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Thursday, November 10, 2005 - ore 17:10
Concorso letterario:
(categoria: " Vita Quotidiana ")
racconti in concorso categoria 2---o---
Fuoco di pagliaLentamente, a passi incerti, talvolta titubanti, Bob si avvicinava al cancello di casa; era come se non volesse farvi ritorno, come se cercasse di posticipare il più a lungo possibile un distacco che in realtà c’era già stato. Chi lo avesse visto lo avrebbe certamente preso per ubriaco, tant’era ciondolante la sua andatura, e soprattutto vedendo che sorrideva, mentre le lacrime gli rigavano il volto. Quasi con sofferenza estrasse dal marsupio il mazzo di chiavi, e controvoglia cercò quella che apriva il cancello... sentì una fitta quando questi si aprì, un dolore acuto, come uno strappo, in un punto non precisato della sua anima... Era confuso, non sapeva se sentirsi estremamente felice o profondamente triste per la serata appena trascorsa. L’unica cosa di cui era certo,mentre saliva silenziosamente le scale ed entrava in camera sua, era che lui doveva esser morto quella sera, e un angelo dal paradiso era venuto a prenderlo per mano…
Prima di uscire non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, eppure lo sperava… ma nemmeno le più rosee aspettative si avvicinavano a tanto. Da tempo sognava di poter carezzare quel volto, baciare quelle labbra e stringere a se quella meravigliosa ragazza, ma prima di allora si era trattato soltanto di sogni… Invece quella sera era successo, e lui cercava ancora di capire come.
Finalmente in camera sua e con noncuranza dell’orario e della stanchezza si tuffò sul letto ancora vestito, incrociò le mani dietro la nuca e rivisse tutta la scena guardando il soffitto…
La sua macchina ferma sotto casa di lei, la musica soffusa che faceva da sottofondo alla loro conversazione, il silenzio della città addormentata, e quei baci… Chiudendo gli occhi riusciva ancora a sentire il sapore di quelle labbra sulle sue…
L’emozione era ancora viva in lui, sentiva il cuore battergli a mille nel petto quando ci ripensava, e più lo faceva, più cominciava a chiedersi se fosse successo veramente.
D’un tratto trasalì: si era scordato di scriverle un messaggio, come promesso, appena arrivato a casa! Non aveva ancora finito di pensarci che già aveva in mano il cellulare, e rimase molto stupito di trovare un suo messaggio. Aveva quasi paura di aprirlo, sapeva benissimo che probabilmente in quei maledetti centosessanta caratteri avrebbe trovato parole che lo avrebbero ferito a morte, ma non riuscì a resistere; straziato dalla curiosità su cosa avesse voluto scrivergli la ragazza che amava aprì il messaggio, e appena lo lesse il mondo gli crollò addosso… Solo una parola, ma che da sola era stata capace di ucciderlo: “Dimenticami”.
Bob rimase immobile, lasciando cadere a terra il cellulare e fissando il vuoto. Come poteva reagire? Non trovava alcuna risposta, perché sapeva che non v’era risposta che potesse cambiare il destino di quella storia appena nata e subito uccisa. Le lacrime cominciarono di nuovo a rigare il suo volto, ma stavolta erano amare, come la sensazione di morte che lo pervadeva. Non poteva fare altro che rassegnarsi alla decisione che lei aveva preso per entrambi, così si fece forza, e mentre pensava a quanto crudele possa alle volte essere il destino cancellò il suo numero… Ancora una volta sentì quella fitta, quello strappo in fondo alla sua anima, ma stavolta fu un dolore più netto e dal quale non si sarebbe più ripreso. Si stese nuovamente sul letto, e cominciò a deridersi, a dirsi che se l’era andata a cercare e che lei lo aveva avvisato,ma ciò non gli bastava, non riusciva a farsene una ragione, e la domanda che sempre più con insistenza si faceva largo tra i suoi pensieri, mentre fuori albeggiava, era :”Perché?”.
Continuava a tormentarsi l’anima con quella maledetta domanda, ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare una risposta nemmeno lontanamente in grado di spiegare quello che era successo. Così, quando ormai fuori la città cominciava a risvegliarsi alla luce del primo sole del mattino, chiuse gli occhi e si addormentò, non sognando altro che effimeri fuochi di paglia.
---o---
- Grammatic love -Ogni sera, mia madre si distendeva sul divano in
salotto e cominciava a correggere la pila di compiti
scritta dai suoi studenti. Era sorprendente quanta
attenzione ci mettesse nel leggerli e rileggerli
ancora, io di solito ero davanti al computer in quei
momenti e non ci troppo facevo caso.
Una sera, mentre chiacchieravo di argomenti vuoti e
inutili con persone mai viste, lei mi disse:"Ascolta
un po’ cosa scrive Luca della 5ªE..." E lesse un pezzo
del tema sulla libertà di pensiero scritto dal suo
alunno. Tutto sommato era abbastanza interessante.
Riflettei quei 2-3 secondi giusto per far capire a mia
madre che la stavo ascoltando e poi ritornai a
chiacchierare del più e del meno. Lavandomi i denti,
più tardi, mi ritrovai a pensare ad alcune frasi del
tema, ero quasi completamente d’accordo con lui. Di
solito non mi capitava mai di trovare qualcuno che la
pensasse come me, mi dissi che doveva trattarsi
sicuramente di un fatto casuale e me ne andai a letto.
La mattina dopo a scuola, finsi di interessarmi a
quello che diceva un mio compagno di classe. Non c’era
nessuno che sapeva cogliere quello che pensavo e
naturalmente nessuno aveva le mie idee. Ormai m’ero
rassegnata a questa condizione di incomprensione col
prossimo. Il fatto era che non ne potevo più di
ascoltare quelle mille voci che dicevano sempre le
stesse cose. Mi sembrava che non ci fossero argomenti
di cui parlare e che tutto fosse già stato detto,
allora tanto valeva starsene zitti. Con questi
pensieri passò l’ennesimo inutile giorno di suola, mi
sono sempre chiesta come possa un’insegnante ripetere
all’infinito sempre le stesse frasi. Tornando a casa
trovai sul tavolo una pila di compiti, mia madre ne
dava davvero troppi! Mi misi a sfogliarli per
curiosità, erano della 5ªE! Senza pensarci mi misi a
cercare quello di Luca. Parlava di come sarebbe dovuto
andare il mondo secondo lui, c’era una forza intensa
nel suo tema. Diceva delle cose diverse da tutti gli
altri...chissà se mia madre se n’era accorta?
Sfogliando i vari compiti si poteva percepire lo
strato di superficialità che caratterizzava i ragazzi
della città, una cosa a cui mi ero tristemente
abituata da molto, invece nel suo no…aveva qualcosa di
diverso. Leggendo la fine della seconda pagina, sorse
in me il desiderio di conoscerlo. Presi un pezzo di
carta strappandolo dal foglio per gli appunti del
telefono e ci scrissi sopra: "Sono come te. Vieni
questa sera. Ore 19.00 ai Giardini dell’Arena, vicino
alla fontana". Una volta scritto lo infilai in mezzo
al suo compito. Sentivo il cuore che mi batteva forte
ma quando tornò mia madre feci finta di nulla, come al
solito mangiai la cena e poi andai a letto. Il giorno
dopo non riuscii a stare attenta nemmeno ad una
lezione, sentivo dei battiti ripetuti nella testa e
avevo una paura tremenda di aver fatto una
stupidaggine. Quando presi la bici per andare ai
giardini la paura si era trasformata in una
convinzione. Poggiai lo zaino per terra vicino alla
fontana e tirai fuori il mio libro, per
tranquillizzarmi mentre lo aspettavo (ovviamente se
fosse venuto). Come mi capitava di solito, il libro mi
prese al punto di non sentire più i rumori del mondo
reale. Quindi quando sentii una voce richiamare la mia
attenzione a poca distanza presi davvero un colpo.
Alzai lo sguardo e vidi, in aria, davanti a me una
copia del libro che stavo leggendo. Dietro al libro
c’era un ragazzo che mi sorrise: "Piacere...Luca!"
---o---
Un Amore Non CorrispostoTutti i giorni andava in biblioteca. Per lui un posto valeva l’altro, per studiare. Ma in biblioteca c’era lei, che arrivava intorno alle 10.00 tutte le mattine e prendeva posto sempre allo stesso tavolo, al centro della sala lettura, con lo sguardo rivolto verso un muro dove si apriva una finestra.
E proprio sotto la finestra si sedeva invece lui. Ogni giorno. Per puro caso, la prima volta; poi volutamente, dopo che lei gli aveva strappato l’anima dal cuore con uno sguardo. E lui, forse per riprendersi l’anima, o forse per perderla ancora di più, tutti i giorni si sedeva lì.
I loro sguardi si incrociavano spesso, ma lui non si decideva a farsi avanti.
Come poteva avvicinarsi ad una così splendida? Come poteva anche solo pensare di interessare ad una così?
I giorni passavano, tutti uguali, tutti splendidi e tutti inutili. Un giorno, poi, all’orario di chiusura, mentre la gente lasciava la sala, la sentì parlare col custode chiamandolo “nonno”.
Era sua nipote… e quella fu la prima informazione che ebbe su di lei. Poteva dirsi innamorato pur sapendo così poco di lei? Beh, per un innamorato, anche un respiro è sufficiente.
Ma poi nulla successe per parecchio tempo. Lui vedeva bene come gli sguardi di tutti erano a tratti pilotati verso di lei, come aghi calamitati da un potente magnete. E cos’era quella che sentiva, se non gelosia?
Lei alzava spesso la testa, con fare pensieroso. E sembrava che lo guardasse… ma no… impossibile. Lei guardava fuori dalla finestra.
Poi, una mattina, lui arrivò in biblioteca appena dopo l’apertura. Salutò il custode all’ingresso, ma prima di farlo si accorse che stranamente quel giorno non era al suo posto. Sulla scrivania da lui solitamente occupata c’era un avviso:
“IL CUSTODE DELLA BIBLIOTECA OGGI NON CI SARA’. PER QUALSIASI NECESSITA’ RIVOLGETEVI IN SEGRETERIA AL SECONDO PIANO.”
Mah. Strano. Comunque non sembrava niente di grave.
Andò a sedersi sotto la sua finestra e aprì i libri. Verso le 10.00 cominciò a distrarsi con frequenza crescente e a non riuscire più a studiare molto: gli succedeva tutte le mattine a quell’ora; lei sarebbe arrivata da un momento all’altro.
Ma alle 10.30 ancora non si vedeva… lui fissava la sua sedia vuota. Nessun altro andava a sedersi lì, come se tutti sapessero che quel posto era riservato. E magari era proprio così. Però lei non arrivava.
Essendo perso in insopportabili congetture, lui non si accorse che qualcuno stava cercando di parlargli.
“…usa! Ehi? Ci Sei? Ah ecco… è libero qui?”
“Ah, sì, scusa. Prego.”
Era un tale che spesso studiava anche lui in biblioteca.
Beh, “studiava” forse non era proprio il termine adatto: più che altro leggeva il giornale e chiacchierava con chiunque gli capitasse a tiro. E così aveva intenzione di fare quella mattina.
Lesse la pagina di cronaca, poi:
“Cavolo! Hai letto questa? Sai la ragazza bellissima che veniva a studiare sempre qui?”
“Che? Cosa?” con voce impaziente.
“Pare si sia suicidata stanotte. Un amore non corrisposto, sembra.”
“…”
“Non le capisco, io, queste cose.”
“Già.”
“Già.”
Nessuno notò le lacrime che erano cadute a bagnare il tavolo. Aspettò lì ancora un po’. Poi andò via, per non tornare più.
---o---
La lezionePermettetemi, innanzitutto, di cominciare scusandomi per il linguaggio con cui scriverò queste righe: sono un uomo d’arme e la scrittura non e’ mai stato il mio forte. Inoltre, la lezione che vorrei darvi e’ molto diversa da quelle su fendenti e parate che sono solito dare alle giovani reclute.
Tuttavia, vorrei aggiungere una piccola nota su quelli che sono gli esseri più strani e particolari da me incontrati nella lunga carriera a servizio di Sua Maestà: le donne.
E’ da notare come tali esseri, pur apparendo inermi, riescano spesso a fare breccia nei cuori più duri con metodi tra i più strani ed inconsueti. In particolar modo, vorrei parlarvi proprio di una delle loro armi più pericolose e di ciò che ho imparato a tal proposito: avete presente quello sguardo che vi lanciano quando vogliono solo e solamente il vostro corpo?
Bene, ecco quanto mi accadde:
Era stato uno di quei giorni in cui il sole picchia più forte di un fabbro
bretone, e l’avevo trascorso perlustrando i confini meridionali del regno. Per fortuna, visti il mio grado ed il gran caldo, ero esentato dal portare l’armatura completa, ma vi posso assicurare che dodici ore passate a cavallo in maglia di ferro, elmo e spadone, possono sfiancare anche il più temprato fra gli uomini: figuriamoci me!
Potete credermi, di conseguenza, quando vi dico che la prima cosa che feci appena smontato dal servizio fu quella di precipitarmi nella taverna più vicina per bagnarmi la gola con qualcosa di diverso e più fresco dell’acqua (calda) e zucchero che eravamo costretti a bere in servizio!
Lo so, lo so, forse avrei dovuto essere meno precipitoso ed attendere di arrivare nei quartieri borghesi, ma avevo troppa sete ed ero troppo stanco per aspettare. Così, alla prima insegna che vidi, mi fiondai nel locale. Al mio ingresso, un silenzio ostile piombò nella taverna e diverse paia di occhi si volsero minacciosi: tra quella masnada di briganti e truffatori, noi tutori dell’ordine non eravamo ben visti. Ad ogni modo, fosse la mia innata dignità e l’aura di autorevolezza che emanavo o, molto più probabilmente, la mia mano sullo spadone e lo sguardo da "sono cattivo, arrabbiato, assetato e stanco", convinsero gli avventori a tornare ai propri affari, permettendomi di arrivare al bancone senza guai. Dopo qualche sorsata di quel liquido giallo e schiumoso che non pareva birra ma che, almeno, era fresco, mi volsi a dare un’occhiata più attenta alla sala.
Fu allora che la vidi.
Splendida dea immortale, era là, nel centro della sala, e mi fissava.
Il suo sguardo mi trapassò come nessuna freccia avrebbe mai potuto fare e il suo viso parve illuminarsi, allorchè mi rivolse il più delizioso dei sorrisi.
Imbarazzato, distolsi lo sguardo: sono un uomo d’arme, cosa volete che sappia di affari di cuore? Eppure, prima di essere uomo d’arme, sono uomo e, pertanto, l’istinto, mi spinse a guardarla ancora.
Ed ella mi stava ancora fissando, sorridendomi, ed ancora una volta distolsi lo sguardo.
Ma, di nuovo, quella voce che e’ dentro ogni essere maschile mi fece tornare ad osservarla e, finalmente, lei mi lanciò quello sguardo di cui parlavamo.
Lei voleva me, il mio corpo e null’altro.
Immobile, stetti ad osservarla mentre si avvicinava sinuosa, sempre osservandomi in maniera conturbante.
Velocemente, frasi tenere ed audaci si accavallavano nella mia mente, mentre cercavo disperatamente di trovare qualcosa da dire a questa creatura angelica, ma nulla pareva adeguato.
Così, quando lei mi raggiunse e mi rivolse il più meraviglioso dei "Ciao" che un uomo possa mai sperare di sentire nella propria vita, non trovai nulla di meglio da rispondere che un "Ciao", e sorriderle.
Fu allora che successe.
Fu allora che ebbi quella lezione che sono qui a proporvi.
Fu subito dopo che lei mi ebbe guardato ed ebbe risposto al mio saluto con un - Cazzo vuoi, stronzo? Sto parlando con quello dietro!- che capii.
Avete presente quello sguardo che vi lanciano quando vogliono solo e solamente il vostro corpo? Stanno guardando quello dietro.
---o---
Senza titoloParliamoci seriamente.
Nel 2005 ci sono due grandi filoni di pensiero riguardanti il nostro noi e le nostre ascelle.
Una filosofia è quella del “laviamole ogni giorno e imbrattiamole dei più obsoleti profumi”, l’altra in contrapposizione a questa e’ “chi se ne frega siamo uomini mica caporali o capre-rali o capre-reali”.
I primi stanno la anche dodici ore a pettinarsi ogni singolo pelo, non pubico ma ascellare, di ascelle stiamo parlando mica di manufatti di terracotta, e dopo che hanno sciolto tutti i nodi grazie all’aiuto dell’insostituibile balsamo ci passano i semi di lino, per renderli più lisci non che difficilmente annodabili, viste le proprietà miracolose di questo nuovo prodotto cosmetico.
I secondi se ne fregano, che non e’ un rifacimento della canzone fascista “me ne frego”, ma ben si un vero e proprio modo di interpretare questa pudicità dell’odore, considerandola un surplus della vita troppo agiata, e limitativa sotto un profilo socio-culturale e di rapporti inter-personali.
Pudicità perché c’e’ sempre pronto qualcuno nel posto di lavoro, in autobus, in discoteca a puntare il dito contro colui che e’ anti-cosmesi, etichettandolo come l’antisociale, o senza tanti giri di parole il zozzolone.
L’odore non e’ altro che il nostro essere, siamo nati e cresciuti tra gli odori. L’odore di soffritto di cipolla, di carbonara, di matricina di pannolino usato, di smog, di tabacco, e nessuno si lamenta mai di questi odori e perchè allora vergognarsi di un odore che è nostro?
Di un nostro status-simbol, di un fattore che ci fa’ sentire piu’ uomini, e poi volete mettere essere come mamma ci ha fatto e strafatto?
Che poi per alcuni il momento “nostro” in bagno, quello dove sei tu e il tuo corpo, si trasforma non in un orgasmo; ma ben si alla scelta del profumo, quello alla carota della Transilvania, o allo zoccolo di gnu, immancabile quello, e poi ci troviamo in bagno in mezzo a duemila boccette che dopo che ne hai aperte tre sembra di aver mangiato un fungo allucinogeno perche’ si inizia a delirare in preda agli odori chimici, e dopo che si riprendono i sensi ci si accorge che nessun profumo ci va bene e percio’ ce ne andiamo a comprare un altro, nella
profumeria piu’ vicina e consona alle nostre esigenze di vecchi uomini di mare, che senza un odore sintetico sulla pelle, quasi quasi non si esce neanche di casa, per paura che il nostro status sociale sia declassato in una posizione inferiore.
Cazzo mi ero anche depilato per aumentare il mio punteggio in graduatoria non e’ che adesso ritorno con i zozzoloni.
E poi il sudore e’ poesia, lo dicono anche i subsonica:
SEI IL SUONO,LE PAROLE,DI OGNI CERTEZZA PERSA DENTRO IL TUO ODORE... SIAMO GLI OSTAGGI DI UN AMORE CHE ESPLODE FRAGILE D’ISTINTO E SUDORE... QUANTI GRAFFI D’ACCAREZZARE PER TUTTI I CIELI KE POSSIAMO TRACCIARE TUTTE LE RETI DEL TUO ODORE DENTRO GLI OCEANI KE DOBBIAMO AFFRONTARE....
C’e’ poco da fare; celarlo, nasconderlo, vergognarsi, non ha senso, e’ come la legge di Gay-Lussac e cioe’: “l’ascella bagnata fa “cick-ciack”, e lasciamogliela fare questa dolce onomatopea che il partner di sicurò capirà. E poi parliamoci seriamente l’uomo ha avuto sempre una grande paura, quella di stare da solo, ed è per questo che molti anche non accettando il discorso “saponella, il sapone dell’ascella” la mettono in atto lo stesso, per non sminuire il loro valore sociale, e perciò si conformano allo stereotipo tipo “x” di tutti i giorni con il suo dopobarba e il suo profumo al mango, papaia e peyote.
Il profumo di mosto selvatico non credo sia un profumo consono ai canoni della prima categoria però viaggia nel filo del sentimentalismo e della passione, perciò il profumo non conta assolutamente nulla nella vita di tutti i giorni, ma crea soltanto un alone di simpatia più o meno forte tra le pareti che ci distaccano ogni giorno da problemi più grandi di una boccetta di cristallo.
Io voglio le mie ascelle pelose e disgustose, perche’ io valgo.
---o---
-A.-A. era una ragazza meravigliosa, amata da tutti nella via, amata da suo fratello, amata dalla madre, amata dal padre...A. aveva tante amiche e un ragazzo...A. era malata ma nulla la feriva tranne la tristezza di chi le stava intorno... tutti ci sforzavamo di essere allegri...ad A. piaceva sdraiarsi sull’erba ad ascoltare la musica e le storie che la nonna C. le raccontava...ad A. piaceva sentire di vite passate e citta’ sconosciute...a A. luccicavano gli occhi per la meraviglia che gli nasceva dentro,non vedeva altro e tutto il male ed il dolore sembravano in viaggio lontano dalla sua vita e dal suo corpo...ad A. piaceva l’estate, il calore del sole le evidenziava in pochi giorni la nuvola di lentiggini che le ornava il viso, camminare lungo il fiume e sentire la frescura sulle braccia e sulle gambe, l’odore dell’erba e il sapore delle vacanze...anche ora sorride, sorridera’ per sempre perche’ e’ cosi’ che la ricordo, e’ cosi’ che la sua luminosa e ardente foto mi ferma quando vado a trovarla perche’ anche lei si ricordi di me...Vedo A. che torna a casa..che scende dalla macchina del padre sorretta dal fratello...mi saluta come salutava tutti, come si saluta la propria madre che ti sveglia il primo giorno di vacanza..e tu stai bene e pensi che tutto lo splendore della vita e’ cominciato adesso che sara’ il fuoco della tua giovinezza a riscaldarlo che il sole non tramontera’ mai e le stelle le terrai in tasca...ma il tuo respiro affannoso tuona su di me e capisco che non passera’ anche questa volta..non so che le persone si ammalano, non so che le persone muoiono, non voglio sapere che non ti vedro’ piu’, non voglio sapere che tutti quelli che amo se ne andranno, non voglio diventare grande per perdere le persone e far finta di sapere e comprendere che e’ cosi’ che va la vita..nessuno dovrebbe saperlo che la merdosissima vita va cosi’, nessun bambino dovrebbe sapere che la vita soffia tra di noi per chissa quanto per poi placarsi e far scomparire tutti come un sasso nello stagno e facendoti impazzire cercando di fermare i cerchi che si allontanano e scompaiono...ad A. piacevo..mi pizzicava le guance e mi rincorreva per la via..ogni tanto mentre esco di casa mi giro e mi fermo ad ascoltare, sento i suoi passi e sento che ride..ogni tanto mi metto a correre...lo faccio di notte..perche’ non vedano che in strada ci sono due ragazzini che giocano..
---o---
Una festa tra amici - censured version -Siete mai stati ad una festa, dove non conoscevate nessuno, ma proprio nessuno dei partecipanti? Scommetto di si. Capita a tutti, prima o poi.
Arrivate lì sul tardi, salutate tutti per non sbagliare e poi via! dritti al reparto viveri e bevande. Non fate nemmeno in tempo ad aprire la prima lattina, che il vostro amico, faro solitario nelle acque tenebrose del party sconosciuto, si sta allontanando furbescamente tenendo in una mano un bicchiere e nell’altra la chiappa destra della ragazza che ha organizzato l’evento. Siete Soli. S O L I. Ormai all’orizzonte non si vedono luci amiche, la musica non riesce a sovrastare il silenzio che si è creato dentro di voi. Così, per non sbagliare nuovamente strada, perché dovete ammetterlo, venendo qui questa sera avete proprio sbagliato strada, ve ne restate fermi, ancorati, parcheggiati senza senso a guardia della vostra lattina. Fissate il vuoto, perché è l’unica cosa che conoscete da tempo, l’unica cosa che vi è familiare. Intorno a voi c’è gente che si diverte, ma non capite come sia possibile. Con la coda dell’occhio vedete alcune ragazze che ballano. C’è veramente qualcuno che riesce a Ballare in un momento come questo. E voi non riuscite a muovere nemmeno un muscolo. Il cervello ha lasciato il cartello con su scritto Torno Subito, vi è uscito dalle orecchie ed ora è all’autogrill più vicino a farsi una piadina.
E a questo punto, potete scommetterci la testa (o la piadina, vedete voi…) c’è sempre, Sempre! Qualcuno che vi passa vicino, vi guarda con tutta la compassione del Mondo e vi fa’ un cenno dicendo “Daai, alzati! Vieni a ballare che ti diverti!”
Ma…ma mi prendi in giro?! Mi pigli per il culo?! Ma soprattutto…ma chi sei?!?
“Si si, adesso arrivo…” Non c’avete voglia di ballare, ma vi alzate e cominciate a camminare a casaccio. Una mano occupata dalla bibita, l’altra rigorosamente in tasca, vagate senza meta per la stanza fino a che non raggiungete una parete. E lì, ci si ferma. Pausa. Sguardo imbarazzato a destra e a sinistra: altre persone sono nella vostra stessa condizione e tirate un sospiro di sollievo: “Ma quindi, non sono l’unico sfigato!”. Vana illusione. Perché entro 3 secondi e venti esatti, all’unisono, tutti si alzeranno dalla parete e partiranno, chi per il giro del Mondo in Kayak, chi per una spedizione di pace in Nebrasca, lasciando solo voi alla parete, quadro impressionante senza chiodo dal quale staccarsi.
Siete lì che cercate di capire cosa sia successo, quando sentite un raggio laser perforare la vostra fronte… analizzate il territorio che vi circonda fino a scoprire che appartiene ad una ragazza, agli occhi di questa ragazza, che vi sta fissando intensamente. Cercate conferma. La conferma arriva, arriva tutta. Non solo siete sollevati, siete euforici. Dopo ore di trambusto inutile, di gocce di sudore spese in nome del menefreghismo, ecco che finalmente qualcosa di buono sembra venirne fuori. Sguardo sicuro, siluro fra la folla, affondate i passi come lame roventi nel burro, le acque si spostano al vostro passaggio. Ormai la meta è lì, ancora pochi sconosciuti e potrete finalmente chiamare per nome una di queste persone, quand’ecco, inesorabile, il ritorno. Perchè c’è sempre un ritorno. Furioso, vi afferra un braccio, vi trascina via, lascia le parole alle spalle, siete già fuori, fuori da tutto, dentro una macchina, una discussione, dentro la sua rabbia, incomprensibile.
Avete dimenticato qualcosa…si…i vostri occhi…i vostri occhi sono ancora lì, sospesi, come un bacio mai dato, a pochi centimetri da quella bellissima creatura che non incontrerete più, mai più. Il vostro amico vi sta parlando, si lamenta, la tipa in realtà gli voleva solo parlare, non ci stava, non più di tanto, che festa di merda, almeno tu ti 6 divertito, conosciuto qualcuno, vabbè, non importa, tanto son tutti imbecilli quelli lì, meglio lasciarli perdere, andiamo all’autogrill? “si…ecco…c’è il cervello che mi aspetta da un pezzo…” “cosa?” “no…niente, lascia stare, muoviti che devo pisciare…”
---o---
Fenomenologia della vespa - e del vespista -Essendo io da alcuni mesi iniziato alle gioie della 50 special, posso permettermi di parlarne diffusamente e tentare un’analisi..
LA VESPA E’ RUMOROSA:
Le seguenti parti fanno molto rumore: Cambio, (in scalata di più)
KLAK!, Freno davanti (FFFFFIIIIIIIIII!!!!),Gomma posteriore quando inchioda (SKKKRIIIEIIIIII!!!) ,cavalletto, (KLONK) molla del cavalletto (SDOOOINNNG..) marmitta + motore (unico suono non trascrivibile in quanto protetto da copyright) pedivella (CRANCRANCRAN) porta del bauletto quando vibra (breeeeeeee) manubrio alla fine del raggio di sterzata (TOC!) A ciò si aggiunge il bauletto, la bandinella, la benzina che fa gloglo quando inclini la vespa a motore spento, oltre il clacson, naturalmente..
LA VESPA ESISTE SENZA VESPISTA
Un Vespista, invece,deve prima essere battezzato con almeno un mese di convivenza..al termine il suo organismo si sarà adattato al mezzo nel seguente modo:
-ripetute escoriazioni sulla parte soprastante la caviglia sinistra dovuta a colpi di ritorno e urti generalizzati con la pedivella.
- calli sulle palme delle mani dovute alla gomma indurita delle manopole
- tendinite al polso sinistro (frizione dura)
- ipersensibilità alle falangi della mano destra (freno anteriore tendente a inchiodare)
-postura lievemente sghemba per controllare meglio il pedale del freno
-mani rigorosamente sporche d’olio (candela,cambio miscela)
- autostima a mille
-Calma olimpica
LA VESPA E L’EQUILIBRIO COSMICO
Per raggiungere la pace interiore ci sono due strade:o il giardinetto zen o la manutenzione del mezzo. Con il passare del tempo il proprietario conoscerà ogni capriccio della propria amata e correrà ai ripari con tempestività e, nei casi dei guru, addirittura in anticipo.
La Vespa è, come dice il nome stesso, femmina. E’ tutta curve, se s’impunta non c’è niente da fare, ha i suoi capricci.. Io sospetto anche sia gelosa .E’ capricciosa (odia la pioggia) ma nelle giornate di sole fa la brava partendo al primo colpo per farsi perdonare. Il fatto di doversene occupare a intervalli regolari fa sì che sia propedeutica per la conservazione di matrimoni e crescita di figli.Il vero amatore prepara la miscela con fare da sommelier e, di tanto in tanto, si chiude in garage a fare “manutenzione”. Si lucida, si pulisce, si controlla e infine si arriva all’orgasmo:il “giro di prova”
LA VESPA E’ “COME LE FACEVANO UNA VOLTA”
La gioia del vespista è la totale assenza di elettronica.. niente lucine, spie, e led..Si parte producendo un rumore simile a quello delle macchinette a molla e si può andare avanti fino all’infinito..La Vespa, infatti, appartiene a quella beata serie di oggetti che si possono far ripartire a cazzottate. Oppure si lascia lì da sola a meditare e quando si torna funziona di nuovo.
Con tutta probabilità si potrebbe sostituire qualunque pezzo con uno rimediato in una cameretta media(e’ allo studio un manuale di intaglio per creare con piccoli lavori di falegnameria i pezzi necessari)
LA VESPA E LA CITTA’
Ai semafori si incontrano sempre gli sbruffoncelli su SR elaborato color verde fastidio che ti sfidano..Non sanno che la sgasatina è vitale, altrimenti il motore si accascia..L’unica cosa da fare è guardare dignitosamente altrove, e provare compassione per il povero protozoo..
Cosa dà fastidio al vespista?
-chi suona per sorpassare
-ostacolo qualunque che impone frenata quando, dopo 4 marce e sufficiente rincorsa, si è riusciti àa lanciare il mezzo al massimo delle sue possibilità
-frenare di colpo (tecnica:togliere gas e tenere freno dietro sul limite inchiodata…scalare da 4^ a 2^e premere leggermente il freno davanti..in caso di emergenza freno davanti tirato a manetta..piedi a terra, perché impianta e si rischia l’ effetto catapulta
-La pioggia..Il mezzo ha una naturale propensione per l’acqua a livello suolo, al contrario del conducente.
A parte i giovinastri, il duo Vespato è molto rispettato dalla popolazione.La carenza in fatto di progressione e punta di velocità viene compensato dallo stile di guida. Ad ogni modo si può superare agevolmente qualunque auto della scuola guida.
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