domani ricomincerò a sorridere a tutte le persone che incontro, come se non fosse successo niente: un po’ per apparire e convincermi forte, un po’ perché odio che la gente stia in pena a causa mia. La felicità è un bene così raro… non voglio rovinare anche quella degli altri.

Adesso giro per la casa e, ogni tanto, lo giuro, salta fuori come un ragno il profumo di lei. E non ero nemmeno innamorato! Mi si attacca addosso, mi entra nello stomaco e me lo svuota a fondo, tanto per ricordarmi ancora un volta il mio destino è quello di un essere incompleto e mai pienamente felice. Un essere che, al massimo, può aspirare alla serenità.

E mi fa ridere pensare di aver passato tutto il giorno con in tasca un foglio con su scritte le cose che dovevo dirle al telefono. Non è servito a niente perché tanto, quelle parole, nessuno le vuole sentire.

La cosa peggiore è che non sto soffrendo come dovrei.

Mi odio perché, anche se a leggere queste righe non si direbbe, non sto poi così male. perchè sono più incazzato che triste.

Voglio soffrire di più. Lo voglio sul serio. Soffrissi di più, almeno avrei la consolazione di essere ancora vivo, ancora in lotta. Invece, come succede verso la fine, non sento più dolore, ma solo tanto freddo; tanto vuoto e a tanta indifferenza. Forse mi sto convincendo di essere destinato a perdere. Forse mi sto arrendendo a restare solo.

E da questo, una volta caduto, da solo non riuscirò più ad alzarmi. Almeno questo lo so. Lo so perché non ci sarà niente a cui aggrapparmi.

---fanculo---

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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
CHE FACCIO? Studente, aspirante giornalista, cantante
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