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Monday, October 31, 2005 - ore 12:02
3.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Calmo. Devo restare calmo.
Continuavo a ripetermelo, ma non sembrava funzionare. Ero ancora maledettamente agitato; come una scolaretta dietro le quinte della sua prima recita di Natale. Impugnavo con forza nervosa le redini mentre volavo via ad una velocità convulsa ed eccitata sopra i sobborghi di Cracovia. La città, sotto di me, si stavano trasformando in un gorgo nevrotico di luci flebili e indecise. A tendere le orecchie, potevo ancora sentire, in lontananza, le sirene isteriche che rimbombavano sulle mura alte della notte, attorno al luogo del delitto.
La missione era stata, in qualche modo, conclusa, ma le cose erano andate troppo storte perché potessi anche per un solo secondo pensare che, dopotutto, non tutto era andato così male. Avevo ammazzato Drocek e la bambina era qui con me, non morta ma in mano mia. Dettagli. La verità era che mi stavo scarrozzando dentro una stupida slitta una semi-entità che poteva essere come un pacco bomba diretto alla madre di tutti i piani alti, e la cosa non mi faceva affatto sentire tranquillo. Il tutto proprio nella stramaledetta notte di Natale. Mi ero cacciato in un gran casino; questa era la verità.
Dal vano retrostante della slitta, dove avevo messo la bimba, non proveniva alcun rumore. Per un attimo pensai di fermarmi a controllare, o quanto meno di voltarmi, ma mi resi subito conto che era una pessima idea. Il fatto era che non sapevo come farla finita con lei. Eppure sapevo cosa avrei dovuto fare. Avrei dovuto avvicinarmi e, appena a tiro, sparare senza guardare. Sì, avrei dovuto fare così. Sapevo che, se avessi guardato in faccia quella bambina, non sarei riuscito ad ucciderla. Triste dirlo ma era così.
- Dannazione! – pensai - Non è possibile! Secoli… millenni che faccio questo lavoro e, improvvisamente, mi tremano i polsi davanti ad una marmocchietta petulante? Ma cosa sono diventato? Uno di quei ladruncoli da strapazzo che progettano la grande rapina in banca e poi non sono nemmeno in grado di dare un ceffone alle guardie?
Ero stato assalito dal virus della pietà? Sarebbe stato tremendamente pericoloso; per me e per il mio lavoro
La verità era che quella maledetta bambina mi aveva disorientato. Sì, era andata proprio così. Di solito quelle specie di pesti ambulanti andavano matti per me. Quelle poche volte che mi vedevano sembravano andare in delirio di amfetamina e correvano a svegliare i genitori per raccontargli che c’era Babbo Natale in salotto. Questa qui no. D’accordo, le avevo appena ammazzato il padre, ma avrebbe dovuto almeno dimostrarsi un po’ più timorosa, impaurita. Invece, appena arrivata, aveva capito tutto subito, e mi si era scagliata addosso con una forza virulenta, incontrollata. No; non era affatto normale. Cioè… una bambina di - quanti? - cinque sei anni, sente degli spari, accorre, vede suo padre morto e vicino a lui niente meno che Babbo Natale e non esita nemmeno un momento? E capisce subito cosa è successo? Non quadrava. Non quadrava per niente, accidenti!
E tutto questo senza considerare l’aspetto del decesso di Drocek. Perché non si era potuta vedere la smaterializzazione dell’"entità Drocek" dal suo guscio umano? Come mai dal suo corpo era fuggita un’anima, come se Drocek fosse un mortale qualunque? Un tremendo pensiero mi attraversò la testa: e se avessi sbagliato persona? Perdio… Chissà quanti altri familiari dallo stesso nome potevano esserci nella stessa palazzina! Di solito le entità che si accoppiano illegalmente con degli umani tendono a non avere una “famiglia”, ma Drocek era certamente un caso particolare, questo era fuori dubbio. Cristo: magari avevo ucciso il cugino e ora mi stavo scarrozzando la nipotina per una amena gita in slitta sui tetti del mondo come regalo di Natale! Oppure quello era davvero Drocek ma, per qualche strana ragione, morendo non era stato spedito direttamente al creatore ma vagava, vivo e vegeto, come entità alla caccia della sua figlioletta; incazzato e pericoloso come una serpente velenoso a cui avessi pestato la coda.
No, dovevo assolutamente fermare quella giostra prima che cominciasse a vorticare troppo velocemente e ci potessi andare di mezzo. Sapevo cosa andava fatto, ma qualcosa mi tratteneva dal farlo. Paura. Indecisione. Sorpresa. Metteteci quello che volete, ma non ci riuscivo.
Eppure sapevo che non potevo assolutamente permettermi di titubare ancora. Se cominciavo a tentennare, se permettevo a me stesso di provare sentimenti di fronte al mio lavoro, tutto sarebbe diventato tremendamente più complicato; assolvere le mie missioni sarebbe diventato un continuo patema d’animo e, in men che non si dica, non sarei più stato in grado di svolgere il mio lavoro. Allora il grande capo avrebbe dimenticato di essere buono con me e magari mi avrebbe spedito all’inferno, ad eseguire torture medievali per tutti quei sudici peccatori mortali e i loro maledetti culi.
No. Non potevo permetterlo. Dovevo fregarmene, voltarmi e piantarle una pallottola in fronte.
- Chissenefrega di chi è, di chi è figlia… - pensavo - L’ammazzo e basta, così posso portare questi stupidi regali in giro e tornarmene a casa a ubriacarmi di punch caldo.
Era deciso. Mentre sfrecciavo ad alta velocità nell’aria fredda dell’inverno nordeuropeo tirai fuori la mia pistola dalla manica. La guardai. Immaginai, come ero solito fare, quello che sarebbe successo di lì a poco.
- Mi fermo. Scendo. Vado sul retro e tolgo la sicura. Apro il portello... No! Prima punto la pistola. Poi, con la mano libera, apro il portello. Appena aperto, sparo. No, no, no! Sparo al portello chiuso! Chissenefrega se lo rovino! Sì sì… sparo alla cieca sei colpi… in qualche modo la accoperò.
Era deciso.
Guardai in basso; ero già uscito dalla zona di Cracovia da un pezzo. Vidi un grande campo di erba alta sopra una collina sotto di me. era un buon posto per atterrare, e scesi velocemente. Non sembravano esserci abitazioni nelle vicinanze. Dovevo agire in fretta. Feci atterrare la slitta, calmai le renne e scesi. Subito caricai l’arma. Nonostante il freddo pungente, sudavo. Mi strinsi istintivamente i guanti attorno alle mani, quasi a voler sicuro di non scivolare sul grilletto al momento decisivo. Ero arrivato di fronte al vano. Nessun rumore. Sopra di me una luna tersissima e gelida allungava la mia ombra sul retro della slitta.
Fissai lo sportello. Alzai la pistola. Esitai. Allora la riabbassai. Respirai nervosamente due o tre volte, tenendo chiusi gli occhi.
Poi alzai il mento. Presi la mira. Chiusi gli occhi e sparai.
Un suono sordo uscì dalla pistola e il tuono del colpo sembrò uscire come un cane selvatico dalla canna della mia pistola, per poi mettersi a correre ululando in circolo sull’erba alta della collina. Un foro di proiettile era visibile sul legno di ciliegio della parte destra del vano.
Nessun rumore. Solo il frusciare ostinato dell’erba mossa dal vento.
Che fare ora? A questo non avevo pensato. Stranamente, l’idea di svuotare il caricatore sul bersaglio così da assicurarmi che almeno un colpo fosse andato a segno non mi sfiorò nemmeno. Quasi che, dopo quel colpo, la pistola fosse diventata troppo pesante o scivolosa per essere maneggiata.
Ancora una volta esitai. Sapevo che dovevo controllare. Controllare se era morta. Avvicinai la mano alla maniglia in ottone e velocemente la spinsi vero l’alto.
Il vano si aprì.
La bimba era rannicchiata sulla parte sinistra del vano, e mi guardava con sguardo tremante, succhiandosi il pollice, la bocca semiaperta. I suoi occhi grandi e spaventati sembravano altri rispetto a quelli della creatura che mi aveva aggredito con tanto odio poco prima. Questo era un essere spaventato, indeciso, dimesso. Sapeva di trovarsi in una posizione di svantaggio e restava lì, ad utilizzare l’ultima arma che le restava: la speranza. Le dita piccole ma ancora paffute stringevano con forza l’orsacchiotto di pezza blu sul petto.
La guardai per qualche secondo e già sapevo che era troppo. Dovevo uscire da quell’incubo. Alzai la pistola e presi la mira. Feci presa sul grilletto.
- La prego signore, non mi faccia male. La prego. – disse, in un filo di voce.
Mi bloccai. Sentii una stretta al petto. Attraverso il mirino della pistola guardavo quel fagottino di umile vita tremante e, come la prima volta che l’avevo visto, sulla soglia di un omicidio, mi fu subito chiaro cosa stava accadendo in quel momento.
Era tremndamente chiaro. Con quella bimba non sarei riuscito a cavarmela da solo. Avevo bisogno d’aiuto.
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