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Thursday, October 13, 2005 - ore 19:07
bakel
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sei ritto di fronte alla tua opera compiuta. Cosa pensò Michelangelo davanti al suo David adesso finalmente lo sai: un improvviso, fiammeggiante e preoccupante impulso di fotterlo. La tensione erotica ti fa sprofondare lo stomaco fino ai talloni, te ne vieni solo a vederlo, il tuo capolavoro. Cammini all’indietro, uno, due, tre passi. Ti domandi come sei riuscito a creare una cosa simile. Giuri a te stesso che non lo sai proprio. Gli orbiti intorno. Vedi solo perfezione, vedi solo irresistibili punti di attracco per le tue libidini alla deriva. Qui potrei farci questo, lì potrei farci quest’altro.
Ti inginocchi ma non preghi, osservi. Osservare per ore senza mai stancarsi. Senza mai cogliere tutti i particolari più intimi, è come guardare un altare di barocco spagnolo. Le tue pupille si dilatano. Il bioritmo impazzisce. A nessuno è capitato di vedere il caos in carne ed ossa. Un’architettura di lussurie che si regge su sei gambe, sei braccia le hai infilate in qualche modo, come spilli in un puntaspilli. Uno scienziato potrebbe considerarla come una specie a sè, ma invece è umana, anzi, sei uman-e.
Non ti sei mai deciso su come avrebbe dovuto essere la tua donna ideale. Prima di arrivare a farti un’idea organica, sei andato in perlustrazione per locali, associazioni onlus, viali, parcheggi di supermercati. Hai prelevato campioni di fauna femminile. Inizialmente senza l’idee precisa su cosa fartene di quelle femmine, non avevi un progetto. Tutte carine, tutte con lo sguardo simpatico, sia sopra che sotto. Tutte che gridano.
Poi all’improvviso in qualche luogo remoto del tuo ipotalamo, ti si è attivato un pensiero democraticamente sconvolgente, tutto in uno, all for one, l’unione fa la fica.
Hai calzato un paio di guanti di lattice nero che arrivano fino all’ansa del gomito. Prendi mannaia, sega, ago, filo. Lasci che il tuo estro guidi il braccio. E il tuo braccio taglia e strappa e cuce.
Barbara.
Katy.
Elvira.
Hai dovuto lottare con loro, sgusciavano via disordinatamente. Era come far intendere a delle trote a cui stai togliendo le lische, di non dibattersi tanto, perché un volta pulite, cotte in forno, condite con la maionese, saranno più gustose di come lo sono adesso con la testa, la coda, e tutto il resto.
Visto che dovrete convivere, devi cercarle un nome, il nome dovrebbe essere di genere femminile. Pensi di chiamarla con le iniziali delle fanciulle che la compongono: viene fuori ‘Bakael’.
Nome che richiama angeli biblici, trombe e diluvi, sette piaghe, Sodoma, Gomorra. Tu sei dio. Bakael, il tuo ultimo inquilino.
Passate la prima notte insieme. Bakael non chiude gli occhi, mai, nessuno. Nemmeno tu, non riesci a prendere sonno. Ci hai giocato tre ore di fila con lei, il resto del tempo lo hai impiegato a guardarla incapace di pensiero. Bakael non ti ha chiesto nemmeno una volta se la ami, nemmeno una volta quanto guadagni al mese, ma faceva tutti i versi giusti al momento giusto, e con tonalità differenti. E’ come scopare con un coro polifonico. Sei proprio un uomo fortunato tu.
Il mattino vi coglie all’improvviso. Beccati mentre rubate la marmellata. Siete un groviglio di braccia, un ingorgo di peli e dita, un incrocio di gambe. Il ragno che penzola dal soffitto, se avesse la favella griderebbe per lo spavento. Un occhio di Bakael adesso ti punta, ha l’espressione di chi improvvisamente si è ricordato una cosa che aveva sulla punta della lingua. Da una delle bocche, bofonchia quattro sillabe in una lingua che non è terrestre. Potevi metterle in corpo anche tre cervelli, ma avevi paura di rimanere in ombra nelle conversazioni, di essere contraddetto in continuazione, hai deciso di impiantarne uno solo di cervelli, quanto basta.
Organizzi un party per presentarla ai tuoi amici. Fai dell’archeologia telefonica, decifrando nelle rubriche ingiallite, numeri che non chiamavi da secoli. Dei proprietari di quei numeri, alcuni sono sottoterra, altri in galera, altri sfrattati.
A quelli che rispondono e non ti riattaccano in faccia, fai il tuo invito.
Il party è fissato per le dieci di sera. Sono le undici e non è arrivato nessuno. Ti stai appisolando sul divano di finta pelle, hai in mano un bicchiere vuoto di finto cristallo, di lì è passata un’intera bottiglia di Vino, quello è vero. Il citofono raglia, scatti in piedi, almeno ce la metti tutta per farlo.
“Cazzo, arrivano!” Gridi euforico.
Premi il bottone dell’ascolto, “Venite pure, sono al terzo pi...”
“Sono il suo vicino del secondo piano. Non ho le chiavi, mi faccia la cortesia di aprirmi il portone.” Dicono da sotto.
Gli rispondi che ha sbagliato numero.
Il party è stato un fiasco. La colpa è tua, non lo hai pubblicizzato nella maniera giusta: come P.R. sei una merda. Hai fatto un giro di chiamate dicendo che organizzavi una festa per presentare la tua nuova fidanzata. Ci riprovi. Un altro giro di telefonate. Questa volta sei più vago, dici che ci saranno tre fiche alla festa. Così, la butti lì, l’esca.
Gli amici abboccano, anche quelli di cui non ricordi il nome, o addirittura non ricordavi la faccia, e sopratutto non ricordi di aver chiamato, e sono il numero maggiore. Non pensavi di essere così pieno di amici.
Olà, stronzone. Ciao. Eravamo nella stessa squadra di Yoga alle elementari. Ciao. Piacere. Come stai? Ciao. Tutto bene?. Una vita che non ci si vede. Ciao bello.
Tutti apprezzano il buffet, il vino, il divano, il cesso.
“Le fiche? Dove sono le fiche?” Chiedono.
Il momento delle presentazioni è arrivato. Batti le mani, un solo rapido schiocco.
Una tenda della finestra del salotto comincia a vibrare. Bakael si mette in moto come un cingolato della grande guerra. La tenda che la nasconde per intero, le scivola sopra man mano che lei si avvicina a te. Cammina con andatura goffa e dinoccolata, le sue gambe sono quella di un elefantino che ha appena rotto la placenta. Bakael è nuda, non sei riuscito a trovare un abito della taglia giusta. Una taglia ottantadue, ottantadue e mezzo.
Inizialmente nessuno si rende conto di cosa sta realmente vedendo. Passano sessanta secondi di mutismo.
Aria interrogativa.
Galvanizzazione generale.
Espressione di torbida delizia.
Un tipo che ti sta accanto, riprende a deglutire e chiede: “Non vorrei sembrarti indiscreto, ma... cosa, chi, che è questa!”
Allarghi le braccia, inclini la testa come un passero che fa la posta ad un verme, sorridi tutto soddisfatto. “Ti presento Bakael, la mia fidanzata.” Dici.
“Posso toccarla? ” Domanda.
“Come no!”
“Morde?”
Gli dai uno spintone, lui finisce con il muso su una delle fiche di Bakael. Le stringe una mano e si presenta. Stanno qualche minuto in conversazione. Dio solo sa cosa si diranno. Appena ti avvicini, il tipo ti dice senza guardarti in faccia: “Ma dove vi siete incontrati?”
“In vari posti.” Rispondi. Lui rimane a fissarla.
Dietro di te un altro amico ti bussa alla schiena e chiede se la presenti anche a lui.
Certo: “Ti presento Bakael, la mia fidanzata.”
E così continua la giostra. Vi presento Bakael, la mia fidanzata.
Due ore dopo, tu e Bakael siete a nanna. Bakael fa sesso stupendamente, non è facile starle dietro. Ti senti appagato senza aver pagato, è già un bel successo. Non ne potevi più degli incontri occasionali. Non reggevi i tempi lunghi di un corteggiamento, troppo stressante, e ogni volta finivi a puttane. Era un circolo infinito. Hai trovato la soluzione universale.
Gli amici continuano a chiamarti, la tua casa ogni sera si riempie di persone, è sempre festa.
Tu e Bakael parlate di sposarvi, di avere figli, di fare un viaggio alle Maldive, di ridipingere di turchese la vostra camera da letto, perché fa pandant con il coordinato nuovo in viola di Provenza, tu vuoi comprarti uno Sharpei, ma lei è allergica alle rughe, decidete per una tartaruga acquatica. La vita gira per il verso giusto. Le stelle in cielo si spengono quando smettete di guardarle voi due.
Un pomeriggio rientri a casa dal lavoro prima del solito orario. La porta di ingresso è socchiusa
“Amore sono a casa,” riprovi, “amore sono tornato. Amore?”
Starà riposando, pensi. Bakael non esce mai.
Ti andrebbe un bel sonnellino. Ti andrebbe un pompino come solo Bakael sa fare. Ma prima vai in cucina a preparati un caffè. C’è un uomo seduto al tavolo. Non ti sembra di aver mai incrociato i suoi occhietti da roditore incastonati in quella faccia ipertrofica. È vestito come un imprenditore finito sul lastrico o come un venditore di accendi fornelli di successo. Sta contando delle banconote, e le fa transitare da un mucchietto all’altro.
“Scusi... chi è lei, che ci fa nella mia cucina?” chiedi.
“Cinquecentocinquantacinque... cinquecentosettanta... schhhh.” Lui alza l’indice della mano destra per farti capire che non può risponderti, altrimenti perde il conto.
“Ehi!” Sbatti un pugno sul tavolo.
Prosegue: “Cinquecentonovantacinque... seicento.” Poi alza gli occhi e li punta verso la tua direzione, ma sbaglia mira e finisce di qualche grado più in là di te, come se parlasse alla tua aurea. Prende la cicca dal posacenere, fa un tiro, ti butta in faccia il fumo grigio e queste parole: “Datti una calmata, la puttana è di là, è tutta occupata, quindi, frena le palle e sgancia intanto i soldi, sono cinquanta euro, appena si libera un buco ti faccio un fischio.”
Voli in camera da letto, ti arrivano da lì grugniti e insulti. Spalanchi la porta e vedi una fioritura di culi bianchi in rapido movimento sussultorio e ondulatorio, ricoprono tutta Bakael.
Raggiungi il vuoto estremo e conserva una rigorosa tranquillità, citi mentalmente Lao Tze, tre volte.
Cerchi di dare alla tua voce un tono il più possibile indulgente con un lieve accento di severità, più o meno come quando si rimprovera ad un bambino di non mangiare tante caramelle perché avrà male al pancino. Questo è il risultato: “Come vi permettete, è la mia fidanzata quella.”
Nemmeno a pensarci che qualcuno ti ascolti, se possibile aumentano ritmo, vigore, e volgarità.
Allora, la tua voce tradisce il tuo stato d’animo, che è molto indispettito. Ne viene fuori una tonalità in falsetto: “La volete smetteereee!” Nell’ultima sillaba sembra che ti stiano spremendo gonade contro gonade.
Un paio di loro si voltano. Poi anche gli altri arrestano il loro lavorio. Sono come uno sciame d’api imbestialite, perché le hai disturbate mentre si davano un bel da fare per rimpinzare di nettare l’ape regina. Ti vengono incontro, non per stringerti la mano.
Quando riprendi i sensi, riesci solo a strisciare come una serpe, perdi pure la pelle come una serpe. Ti tocchi la testa per vedere se il tuo cervello andrà a secco, la senti appiccicaticcia e tiepida, pulsa tutta la tua testona. L’unico occhio da cui riesci ad intravedere qualche ombra, è perché le palpebre le hai divise con la forza bruta di indice e pollice, ti si dischiudono solo per un quarto e strilli come se lo facesse Torquemada in persona. Riesci a rassicurarti che non è sangue quello che hai sparso sulla testa. Qualcuno, per spregio, ti ci ha sborrato sopra. Cammini gattonando, stai ripercorrendo tutta la fase dell’evoluzione motoria di un bambino. Speri di non aspettare altrettanto per ritornare bipede, non hai più pazienza per aspettare. La casa è silenziosa e sottosopra. Devi raggiungere il bagno ma è in un altra nazione. Vomiti nella provincia dei tuoi pantaloni.
I tuoi amici se ne sono andati, tutti, e anche Bakael se ne è andata.
In qualche modo arrivi alla finestra. Di sotto vedi un gruppetto che solleva Bakael senza tante cortesie, la caricano in auto, poi mettono in moto e se ne vanno.
Ti stanno lasciando solo e in balia di te stesso, che è ancora peggio che rimanere soli e basta. A questo punto, avresti preferito che si fossero portati via pure lui.
Gridi, agiti le braccia, non riesci a spiccare il volo per andare a salvare Bakael, non sei un supereroe.
Resti a fissare l’auto, fino a che, non svolta l’angolo. Resti a fissare il sole, fino a che, non svolta l’angolo anche lui.
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