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Thursday, June 30, 2005 - ore 19:01
Che ci fa un albero in inverno?
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Solitamente, si consiglia di aspettare sempre la fine per fare i conti. Che cosa stupida, a pensarci bene. I conti non si fanno mai alla fine, a giochi fatti. I conti veri si fanno in mezzo al campo di battaglia: si valutano le posizioni delle truppe, le variabili del terreno, le eventualità di vittoria; poi si butta tutto dentro un calderone, si mescola un po e se ne tirano fuori strategie. Che scemenza pensare che i conti si facciano alla fine, quando il latte è stato versato, i ponti bruciati e i fossi sono pieni! A quel punto fare i conti non serve più a niente, se non a coccolarsi nell'illusione della vittoria o nella calda autocommiserazione di una sconfitta.
Oggi finisce il mese. E' finita la primavera biologica (quella degli appetiti e delle sbornie, per intenderci). Probabilmente è finita anche la mia primavera vitale, il mio primo quarto di vita. E pure non ho voglia di fare nessun fottutissimo conto.
Ieri ho dato quello che potrebbe essere l'ultimo esame ufficiale della mia vita; un esame che ha attestato, senza beneficio di dubbio, come il mio tempo scolastico sia finito, e la svolta sia dietro l'angolo.
E' inevitabile: prima di girare l'angolo, si dà un occhiata indietro alla strada fatta. Ma questo non è un fare i conti! Mi rifiuto di decidere se la mia strada è stata fin qui sensata o folle, buona o cattiva. E' solo un constatare fin dove sono arrivato, un riguardare i pali contro cui ho cocciato, le discese che mi hanno lanciato, le buche che mi hanno irritato, le salite che mi hanno esasperato.
E adesso? Adesso giro l'angolo e, ben peggio di non sapere cosa troverò, non so cosa ne farò. Gli ultimi metri prima della svolta si sono svelati tremendamente appassionanti e insieme scontati. Turbinosi, ma dall'esito sempre eternamente uguale, quasi un segno che, nel bene e nel male, nonostante tutto dal destino non si sfugge. La strada è quella. Puoi decidere dove accelerare, dove rallentare, dove fare follie e dove riposarti, ma la strada è quella... non puoi cambiarla. Non puoi fare in modo che si incroci inevitabilmente con altre o che scali le montagne più alte.
Ricordo che un giorno, da piccolo, ero con la mia famiglia nella casa dei nonni in campagna. Avevo dieci anni. Era marzo e una piccola tempesta di neve era scesa la mattina. Mio padre mi aveva chiamato: c'era un piccolo pesco che era appena stato piantato e che poteva morire se non fosse stato messo a riparo da quella neve intempestiva e spavalda. Uscimmo nel freddo umido e irreale di una nevicata primaverile, e mettemmo un telo di cerata sopra l'albero, in modo che avesse da sopravvivere. Mio fratello più piccolo ci guardava da dietro al finestra calda e gialla. Rientrammo. Guardando il telo blu sferzato dal vento bianco là fuori, mio fratello ancora piccolo chiese a mio padre: "Papà... che ci fa un albero d'inverno?"
Che ci fa un albero in inverno? Non dovrebbe essere là, eppure non può farne a meno. Non dovrebbe sopravvivere, ma lo fa lo stesso. Perchè?
Se ogni cosa che facciamo un giorno freddo di marzo svanirà, tutto insieme scomparso nel momento in cui giriamo l'angolo... se tutto finisce alla stessa maniera, colto da un vortice nevoso di una giornata di primavera... se ogni cosa è destinata a svanire lentamente... non è forse logico pensare che le stesse cose, tutte, siano state fatte per un solo scopo? Per un fine più alto?
Da dove nesce il senso del nostro piangere, del nostro respirare, del nostro impegno e del nostro sudore, del nostro ridere e del nostro pensare se non nel tentativo di dare un senso a ciò che senso non ha, perchè tanto non dura; darci l'impressione che al nostra vita abbai uan direzione? Cuocere un uovo come laurearsi, curare un cancro come tagliare l'erba. Tutto fatto allo stesso scopo, tutto per un fine ultimo: trovare un senso alle cose che, separate, un senso non possono avere, perchè irrimediabilmente segnate dalla loro volatilità, dal fatto che noi sappiamo che non dureranno. Dalla nostra coscienza di mortalità.
Gli uomini stanno, come un albero di mezza stagione, incastrati in un eterna provvisorietà, in una infinita stagione di transito, dove niente che faciamo dura e tutto quello che rimane passa. Come alberi d'inverno rimaniamo lì e continuiamo a svolgere le nostre funzioni; funzioni che ci fanno star bene o male, ci fanno vivere... come un albero che resiste per arrivare alla prossima estate, un'estate che non sa se vedrà... Un albero coperto di neve bianca che cerca un senso al suo lottare, e lo perde e poi lo ritrova, e lo smarrisce e poi lo ripiglia...
Un albero d'inverno, che ci sta a fare?
Aspetta un telo di cerata.
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