Quindici anni fa scoprivo la musica dei Depeche Mode; tutto merito di mio padre, che un giorno arrivò a casa con il vinile di Violator, primo loro album a raggiungere la Top5 in Italia. Manco a dirlo, il disco non piacque ai miei; eppure da quella volta gli ex ragazzi di Basildon mi hanno progressivamente influenzato con la loro musica. Dopo ci sono stati Songs Of Faith And Devotion, Ultra,
The Singles 86>98. Ed
Exciter nel 2001.
La
pausa di quattro anni e mezzo è stata
interrotta da lavori solisti di Dave Gahan e Martin Gore (curiosamente Martin ha inciso un album di cover, e il cantante, che prima non aveva
mai contribuito alla scrittura dei pezzi dei Depeche, debutta come cantautore in Paper Monsters) e da Remixes 81 04, in tre formati diversi (uno, due o tre CD). Comprensibile quindi l’attesa dei fan, che
finalmente hanno avuto modo di sentire Precious alla fine del mese di agosto: un singolo che faceva ben sperare, un ritorno agli anni Ottanta. Già hanno scritto tantissime recensioni entusiastiche su questo nuovo album (che già circolava nei circuiti
P2P prima della pubblicazione).
Playing The Angel è sicuramente meglio di Exciter, tuttavia si avverte sempre di più l’assenza di Alan Wilder, che aveva contribuito non poco al sound del gruppo per
dieci anni. Le dodici tracce sono cupe come ai tempi di Violator, e stavolta a produrre c’è
Ben Hillier, già con i Blur (Think Tank), Doves (Some Cities) e collaboratore degli U2 (Pop). Proprio come il disco appena citato, Playing The Angel sembra incompiuto e frustrante: ci sono molte autocitazioni, molti
cliché nei testi.
Le prime tracce ricordano molto spesso trovate del passato della band (nel bene e nel male). A Pain That I’m Used To è un’ottima apertura, con suoni sporchi. La canzone potrebbe appartenere a ‘Music For The Masses’ (ricorda Strangelove), e ha qualcosa in comune anche con The Dead Of Nights e il tema di Blade Runner di Vangelis. John The Revelator è uno strano finto-gospel dal testo blasfemo ed intrigante (seven lies multiplied by seven) tra religione e fanatismo; sul piano strettamente
musicale richiama invece Master and Servant.
Suffer Well comincia con dei bleep anni 80 già usati in dischi come Welcome to the Monkeyhouse dei Dandy Warhols (o il coetaneo Body Language di Kylie Minogue; in ogni caso non una sensazione piacevole), ma la melodia è robusta. Gahan è
coautore della canzone, che potrebbe benissimo diventare un successo; qui la pietra di paragone è A Question of Time. The Sinner In Me è a dir poco tediosa, uno strano miscuglio tra Comatose e Barrel Of A Gun; si risolleva con
Precious, il primo singolo radiofonico (un po’ ripetitivo ma affascinante).
Macro, cantata da Martin, chiude la
prima parte del disco. I Want It All è firmata da Dave, e non sarebbe fuori posto nel suo Paper Monsters di due anni fa; lenta e
troppo lunga, un po’ fatica a decollare. Nothing’s Impossible, sempre di Dave, è invece un gioiellino che potrebbe far accendere il pubblico in concerto; la voce carezzevole di Gahan viene utilizzata al meglio nel suo
basso registro. Ha senso inserire in scaletta
inutili pezzi strumentali (come è successo anche in Ultra ed Exciter)? Introspectre garantisce due minuti di
noia gratuita.
Il compact non si conclude nel migliore dei modi: solo
Lilian (canzone non certo eclatante, cantata con voce filtrata, che qui riesce persino ad emergere) può trattenere lo sbadiglio. Damaged People è riempitivo allo stato puro (plagia I Don’t Know How To Love Him di Jesus Christ Superstar, i ritornelli sembrano praticamente identici); The Darkest Star vorrebbe essere la Waiting For The Night della situazione ma, proprio perché troppo forzata, non riesce a convincere pienamente.
In conclusione, Playing The Angel
non è un capolavoro come alcuni recensori lo definiscono (stiamo a vedere se tra pochi mesi si rimangeranno tutto!): a tratti è molto noioso, manca qualche idea davvero
originale, non vedo grandi classici da greatest hits come del resto non ne vedevo in Exciter (fatta
eccezione per Freelove); sono sicuro che, se anziché essere dei Depeche quest’album fosse degli Human League o degli Alphaville, pochi sprecherebbero così tanti
complimenti. Nel 2006 Speak And Spell compirà 25 anni, e si prevede che per l’occasione tutti i dischi
precedenti saranno opportunamente rimasterizzati, magari anche in SuperAudioCD; il fan casuale può scegliere ben
altri capisaldi della band come Some Great Reward, Black Celebration,
Violator e il bellissimo Songs Of Faith And Devotion. Playing The Angel: delusione dell’anno.