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Monday, September 26, 2005 - ore 15:59 Il grande Torino Valerio BACIGALUPO 12.1.1924 Vado Ligure (SV) portiere Aldo BALLARIN 10.1.1922 Chioggia (VE) terzino Virginio MAROSO 26.6.1925 Crosara di Marostica (VI) terzino Giuseppe GREZAR 25.11.1918 Trieste mediano Mario RIGAMONTI 17.12.1922 Brescia centrosostegno Eusebio CASTIGLIANO 9.2.1921 Vercelli mediano Romeo MENTI 5.9.1919 Vicenza ala Ezio LOIK 26.1.1919 Fiume interno Guglielmo GABETTO 24.2.1916 Torino centravanti Valentino MAZZOLA 26.1.1919 Cassano d'Adda (MI) interno Franco OSSOLA 23.8.21 Varese ala Danilo MARTELLI 27.5.1923 Castellucchio (MN) jolly Altri giocatori: Dino BALLARIN, Emile BONGIORNI, Rubens FADINI, Pietro OPERTO, Jules SCHUBERT Direttore tecnico: Egri Ernest ERBSTEIN (Nagy Varad, 13 maggio 1888) Allenatore: Leslie LIEVESLEY (England) Valerio Bacigalupo (Vado Ligure, 12 marzo 1924 - Superga, 4 maggio 1949) portiere. Approdò al Torino dal Savona a soli 21 anni. Era l’ultimo di una dinastia di fratelli, tutti sportivi. Esordì in un derby, che arrivò subito alla prima di campionato. Silvio Piola lo trafisse mestamente con un rigore, che Valerio aveva cercato di parare goffamente. Forse quell’episodio fu determinante per il suo orgoglio, per il desiderio di affermarsi come il miglior portiere. Dopo un inizio leggermente stentato, divenne un ottimo portiere sistemista. L’arma migliore di Bacigalupo erano le alte qualità atletiche: era uno specialista dell’acrobazia, dote fondamentale per un portiere. Era dotato di uno spettacolare «colpo di reni» che gli era facilitato da due caviglie esplosive, costruite fin da ragazzino quando giocava in spiaggia. Era coraggioso ed usciva dai pali con giusto tempismo, volava sul pallone con scatto secco. La sua principale caratteristica era la respinta di pugno in mischia. Sicura la presa. Spesso doveva intervenire a «freddo», poiché giocava in una squadra votata all’offensività. Sempre puntuale sulla palla e scattante. Si può dire che abbia inaugurato l’era dei portieri moderni, accentuando molto le uscite acrobatiche, autentica rivoluzione per i portieri dell’epoca, diventando così un vero supporto della difesa. Fu uno dei primi portieri a esibirsi in uscite in presa alta con il ginocchio piegato in avanti. Soprattutto era insuperabile nell'impostare la difesa e richiamare all’ordine i suoi difensori. La sua regia era preziosa per la squadra, un vero punto di forza. Carattere forte, non si lasciò mai prendere dallo sconforto benché non venisse convocato in Nazionale frequentemente come i suoi compagni, coperto da Sentimenti IV. Dotato di una simpatia innata, con Mario Rigamonti e Danilo Martelli, gli altri due scapoli del gruppo, faceva parte del famigerato «Trio Nizza». I suoi occhi azzurri ricordavano il mare della sua Liguria. Aldo Ballarin (Chioggia, 10 gennaio 1922 - Superga, 4 maggio 1949) terzino destro. Roccioso e di grande temperamento, ottimo colpitore di testa, si adeguò gradualmente ma con pieno successo al "sistema", dopo aver giocato per anni con il vecchio "metodo". Gli affidavano in marcatura le ali più pericolose e talentuose, che seguiva come un'ombra fino ad accentrarsi in area per raddoppiare sulla punta avversaria. Si ricordano di lui la velocità, la correttezza nei duri contrasti di gioco e la sforbiciata aerea. Arrivò da Trieste come terzino metodista spazzatutto per una cifra allora impensabile per un terzino: 1,5 milioni, più di quanto spese Ferruccio Novo per Valentino Mazzola e Ezio Loik insieme. Quando Novo lo convocò a Torino per deciderne l’acquisto, molte squadre lo volevano, lui rispose: «A Torino, nel Torino, ci vengo anche a piedi, presidente.» Fu considerato uno dei più forti terzini di destra europei. L’intesa con Virgilio Maroso fu eccezionale, rappresentava durezza ed eleganza, decisione e gioco in linea perfetto. Una coppia ben assortita davvero. Aldo non era elegante come Virgilio, ma era generoso, forte di testa e deciso nei recuperi. Battuta lunga e pulita. Aveva la magia di ipnotizzare l’avversario, guardandolo dritto negli occhi, con la consapevolezza, diceva lui, di intuire tutte le finte delle ali sinistre. Alla durezza e al coraggio in campo, contrapponeva un carattere timido e riservato nella vita di tutti i giorni. Arrossiva quasi a parlare con persone semisconosciute. Taciturno, forse il più silenzioso della comitiva, ma era un gran marcatore di quelli che nessun avversario desiderava incontrare. Virgilio Maroso (Crosara di Marostica (Vi) 26 giugno 1925 - Superga 4 maggio 1949) È stato insieme a Mazzola il più grande talento del Grande Torino. Un talento che sembrava uscire da una forza sovrumana. Fisico esile, ma robusto, splendido nel suo correre leggero, nello scatto d'anticipo e nei recuperi. Recitava la parte del terzino come un artista. Era un raffinato palleggiatore, dalla coordinazione naturale, potente ed elegante, riusciva anche a portarsi in attacco con la disinvoltura di un attaccante. Avrebbe potuto giocare ovunque. L'unico lavoro dell'allenatore fu quello di inculcargli la mentalità del difensore. La sua classe gli permetteva spesso di «nascondere» la palla all'avversario diretto, prima che questi potesse giocarla. Un fenomeno. Pulito nelle entrate, raramente falloso. Era come una piuma, un merletto. La mano di un pianista talentuoso. Maroso, si può dire senza enfasi, era la sintesi vivente, tecnica ed agonistica dei migliori calciatori mai esistiti. Fermava gli attacchi più difficili, con una semplicità apparente che solo i grandissimi atleti possiedono. Giocava sopratutto per divertimento anche se non desiderava che la moglie assistesse alle partite. Riflessi prontissimi, elasticità muscolare e rigida disciplina di vita, per essere perfetto in campo. Alle 22 andava di regola a letto e se usciva alla sera, anche solo per una passeggiata, anticipava la cena, per non perdere più di mezz'ora di riposo. Le sue passioni dopo il calcio erano le motociclette e i cani. Non era particolarmente superstizioso, ma prima di ogni partita era solito vestirsi sempre allo stesso modo: giacca Principe di Galles e pantaloni di vigogna scuri. E nel recarsi al campo passava da Piazza San Carlo per pestarvi il Toro davanti al Caffé Torino. Quando morì nella tragedia di Superga doveva ancora compiere 24 anni. Giuseppe Grezar (Trieste, 25 Novembre 1918 - Superga, 4 maggio 1949) mediano. Punto di riferimento più arretrato del quadrilatero di centrocampo. Il più accorto di una squadra spesso sbilanciata in avanti. Grande senso tattico, stile sobrio e classe da vendere. Elemento guida della difesa granata, regista difensivo e primo riferimento nella costruzione dell'azione. Uomo d'ordine, tatticamente perfetto. Aveva una corsa sciolta e redditizia, che aiutava a velocizzare la manovra con lanci di prima intenzione. C'era molta intesa tra lui e Valentino Mazzola, che era tra le manovre vincenti della squadra. Buona anche l'intesa con Aldo Ballarin con il quale aveva aperto un negozio di tessuti, ma gli affari erano andati male ed avevano chiuso quasi subito. Lavorava in copertura con molta attenzione e usciva in appoggio con molta prontezza. Era dotato di buona tecnica, amava la triangolazione, era abile nel lancio in profondità, si inseriva anche in avanti, ma i suoi compiti di filtro non gli consentivano di arrivare spesso in zona tiro. Esordisce a 20 anni come titolare nella Triestina, dopo aver trascorso gli anni giovanili in squadre dilettanti. Arriva al Toro nel 1942. Gli costò un po’ lasciare l'amata Trieste, ma il pensiero di ritrovare gli amici della Nazionale, Ezio Loik e Mazzola, gli rese meno difficile lo spostamento. Taciturno e melanconico di carattere, è, anche per anzianità, una guida anche nello spogliatoio. Il suo motto era lavorare duro, sgobbare, spesso in silenzio e modestia. Era di poche parole e le sue emozioni se le teneva dentro: «Il football non sono parole, ma fatti concreti». Mario Rigamonti (Brescia, 17 dicembre 1922 - Superga, 4 maggio 1949) centromediano. Era un marcatore duro e coraggioso, talvolta rabbioso negli interventi. Il suo ruolo era quello di centrosostegno. Non era ancora stato coniato il termine di "stopper" e mancava ancora il libero. Doveva preoccuparsi di non far segnare il centravanti avversario, se la vedeva lui con gli avversari più difficili. Rigamonti sapeva esaltarsi nella lotta contro l’uomo da marcare e cercava lo scontro confidando nelle sue qualità atletiche notevoli. Grande colpitore di testa, rapido nello scatto e nel recupero, imperioso negli interventi in acrobazia. Un punto sicuro della difesa, meno raffinato di Virgilio Maroso, più simile a Aldo Ballarin. Uno degli elementi dal rendimento più costante, capace di giocare tutte le partite ad un ritmo infernale, con la massima concentrazione. Era considerato il duro della difesa, da cui il soprannome "La roccia" . Molti centravanti dell’epoca ricordano la sua decisione nella marcatura, cercava di anticipare i diretti avversari, ove non gli riusciva non esitava a ricorrere alle maniere forti. Da lui non si chiedevano preziosismi. Spesso Valerio Bacigalupo lo aiutava in difesa richiamando la sua attenzione. Esuberante nella vita come sul campo, era lo "scapestrato" per eccellenza del gruppo. Leggendarie le sue corse in motocicletta, i suoi ritardi ai raduni estivi della squadra. Insieme a Bacigalupo e Danilo Martelli formava il "Trio Nizza", i tre mattacchioni del Toro che amavano cantare, fare scherzi, divertirsi. Una bella storia, una di quelle belle storie fuori dal campo, che resero ancor più grande, ancor più leggendario quel Torino. «Matto, matto come un cavallo, ma tanto buono» così era solito definirlo bonariamente Novo. Per lui era come un figlio, l’aveva visto crescere nelle giovanili, fino a vederlo titolare in prima squadra. Riga aveva una passione sfrenata per la moto e nonostante ci fosse il veto societario, il Presidente lo perdonava sempre per le sue scorribande da centauro. Era un tipo generoso, spontaneo, sempre pronto a riconoscere i meriti dei compagni: "Mazzola è metà squadra, il resto lo facciamo noi". A lui è intitolato oggi lo stadio della sua città natale. Eusebio Castigliano (Vercelli, 9 febbraio 1921 - Superga, 4 maggio 1949) mediano. Forte di testa, gran distruttore del gioco avversario ma fortissimo anche in attacco, grazie ai continui scambi di posizione con Ezio Loik. Aveva un viso già segnato nonostante la giovane età, e i capelli ricci, quasi da mulatto. Possedeva due gambe da trampoliere, il corpo lungo e longilineo, ma aveva anche buoni muscoli. Era lui che incitava i compagni in difficoltà, anche urlando, se necessario, per distribuire il gioco. Originariamente era mezz’ala, ma divenne il mediano sistemista probabilmente più possente del nostro calcio. Con Valentino Mazzola catturava la passione dei tifosi, grazie alle sue impennate quando le cose non giravano per il verso giusto. Correva abbassando un po’ la testa, come i cavalli da tiro quando devono portare un grosso peso. Imprevedibile e potente il tiro, che scoccava con entrambi i piedi: la classica "castagna" dalla media distanza. Incessante il movimento a tutto campo: spesso prendeva per mano la squadra nei rari momenti di offuscamento del centrocampo. Un dinamismo senza paragoni, una furia esplosiva. Era un anti-divo, spavaldo e scherzoso. Era il "collante" dello spogliatoio granata e interpretava il calcio come un divertimento, senza prendersela né reagire mai alle provocazioni. Romeo Menti (Vicenza, 5 Settembre 1919 - Superga, 4 maggio 1949) ala destra. Cresciuto nel Vicenza, dopo tre anni a Firenze giunse al Torino nel 1941. Ambidestro, incontenibile nelle progressioni, Menti era un’ala destra impareggiabile: aveva scatto, velocità, dribbling, tiro, astuzia, era abilissimo nelle finte e preciso. Soprattutto nel tiro, che spesso era una rasoiata, un fendente che tagliava l’aria. Le punizioni, i rigori erano suoi. Nel sistemare la palla, con un gesto quasi impalpabile, cercava la gente, che essendo un tutt’uno con la squadra, iniziava ad incitarlo: «Meo, Meo... » E Meo difficilmente tradiva la sua gente. Faceva disperare Valerio Bacigalupo in allenamento. "Baci" scommetteva di riuscire a parare le sue punizioni, ma non gli riusciva mai, così fingendo rabbia, faceva un po’ di teatrino, per poi pagare l’aperitivo a tutti i compagni. Mise in mostra la sua abilità di goleador anche in Nazionale, con 5 gol in 7 presenze. Partiva in posizione larga, per poi accentrarsi e giungere al tiro. Il suo piede forte era il sinistro. Era specialista nella botta secca, tagliando spesso il pallone, per imprimergli traiettorie che potessero ingannare i portieri avversari. Portava indubbiamente al Toro maggiore spinta offensiva. Spesso provava nostalgia, diviso dalla passione per il Toro e Firenze, dove risiedeva la famiglia, moglie e figli. Nel 45-46 tornò alla Fiorentina per disputarvi un campionato. Poi di nuovo in granata, dove il destino lo chiamò a concludere la carriera. Aveva un certo languore sul viso, lo sguardo a volte malinconico. Taciturno e riservato, era detto dai compagni "il cannone silenzioso". Ezio Loik (Fiume, odierna Croazia, 2 settembre 1919 - Superga, 4 maggio 1949) mezzala destra. Dopo tre convincenti stagioni al Milan, approda al Venezia che trascina con Valentino Mazzola al secondo posto in campionato e alla vittoria fella Coppa Italia nel 1937. Mezzala di gran movimento, tenace in copertura e implacabile in zona gol. È il "motore" del Grande Torino: se Mazzola rappresentava la mezzala estrosa, Loik era tutto concretezza. L'intesa con il capitano, già perfetta ai tempi del Venezia, diventò un'arma invincibile del Grande Torino. Andava a segno con incredibile continuità, grazie ad un tiro ambidestro potente e precisissimo, spesso scoccato da fuori area. Vittorio Pozzo lo adorava, ritrovava in lui il calciatore con gli attributi che gli piacevano. A Fiume, da giovane, l'avevano soprannominato «elefante», per quel modo un po' macchinoso che aveva di muoversi in campo. In seguito però fu una caratteristica rilevante, perché quel suo muoversi era emblema di saggezza e potenza, di forza e disciplina e di energie sempre fresche. Loik era considerato il motorino della squadra e anche uomo di fatica: era minuto, ma dotato di una forte muscolatura. Difficilmente gli avversari riuscivano ad atterrarlo, anche ricorrendo al fallo. Non era velocissimo, ma giocava la palla con rapidità. Calciava spesso a rete, tenendo la palla a mezza altezza. Era deciso nel tackle, pronto a rientrare in appoggio alla difesa. Provvidenziali le sue «cuciture» nei momenti di poche sbavature della squadra. Era molto stimato dagli avversari per la sua civiltà di comportamento fuori e dentro il campo. Interpretava il suo ruolo con generosità, spesso faticando per due. La sua infanzia a Fiume non fu facile: la famiglia era molto povera e sopravviveva in condizioni precarie. Lui non pensava che al pallone. I primi soldi dell'ingaggio, bigliettoni da 100 lire, che all’epoca erano larghi come lenzuola, li aveva stesi tutti sul letto. Quasi non credeva ai suoi occhi di fronte a tanti soldi. Ma i soldi non lo cambiarono mai. La sua grinta, il suo sacrificarsi per la squadra, il coraggio, la temerarietà non vennero mai meno. Era considerato un diamante, sia dal punto di vista caratteriale, sia in campo. Loik era il principale punto di riferimento per Mazzola, erano quasi inseparabili. Fu uno dei dominatori della Nazionale che lo vide tra i convocati sicuri. Nove partite e quattro gol con la maglia azzurra, la più bella a Torino contro l'Ungheria di Ferenc Puskas (3-2), dove segnò il gol decisivo all'89°: staffilata bassa con carambola a fil di palo. Guglielmo Gabetto (Torino, 24 febbraio 1916 - Superga, 4 maggio 1949) centravanti. Insieme al portiere Alfredo Bodoira è stato l'unico calciatore ad avere vinto il campionato italiano sia con la Juventus sia con il Torino. Attaccante completo, rapido nel breve e guizzante nel dribbling, con notevoli doti acrobatiche. Fantasioso realizzatore di gol apparentemente impossibili. La coordinazione e la potenza del tiro ne fecero un cannoniere implacabile. Era acrobatico, astuto e malizioso, sfruttava il fisico longilineo e spigoloso per dare spettacolo. Odiava fare le cose banali. Per la sua eleganza e i capelli sempre in ordine, lisciati dalla brillantina a imitazione dell'altro grande juventino Raimundo Orsi, era chiamato il «Barone», come accadrà decenni dopo a Franco Causio. Era il cosiddetto "uomo spogliatoio", sapeva sdrammatizzare ogni situazione, gratificato da una spontaneità tipicamente popolana. Torinese purosangue, della Borgata Aurora, incominciò a giocare nella Juventus nel 1934, e in soli sette anni segnò 102 gol (di cui 86 in campionato) che ne fanno ancora oggi uno dei migliori realizzatori nella storia della società bianconera. Nel 1941 fu acquistato, dal Torino Calcio, per la somma, notevole per l'epoca, di 330.000 lire. Nello stesso anno la società granata acquistò altri due juventini, Felice Borel e Alfredo Bodoira. Qualcuno, scherzosamente, lo chiamava «La Santa Rita dei goleador», per i suoi gol così difficili da realizzare, un po' come i miracoli attribuiti alla Santa. Era molto amato dai tifosi, che lo chiamavano "Gabe". Lui legava profondamente con Franco Ossola, e ciò era proficuo anche in campo, dove il loro affiatamento dava buoni risultati alla squadra. Quando arrivarono al Torino anche Ezio Loik e Valentino Mazzola poté giocare al meglio delle sue possibilità, e negli anni successivi divenne un pilastro del Grande Torino, unico autentico torinese di quella squadra insieme ad Operto. Nel Torino aveva segnato 120 gol in 219 partite, la stessa media eccezionale che aveva tenuto nella Juventus e che ne fa uno dei più grandi attaccanti del campionato italiano. Valentino Mazzola (Cassano d'Adda, Milano 26 gennaio 1919 - Superga, Torino 4 maggio 1949) La prima squadra di Valentino Mazzola fu l'Alfa Romeo Milano, club di serie C con la quale militò durante la stagione 1938-1939. Nell'anno in cui iniziò la Seconda guerra mondiale egli passò al Venezia, società di serie A con la quale si mise in mostra nel massimo campionato. Con i lagunari giocò come mezzala sinistra, formando con l'ala destra Ezio Loik una coppia perfetta che avrebbe fatto epoca nel nostro calcio. Il Venezia era allora una squadra modesta, ma la classe ed il temperamento di Mazzola non passarono inosservati. Grazie al suo decisivo apporto, la squadra veneta vinse la Coppa Italia nel 1941 ed arrivò terza al termine della stagione 1941-1942. Al termine di questa annata passò al Torino, che grazie alla sue imprese e a quelle di alcuni suoi compagni divenne il "Grande Torino": con i granata vinse da capitano cinque scudetti (1943 e poi dal 1946 al 1949) disputando in totale 231 partite segnando 109 reti (29 nella stagione 1946-1947, con cui si laureò capocannoniere della serie A). Quando morì la stagione 1948-1949 non era ancora conclusa, ma la Federcalcio decise di assegnare d'ufficio il titolo ai granata Franco Ossola (Varese, 23 Agosto 1921 - Superga, 4 maggio 1949) ala e centravanti. Arrivò diciottenne a Torino nel 1939, dal Varese. Partito come rincalzo, nei primi anni soffrì la presenza del grande Ferraris II, che occupava la fascia sinistra d'attacco. Divenne poi titolare, conquistando la maglia n. 11, che certamente onorò. Di lui principalmente si diceva: «Piedi da brasiliano e cervello fino». Ossola giocava a testa alta, l’occhio mirava sempre dove poteva trovare il varco per andare in gol. Era un peso leggero con piedi da sudamericano. Un’ala tradizionale, ambidestro (fatto raro), scatto lieve e tecnica purissima. Grande opportunista in area di rigore, dove sfruttava il suo scatto breve, il tiro più pensato, più piazzato che potente, e segnava spesso con le sue zampate sulle respinte dei portieri. Sulla fascia giocava largo, per ampliare il fronte offensivo e cercare il cross. Teneva il pallone in campo correndo sulla linea laterale e si insinuava tra la linea e il terzino come un folletto. I suoi gol erano spesso fulminei, imprevedibili, a volte il pubblico si accorgeva in ritardo che aveva messo in rete. Fu il primo ad arrivare in quella squadra leggendaria, anche per questo era molto amato. Approdò al Toro da Varese su segnalazione di Antonio Janni, il quale ricorda che, mentre era seduto al bar, vide giocare alcuni ragazzini sulla piazza e tra questi notò Franco Ossola, che sapeva colpire la palla come un campione vero. Lo portò subito al Varese, la squadra che allenava. Il cuore di Antonio Janni era rimasto granata e non voleva farlo giocare per passarlo direttamente al Torino, ma fu costretto a metterlo in campo a causa di un infortunio di un suo titolare (Magni). Ossola finì la partita con la gente in piedi ad applaudirlo. Janni contattò immediatamente Novo, perché c’era già l’Inter sulle sue tracce. Novo, che aveva fiuto, lo acquistò subito per 80.000 lire. Di carattere riflessivo e talvolta malinconico, Ossola trovò nel brioso Gabetto l'ideale antitesi, con cui perfezionò un'intesa anche nel mondo degli affari, aprendo il "Bar Vittoria" a Torino. Danilo Martelli (Castellucchio, 27 Maggio 1923 - Superga, 4 maggio 1949) mediano e mezzala. Esordì con il Marzotto e, dopo un quadriennio al Brescia, raggiunse il Torino nel 1946. Era considerato il nuovo talento, in attesa di essere titolare. Accettò il ruolo di prima riserva, imparando dai grandi campioni al suo fianco. Ma i tifosi iniziarono ad andare allo stadio Filadelfia con la speranza di vederlo giocare. Con le sue 72 presenze e 10 reti, contribuì agli scudetti degli anni 1947, 1948 e 1949. Valentino Mazzola gli consigliava sempre di essere «più cattivo». Martelli era un mediano più di quantità, abile in difesa, determinato, intuitivo anche nel proporsi in attacco, ma ottimo a rientrare in copertura. Generoso nei recuperi, duro in marcatura, era anche un buon realizzatore. Si inseriva tra i titolari di centrocampo interpretando con sicurezza ogni ruolo. Anche se spesso prendeva il posto di Giuseppe Grezar. Danilo godeva di tale considerazione da parte dei suoi compagni, che fu al centro di un fatto curioso. Il Toro aveva necessità di vendere qualcuno per riassestare le proprie finanze, e aveva pensato di cedere Martelli, nuovo astro nascente e appetito da molte squadre. I suoi compagni organizzarono una specie di autotassazione per arrivare alla metà della cifra che l’avrebbero pagato le altre squadre, pur di far rimanere Danilo in granata. Allegro e burlone, ma nondimeno amante della tranquillità, era, con gli altri due scapoli Valerio Bacigalupo e Mario Rigamonti, l'elemento più moderato del famoso "Trio Nizza". Si divertivano goliardicamente, e anche Martelli poteva sorridere, col suo sguardo sempre un po’ malinconico. COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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