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Sunday, October 30, 2005 - ore 12:24
2.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Appena uscito dalla porta di casa il freddo senzadio del Polo mi assalì con una ferocia tale che pensai che quelle gelide zaffate diaboliche in grado di toglierti la pelle a pezzettini fossero crudelmente indirizzate proprio a me. Nel ghiaccio turbinante la mia testa sembrava non produrre più nessun rumore, eppure sentivo ancora pulsare le pareti del cranio come se quel poco di cuore che mi era rimasto fosse andato a infilarsi proprio lì, tra le mie stupide tempie.
Il mio viso doveva essere pallido e scavato. Rabbrividendo, strinsi il bavero attorno al collo, ma mi ci impigliai dentro la barba inzuppata di tabacco. Imprecai. Mi diressi quindi verso la slitta infilandomi le cuffie del lettore mp3 che tenevo in tasca e alzai il cappuccio.
Naturalmente, prima di partire avevo bloccato il tempo, come facevo sempre per Natale. Un incantesimo extra che mi era possibile utilizzare solo nella notte della vigilia. E non che tutto il mondo si fermasse immobile mentre io allegramente piazzavo i regali in tutto il mondo come in uno stupido cartone animato di Wilcoyote. No, tutto quello che mi circondava si muoveva a velocità normale; semplicemente il tempo terrestre in generale non scorreva più. D’altronde, se non fosse stato così, come avrei potuto interagire con le cose – per esempio aprire una porta – se queste si fossero bloccate in un determinato momento dello spaziotempo? Non sarebbe stato possibile, e io mi sarei trovato a rimbalzare contro tutti quelli oggetti congelati nel tempo come una pallina da flipper in uno scantinato di New Orleans.
Diedi una bella frustata alle renne e finalmente partii, con il vento e i Ritchie Blackmore’s Rainbow che mi urlavano in testa. Avevo deciso di occuparmi subito di quel lavoretto extra per poi occuparmi delle consegne. Un codice beta: praticamente l’incarico più duro che mi potesse capitare, e proprio a poche ore dalla notte più incasinata dell’anno. Che scarogna! In teoria, il massimo impegno che mi poteva abitualmente toccare era il codice alfa - congiura a fini sovversivi di due o più entità -, ma entrare in qualche stupida bettola e fare strage di incarnazioni umane con un M16 era spaventosamente più facile che farla finita con uno stupido marmocchio indifeso. Dico sul serio. Quando si tratta dei loro figli, sebbene ottenuti da una relazione proibita con un mortale, le entità tendono a fare gesti inconsulti, disperati. Ecco perché è sempre bene farli fuori prima, anche se non sono loro a rappresentare la minaccia maggiore.
Un figlio incrocio di un entità e di un essere umano è decisamente un fattore pericoloso; una vera e propria mina vagante per l’ordine prestabilito dall’alto. Già è un gran casino governare insieme quella marmaglia di umani e la massa frustrata delle identità, figuratevi se ci si va ad infilare anche una nuova casta di semi-entità… improvvisamente nessuno riuscirebbe a stare al proprio posto e tutti spingerebbero per acquisire nuovi diritti nella scala sociale celeste; ogni maledetto ninfomane terrestre avrebbe sgomitato per accoppiarsi con un’entità, e queste ultime, d’altronde, non starebbero certo a guardare. Sarebbe stato il caos totale. No; il codice beta era una vera rogna. Speravo solo che le cose si risolvessero in fretta e senza troppi patemi d’animo, così che avrei potuto fare quelle maledette consegne e tornarmene a casa veloce come un gatto che attraversa un’autostrada. Avevo solo voglia di spingere tutto quel lerciume sotto il tappeto e farla finita il più presto possibile.
Quando atterrai su quel tetto sudicio della periferia di Cracovia – coordinate astrali 456-45-32 - pensai, forse stupidamente, che quella era una città perfetta per un bell’omicidio. Se solo fossi stato più in vena avrei potuto fare le cose in maniera più divertente e teatrale, magari vestendomi con un impermeabile molto scuro e un cappello a tesa larga, facendomi strada tra le mie vittime con le pallottole di una semi automatica. Sarebbe stato spassosissimo osservare la corrotta polizia locale girare a vuoto alla ricerca dell’omicida. Però, come ho già detto, non ero dell’umore. Pensai solo al modo di farla finita nel modo più pulito e veloce.
Tirai fuori dal sacco una Smith&Wesson col silenziatore e scesi per le scale antincendio.
Era un palazzotto grigio e sudicio; le pareti erano incrostate e la scala antincendio cigolante e instabile. Arrivato all’altezza del terzo piano, aprii la finestra che dava sul corridoio comune e ci infilai tutta la mia immeritata ciccia dentro. Le pareti erano di un giallo sudicio e, mentre avanzavo sotto qualche lampadina traballante appesa al soffitto da un filo usurato, un piccolo sorcio mi attraversò la strada e si andò ad infilare in una fessura nell’angolo opposto del locale.
Cercai, tra le porte del terzo piano, il campanello con la scritta “Drocek”. Lo trovai quasi subito. Scassinai in fretta la porta di legno marcio ed entrai. Nel buio del salottino d’entrata si avvertiva indistintamente un odore sfuggente; inafferrabile eppure penetrante. Era un odore acre che sembrava essersi impregnato nei divani polverosi e nel mobilio corroso dai tarli. Poi lo riconobbi: era l’odore della povertà.
Non mi ci volle molto a sbrigare il primo compito che mi ero prefissato di svolgere una volta entrato: capire quante persone mi si sarebbero parate davanti in quell’appartamento. Mi fu subito abbastanza chiaro che non avrei avuto il piacere di incontrare la signora Drocek: piatti sporchi vagavano dimenticati nel lavabo della cucina attigua, e un dito di polvere coriacea faceva bella mostra di sé tra i termosifoni incrostati e i ripiani della piccola libreria. Meglio così: meno lavoro da sbrigare.
Attraversai con passo sicuro ma cauto il salottino, tenendo in mano la mia 22 millimetri ben calibrata. Mi avvicinai a quella che sembrava essere la porta che, dal salottino, dava alle camere da letto. Impugnai la maniglia con la mano libera e mi fermai di botto. Proprio mentre stavo per fare irruzione nelle camere da letto, un pensiero mi assalì e mi fece drizzare i peli della schiena. C’era qualcosa che non tornava in tutto questo.
Essendo quello un caso di urgenza non avevo letto il profilo di Drocek prima di mettermi in azione, ma improvvisamente mi fu chiaro che non doveva trattarsi del solito serafino cretino che metteva nei guai una battona in una periferia di Berlino. Quest’uomo aveva messo incinta un’umana, aveva avuto da lei una figlia e l’aveva accudita per molti anni senza che nessuno delle alte sfere si accorgesse di niente.
Era stato scaltro: aveva scelto una zona non in vista ma neanche particolarmente disastrata per mettere al mondo la sua progenie. Poi, in qualche modo, si era liberato della sua consorte, in quanto avrebbe potuto essergli di intralcio nel proseguo della sua vita familiare, magari scoprendo cose che non doveva sapere. No, quest’entità non aveva avuto una figlia per caso. L’aveva creata e poi nascosta per cercare di non pagare lo scotto del suo errore. Lui quella bambina la voleva; e avrebbe fatto qualunque cosa per difenderla.
Grato di aver avuto quell’intuizione prima di commettere leggerezze che mi avrebbero potuto far correre seri rischi, finalmente aprii con cautela la porta ed entrai. Il nuovo locale era immerso nella semi oscurità, ed è era costituito da un breve corridoio che correva perpendicolare rispetto alla porta di entrata. La poca luce proveniente dall’esterno penetrava da una piccola finestra malconcia situata all’estremità destra del corridoio. Davanti a me si presentarono tre porte: una dritta di fronte a me e le altre due ai lati.
Cercai di capire dove poteva essere la mia prima vittima. Accostai l’orecchio alla porta centrale ma non sentii alcun rumore. Allora mi avviai verso la luce indecisa della finestrella e la porta di destra. Sentii il ronfare profondo di un uomo. Mi fermai per rifiatare un secondo; impugnai la pistola a due mani e sospirai. Decisi sul fattore sorpresa. Poi agii.
Con un calcio sfondai la porta e in due secondi individuai il letto. Drocek si alzò sulla schiena di scatto, emettendo uno strano gorgoglio di sorpresa e insieme di spavento. Aspettando quella mossa, presi velocemente la mira e, prima che quel bastardo potesse iniziare a gridare, avevo già fatto partire tre colpi.
Mi piaceva come il tempo sembrava dilatarsi quando sparavo per uccidere. In una frazione di secondo percepii distintamente i colpi soffocati delle pallottole che uscivano dalla canna e il tonfo sordo con cui si incastrarono nel costato della mia vittima, spolpandogli la cassa toracica.
Drocek andò ko facilmente. Probabilmente, non riuscì nemmeno a rendersi conto della situazione, tanto presto scivolò contro la testiera del letto non appena colpito. Dovevo avergli preso in pieno il cuore. Probabilmente gli era scoppiato dentro come un palloncino colpito da un ago.
Rimasi qualche secondo in attesa di qualche reazione e poi mi avvicinai al letto per controllare l’operato. Qualche secondo dopo aver ucciso un’entità si può notare come un leggero scintillio salire dal suo corpo. Non è facile vederlo… è un po’ come la polvere vista in controluce. Ad ogni modo, lo si vede sempre se lo si cerca, e io non abbandono mai un lavoro finché non vedevo quella poverina argentea salire silenziosa dal corpo dalla mia vittima..
Mi avvicinai dunque al letto, ma non vidi nulla. Allora mi misi in ginocchio e cercai di osservare contro luce il cadavere.
Ancora niente.
Come mai non succedeva nulla? Un vago senso di allarme cominciò a pervadermi. Mi riavvicinai per dare un’altra occhiata da vicino e, in quel momento, improvvisamente l’anima di quel bastardo saltò fuori e quasi mi passò attraverso, spaventandomi a morte. Come un lenzuolo bianco che si fosse alzato all’improvviso dal corpo, l’anima di Crocek si era sollevata ad una grande velocità verso l’alto, schizzando attraverso la mia testa china sul cadavere.
Ero sconvolto. Non mi era mai capitata una cosa simile; non doveva accadere. Le entità, una volta morti, dovrebbero rilasciare solo il loro corpo terreno, e non la loro anima! Quello accadeva solo… accidenti; solo ai mortali.
Improvvisamente, man mano che il sospetto del disastro che si profilava si faceva via via più chiaro, una morsa prese ad attanagliarmi lo stomaco e la testa. Sudavo freddo. Non riuscivo davvero a capire perché le cose non stavano andando come dovevano. Per la prima volta mi sentivo smarrito e potenzialmente in pericolo. Stavo perdendo il controllo della situazione, e questo mi spaventava a morte. Proprio mentre cercavo dal mio stato di frastornimento una voce salì con irruenza dalle mie spalle.
- COSA HAI FATTO AL MIO PAPA’?!
Trasalii. Già ero sconvolto… quel grido improvviso quasi mi fece quasi venire un colpo. Mi girai di scatto e vidi sulla porta la figura piccola e nascosta di una bambina. I suoi occhi brillavano nel buio. Brillavano di odio. Lo giuro: mi spaventai a morte. Quella bambina vestita in pigiama aveva urlato con una disperazione e un odio che non avevo mai sentito prima. Così, quando si mise a correre verso di me, fui preso dal panico. Rimasi immobile, terrificato, mentre lei arrivò correndo all’altezza delle mie ginocchia e cominciò a picchiarmi con tutta la sua forza coi suoi piccoli pugni, strillando come una matta e colpendomi col suo orsacchiotto di pezza blu.
- CATTIVO! COSA HAI FATTO A MIO PAPA?! COSA HAI FATTO?!
Rimasi un qualche tempo fermo a subire gli improperi della bambina, ad incassare i suoi colpi senza vederla, fissando un punto non definito proprio danti ai miei occhi sbarrati. Cristoddio… giuro che non capivo più nulla. Stavo cercando di comprendere cosa cazzo stesse accadendo, ma era come se tutti gli stupidi schemi della mia mente fossero saltati… come se mi fossi ritrovato a vagare improvvisamente nella mente e nel corpo di un altro. Incapace di agire.
Ritornai parzialmente in me solo quando udii dei passi agitati muoversi al piano superiore. Allora capii che non c’era più tempo. La bambina continuava a strillare e a colpirmi con tutta la forza di cui era capace. Non avevo scelta: dovevo agire.
E fu allora che feci una cosa di cui ancora adesso non mi capacito; una cosa a cui, nonostante tutto, non sono mai riuscito a trovare una spiegazione. Abbassai lo sguardo verso la bimba e, invece che piantarle una pallottola in fronte e finire il mio lavoro, la cinsi con un braccio e la sollevai da terra. Poi, tenendola sotto il braccio destro come fosse un pacco ingombrante, uscii velocemente dalla piccola finestra del corridoio, fuggendo nel buio elettrico della notte di Cracovia.
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