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Sunday, November 06, 2005 - ore 12:29
4.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Bombay vista dallalto, di notte, assomiglia ad un enorme gorgo di luci che ruota con apparente pigrizia intorno al suo asse. In realtà, mentre il suo centro sembra arrotarsi con lenta e imperturbabile grazia su sé stesso come una vecchia ballerina grassa, le sue ultime propaggini suburbane vengono spedite fuori dal mondo conosciuto ad una velocità spaventosa, il tutto in un frenetico vorticare tecnologico, che sembra arenarsi solo nella miseria più cupa dei suoi borghi più lontani e nella imperturbabile solennità dell’Oceano Indiano.
E’ un perfetto equilibrio naturale: spingiti troppo fuori dal centro, dal fulcro di comando, e sei perduto. In una apparente calma cosmica, milioni di brulicanti persone corrono disperatamente per sottrarsi alla forza distruttiva di quel vortice, per raggiungere l’occhio del ciclone dove i venti sono meno forti e le braccia più deboli. Bombay è così. Il suo nucleo viaggia a migliaia di chilometri al secondo, eppure sembra dormire. E una specie di piccola galassia; una galassia che rimane a specchiarsi nel suo vuoto, ma che comunque invoca unidea di energia e di vitalità straordinaria; un concentrato di potenzialità umana fatto di esseri apparentemente molto diversi, ma in realtà tutti con la passione per le scarpe da ginnastica di marca e la spaventosa abitudine di pensare a viaggi nello spazio mentre fa sesso.
Come tutti i prodotti del caos umano - e una delle massime vette della sua follia -, Bombay ha un suo fascino perverso. Lidea di una città enorme dove la sottile linea tra la vita e la morte consiste nel potersi permettere o meno un programma dentale decente mi eccitava. Era come un enorme gigante con le convulsioni, un formicaio impazzito dove valeva la legge del più forte eppure tutti correvano nella stessa direzione, quando se ne presentava la possibilità.
Si sarebbe potuto dire che era linferno in terra ma, forse proprio per questo, a me piaceva. Pure in quella notte, nel mezzo di quella situazione assurda e pericolosa, non potei fare a meno di subirne il fascino. Tuttavia, non potevo concedermi a quella lusinga troppo a lungo. Il tempo a mia disposizione, nonostante incantesimi e cretinate varie, stringeva. Se avessi prolungato troppo a lungo il mio "trucco bonus" qualcuno ai piani alti se ne sarebbe accorto, e avrebbe mandato qualche fottuto angelo messaggero a chiedermi spiegazioni sulla cosa; il tutto mentre portavo in ostaggio una bambina che, per quanto ne sapevano, avrebbe dovuto essere morta e sepolta.
Dovevo trovare una soluzione a quella situazione di stallo al più presto, cavarmi in fretta dall’impaccio e proseguire col mio lavoro. Per quanto non mi piacesse la mia professione, non smaniavo all’idea di esserne sollevato e poi spedito entro le successive ventiquattrore al reparto scorticazione del sesto girone infernale, dove avrei prestato alacremente la mia perizia nello sviscerare carne umana fino al giorno del giudizio. No; l’idea non mi attirava per niente. Dovevo liberarmi di quella ragazzina al più presto.
Appena uscito da quell’appartamento a Cracovia avevo pensato di contattare il mio diretto superiore, lo Spirito Santo, che aveva compito di coordinare e vigilare su tutte le entità, me compreso. Mi ci volle solo un secondo per realizzare che, in realtà, quella era una pessima idea. Si fosse trattato di Gesù Cristo, che presiedeva l’altra metà dell’universo, quello umano, forse me la sarei cavata con qualche sentita scusa e qualche battuta di spirito ben assestata, ma con quel vecchio lagnoso non c’era da sperare in alcun tipo d’indulgenza. Diavolo, quello aveva il senso dell’umorismo di un ex generale dei marines con la macchina bloccata all’incrocio da una manifestazione pacifista; me l’avrebbe fatta pagare ancora prima che avessi potuto cavarmi la soddisfazione di mandarlo a quel paese.
No, di spifferare tutto ai grandi capi non se ne parlava. Cosa avrei dovuto dirgli? La verità? “Mi scusi capo. Dovevo ammazzare questa bambina stasera ma, non ci crederà, sono incredibilmente stato colpito da una strana malattia che mi fa agire come una checca isterica in un giorno di saldi ai grandi magazzino; non posso ammazzarla perché sono troppo impegnato a rifarmi il guardaroba, non è che potrebbe pensarci lei? Prometto di restare a spazzolarle la barba per il prossimo secolo se mi fa questo favore”. Oddio. Solo l’idea mi avrebbe provocato una serie di conati di vomito degna di un sedicenne inesperto alla festa di San Patrizio.
Dovevo cavarmela da solo; o quasi. Il lavoro andava finito e, pur odiando l’idea di dover chiedere favori in giro neanche fossi un delegato della parrocchia locale in cerca di fondi per il nuovo presepe, dovevo chiedere a qualcuno di farlo per me. Mi fu subito chiaro che c’era una sola persona che poteva svolgere questo ruolo senza dare troppo nell’occhio e senza che mi chiedesse in cambio le mie chiappe su un piatto d’argento: la più vecchia e micidiale assassina sulla piazza dai tempi della creazione ad oggi.
Mi ero fatto mandare dal mio assistente le nuove coordinate astrali della persona che stavo cercando, colei che avevo ritenuto essere lunica entità abbastanza potente da potermi dare una mano e sufficientemente a buon mercato da non ridermi in faccia. Quando, leggendo col codice le coordinate, saltò fuori che risiedeva a Bombay, debbo dire che mi stupii non poco. Lultima volta che la ero andata a trovare - più o meno dai tempi del tardo medioevo - viveva in uno splendido castello in Francia, facendo vita da gran signora. Era rispettata e temuta; gli umani le facevano addirittura dei dipinti. Francamente, non me la vedevo molto in mezzo a quel crocevia di umanità; non la conoscevo bene ma mi era sembrata una persona piuttosto riservata, con un vago gusto dell "elite". Ovviamente, però, potevo essermi sbagliato.
Individuai velocemente ledificio indicato dalle coordinate astrali, ed atterrai silenziosamente sul tetto. Si trattava di un edificio basso borghese, situato in una zona abbastanza tranquilla della città, il cui risibile tentativo di ostentare un poco di eleganza veniva duramente frustrato dallo smog cittadino che anneriva le decorazioni stile vittoriano dei balconi nonché da alcune grosse macchie da infiltrazione visibili sulla facciata meridionale dell’edificio. Scesi in fretta dalla slitta e mi diressi verso il vano posteriore.
Arrivato di fronte allo sportello, per un secondo esitai. Pensai per un attimo che quella ragazzina avrebbe potuto combinarmi qualche altro scherzo, ma l’idea mi risultò subito così risibile che la abbandonai un secondo dopo. Tuttavia, mentre aprivo lo sportello, non potei fare a meno di tenermi istintivamente in guardia, quasi che qualche strano tipo di minaccia potesse improvvisamente scaturire da quell’oscuro ripostiglio per colpirmi al cuore.
Quando aprii lo sportello e la vidi, notai che sedeva ancora nella stessa identica posizione in cui l’avevo lasciata: rannicchiata e tremante sull’estremità sinistra del vano, le guance rigate dai residui di lacrime. Quando la vidi, fu come se tutte le paure che mi avevano attanagliato a Cracovia - e che fino a qualche secondo prima avevo scartato come risibili - ritornassero a prendere corpo. Non che fossi davvero spaventato, ma con una certa inquietudine il mio corpo sembrò ricordare alla mia mente che, in effetti, quella non era solo una comunissima bambina. Quella piccola creatura era stata forse la prima a fermare una delle più spietate ed efficienti entità del creato; il solo fatto che ciò fosse potuto accadere mi fece cadere in un certo qual stato di agitazione. Quel mucchietto d’ossa aveva il potere di mettere misteriosamente in crisi ogni mia fibra.
Mi fermai a guardarla.
Poi, cercando di non far trapelare la vaga tensione che pervadeva il mio corpo, le dissi con voce forse fin troppo ferma:
- Su avanti, scendi.
Lei non rispose; nemmeno si mosse. Nei secondi di silenzio che seguirono rimase con le ginocchia contro il petto e il capo chino, mentre con le braccia stringeva ancora il suo orsacchiotto di pezza.
- Avanti! - Dissi di nuovo.
Allora lei si mosse, e rilasciò le gambe. In realtà era troppo intimorita per muoversi davvero. Il suo amato padre era stato ammazzato poco tempo prima niente meno che da Babbo Natale, e ora era stata sballottata dentro una slitta volante in una gelida notte invernale; c’era da capirla se era tanto spaventata e rifiutava di muoversi.
Non volevo prenderla di forza: correre il rischio di farla strillare svegliando mezzo isolato non mi sembrava la migliore delle trovate. Inoltre, devo ammettere che l’idea di prenderla sottobraccio, irrazionalmente, mi spaventava non poco. Decisi allora di sembrare rassicurante. Le allungai una mano e le dissi.
- Avanti, non aver paura. Non ti accadrà nulla di male… - mentii.
Allora lei, dopo qualche attimo, si risolse a scendere, senza però prendermi la mano, e anzi tenendosi a distanza. Quando fu davanti a me la potei osservare davvero per la prima volta. Doveva avere qualcosa come undici o dodici anni; aveva dei grandi occhi neri e profondi, sorretti da un naso piccolo e schiacciato. I suoi capelli scuri, raccolti in due trecce ai lati, ricadevano appena sulle spalle esili e sul suo pigiama rosa di flanella. I piedi piccoli erano nudi e tremavano dal freddo, mentre le mani si nascondevano tra il petto e l’orsacchiotto blu, come due piccoli insetti in cerca di calore.
Le presi sbrigativamente la mano e lei, stranamente, non fece resistenza, e si fece condurre all’interno dell’edificio.
Una volta dentro, notai che il luogo non era poi molto diverso dall’edificio di Cracovia; meno disastrato e sporco, a dire il vero, ma nel complesso la struttura era abbastanza simile: lunghi corridoi stretti che davano su molte porte unte.
Arrivammo senza parlare davanti alla porta dell’appartamento che cercavo. Una luce giallastra penetrava dalle fessure in basso, e con lei venne alle mie narici distinsero già da qualche metro di distanza un odore che sembrava di carne stufata provenire dall’interno.
Bussai con forza. Dopo qualche attimo sentii dall’altra parte dei passi leggeri avvicinarsi. Poi la maniglia si girò e la porta si aprì in una zaffata di vapore al manzo.
Una piccola donna dalla carnagione scura mi si parò davanti. Prima guardò la bambina e poi alzo la testa ad osservare me, che ero quasi il doppio più alto di lei. Mi fisso stringendo gli occhi attraverso le lenti spesse e poi, con voce inaspettatamente gentile e profonda mi disse, in un tono di delizioso rimprovero:
- Mio Dio… sei ingrassato terribilmente -.
- Ciao Morte. Anch’io sono contento di vederti -.
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