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Wednesday, November 02, 2005 - ore 00:20
canzone consigliata: "Oh sister", Bob Dylan
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Un caffè e un cappuccino sul tavolo, in un bar di passaggio, capitati lì per caso, dopo un incontro che sembrava quasi fatto apposta. “Beviamo qualcosa mentre aspettiamo?” E ti ritrovi a parlare con una persona che a pelle stimi, anche se non ne sai molto, e ti meravigli che si metta a raccontarti di se’ così facilmente. E che non smetta. Ma è piacevole, e quando accenni a voler parlare tu, si ferma e ti ascolta con attenzione.
Si parla di libri, di maestri silenziosi, di maestri da cui puoi imparare anche quando non insegnano, di accademie e di personaggi. E ti ricordi persino, improvvisamente, di quando eri piccola, vivevi in un’altra casa (la Casa, quella dell’infanzia, quella in cui hai + ricordi) e c’era un accumulo incredibile di Topolini, tra te e i tuoi fratelli. Che a volte ci si sbagliava e lo si comprava pure doppio. E ogni tanto eri in giardino a giocare e qualcuno lanciava l’idea di fare una bancarella e allora si correva su a casa, si pigliava tutto quello che di inutile si aveva e si tornava giù. Tutti avevano in mano almeno un Topolino da vendere. E mettersi lì e aspettare la gente era sempre emozionante: fissare chi si avvicinava per vedere se sceglieva una delle tue cose, prendere in mano i soldi e tornare a casa la sera contenta, ma anche un po’ delusa perché pochi si fermavano e ancora meno compravano. Che poi, neppure mi ricordo cosa ci facevo con quei soldi…
E ti metti a parlargli di queste cose, ma ti fermi perché capisci che possa non essere molto importante per lui. Mi guarda, quando non abbassa gli occhi, persi tra la barba in quella faccia che pare enorme. Ti racconta di come può cambiare la vita in 3 anni, e tu proprio non riesci ad immaginartelo coi capelli lunghi a suonare metal.
Cambia la vita in 3 anni, sì. Anche se non ti tagli i capelli o non ingrassi, e rimani come sei. Non sempre si nota subito che sono passati 3 anni, non sempre i cambiamenti si notano alla prima occhiata.
E poi bum, ti trovi di nuovo in quella casa di prima, quella dei Topolini. E ti vedi ad origliare alla porta del salotto, con le lacrime agli occhi perché sei lì che non puoi entrare e nemmeno puoi fare niente. Lo facevo spesso, da piccola. Origliare intendo. Seguire una scena senza essere vista. Anche una scena qualsiasi: mia mamma che cucinava, mio padre che guardava la tv o Albe che leggeva in camera sua. Mentre adesso mio fratello si è chiuso in salotto con un suo amico, che è corso appena lui l’ha chiamato. La morosa-da-sempre l’ha mollato e lui è a dir poco disperato. L’amava come non mai, me lo ricordo bene. E adesso singhiozza, si sfoga con l’amico, ha lo sguardo velato. Allora pensava che fosse tutto finito, pensava di aver perso la donna della sua vita. Ed era ben chiaro anche in casa il senso di dolore che si può provare quando una relazione di 5 anni si rompe. E tu ne hai 25. (Strano – penso – quando qualcosa di simile è successo a me (succede a tutti, prima o poi) non mi sono ricordata di quella volta di mio fratello…) In casa si stava male tutti per lui. Non si riusciva a vederlo con nessun altro che non fosse lei.
E ora sono passati 10 anni e si è sposato (con un’altra donna), divorziato, convive (con un’altra ancora) e ha un bambino, e sta a km e km di distanza da qui.
E in quel momento non riusciva a concepire la sua vita il giorno dopo. In quel momento alzarsi la mattina gli pesava.
Io origliavo, e stavo male perché non ero capace di abbracciarlo.
Le saracinesche si abbassano, fuori è buio pesto, iniziano a mettere le sedie sul tavolo. Mi offre il caffè e io quasi non me ne accorgo, ancora persa con la testa in altre sensazioni. Usciamo, e ci incamminiamo.
Uno di quei pomeriggi che ti dimentichi in pochi giorni, pomeriggi inaspettati, strani. Che capitano per caso e spariscono in fretta, come bolle di sapone. Pomeriggi che, quando ti ritornano in mente, ti fanno sorridere di malinconia.
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