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Tuesday, October 25, 2005 - ore 23:52


Creuza de mä
(categoria: " Vita Quotidiana ")



L’anno 1984 appartiene a quel periodo prospero che illuse gli italiani di essere diventati molto ricchi. Per strada cominciavano ad essere molto frequenti le auto "alto di gamma" e il mercato azionario entrava negli anni del toro.
Quell’anticonformista di Fabrizio De André, invece, decideva che era venuto il momento buono di fare qualcosa di completamente diverso. Chiamava Mauro Pagani e assieme concretizzavano un progetto lungamente inseguito da Pagani ed ora completamente sottoscritto da De André. Venne alla luce creuza de mä.

Mentre sembrava essere iniziata l’età della cuccagna, il Fabrizio nazionale faceva girare lo sguardo di tutti verso il passato, mescolando, ad una musica di livello, dolori, passioni, memorie malinconiche e scanzonate, ancestrali e carnali.
La tradizione diventava in un colpo quanto di più moderno ci potesse essere. Superati di slancio tutto quanto fatto sino ad allora in mille seminari e convegni sulla musica popolare, tentativi di rockeggiare gli strumenti antichi, di rinnovare la tradizione più popolare, napoletana in testa.
Invece De André usava il suo dialetto genovese d’origine andando a pescarne le sue versioni più arcaiche o, semplicemente, più dure. Aggiungeva una musica originale perché, insieme, nuova e vecchia. Erano così superati con un doppio salto mortale il divertissement in sardo (Zirichiltaggia), il malinconico vagabondare per i quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi (la città vecchia), il rock-spettacolo della PFM, e arrivavano a compimento la meditazione dolente sul mistero dell’Uomo che soffre e che muore, il voler dare voce agli umili e a chi, pur ricco, si trovava di fronte alla propria povertà.

Se qualcuno mi chiede quale sia stato l’album italiano più significativo, non ho dubbi.
Certo: il lato "B" del vinile non è all’altezza del lato "A". Il problema, però, è che il lato "A" di creuza de mä è la cosa più straordinaria che la musica d’autore italiana abbia mai concepito. Ricordo il titolo delle tre canzoni: CREUZA DE MÄ, JAMIN-A, SIDUN.
Sin dal primo ascolto i mandolini, i fiati etnici e i suoni delle voci del popolo e del mare ti inchiodano alla sedia. Il refrain della title track è a dir poco intrigante, il ritmo delle percussioni di Jamin-a ipnotico e sensuale. Ma è il grido di pianto di Sidun a commuovere più di qualsiasi altra cosa:

e in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a


Ancora grazie, Fabrizio De André

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