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Monday, July 25, 2005 - ore 14:14
La riconquista maschile del domestico.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Qualche ora fa seguivo un reportage della famosa rubrica televisiva americana "60 Minutes". Si parlava del livello occupazionale delle donne in maternità. Da una ricerca svolta risultava che l'85% di un campione di donne in piena e folgorante carriera lavorativa (grandi avvocati, giudici, architetti...) lasciava il lavoro per questioni di maternità. Un'altra ricerca dimostrava che, delle laureate di tre diverse prestigiose università americane, solo il 35% svolgeva un lavoro a tempo pieno dieci anni dopo il titolo di studio.

Certo, sembrano dati più che preoccupanti. Andando oltre i facili qualunquismi che mettono l'uomo alla sbarra come egoistico sognatore di una carriera infinita, incapace di rinunciare alle proprie aspirazioni lavorative per quelle stesse chances di carriera alla propria partner, ciò che preoccupa di più è l'interpretazione della studiosa Helene Hirschman: queste donne che hanno rinunciato alla carriera per la maternità potevano essere tutte potenziali senatrici, candidate alla camera, rappresentanti statatali di alto rango, perfino future presidenti. Ecco dunque spiegata la spaventosa carenza di donne tra i ruoli di potere istituzionale: non è tanto il becero sessismo maschilista a chiuder loro la strada, ma le loro scelte di vita.

Per suparare questa pericolosa empasse (che priva il modo delle capacità di buona parte del 50% dell'umanità... mica noccioline) nel documentario si cercavano soluzioni nelle aziende: contratti conservativi - vai via oggi e ti riprendiamo tar 10 anni - stipule part-time - lavori tre giorni alla settimana e basta - ... tutti palliativi di poco conto a mio avviso. Non sarà tanto una maggiore flessibilità economica a risolvere il problema, a parer mio, ma un deciso cambiamento culturale.

Quando vidi le interviste a queste donne che avevano rinunciato ad una luminosa carriera per fare le mamme, vedevo tutte donne che sembravano veramente felici; quando parlavano del passato non lo facevano con malinconia e quando dovevano giustificare le loro scelte lo facevano con convinzione e serenità. Insomma: non avevano lasciato il lavoro perchè erano costrette ma perchè gli piaceva l'idea! L'errore non è tanto nelle politiche di assunzione o nel sessimo economico, ma nel fatto che noi tutti vediamo come una perdita il rinunciare al lavoro per seguire la famiglia! Ma non è così; è proprio qui l'errore culturale. Queste donne rinunciano a molto ma, in cambio, ricevono tantissimo.

Il punto non è tanto, quindi, chiedersi se gli uomini dovrebbero essere più disponibili a lasciare il lavoro per dividere gli oneri domestici con la compagna di vita. O meglio: è questo il punto, ma non deve essere visto da loro come una sconfitta. Forse quelli che al momento ci perdono di più sono proprio gli uomini, che rinunciano quasi sempre e in toto ai vantaggi della vita di famiglia, all'amore dei figli, a vivere con costanza in un ambiente familiare sereno.

Le donne si sono già accorte da almeno cinquant'anni del loro gap nel mondo del lavoro, e si sono date da fare per conquistare posizioni; spesso riuscendoci. E' ora che il maschio prenda coscienza del suo "gap domestico" e cominci a lottare per esso. L'uomo non deve essere costretto a stare in casa ma deve voler farlo. Le donne rinunciano a carriere politiche per la maternità e quindi, in definitiva, rinunciano al potere? Vero. Ma siamo sicuri che non sia un potere (e nenache di poco conto) avere praticamente il monopolio femminile nell'educazione e nella formazione dell'intero genere umano, e tra questo dei futuri leader che in esso si nascondono? Non è forse questo un ruolo per cui i maschietti dovrebbero trovare conveniente lottare?
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