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Saturday, November 12, 2005 - ore 17:54
Studia, bastardo!
(categoria: " Riflessioni ")
Per la generazione dei miei genitori, studiare era un lusso che solo chi aveva qualche soldo da parte poteva permettersi.
Chi studiava accedeva automaticamente ad un censo di categoria superiore.
Per i miei fratelli più grandi era una
chance che apriva le porte ad una vita più ricca, in più sensi: possibilità di fare concorsi pubblici, possibilità di accedere a professioni ben retribuite, eccetera.
Attenzione: dico possibilità, ma, nella realtà, il meccanismo, per i nati tra i ’40 ed i ’50, era pressoché automatico. Chi prendeva una laurea in medicina aveva un posto in ospedale quasi sicuro.
Un ingegnere magari si doveva spostare, ma accedeva a ruoli di dirigente o quadro in azienda.
Un laureato in Giurisprudenza (e, fino agli anni ’70, Giurisprudenza era considerata una facoltà facile) aveva una serie di possibilità davvero notevoli.
Erano carriere "pilotate" da un sistema in cui cultura e ruolo si correvano dietro.
Quando ho finito le medie, ho scoperto che molti miei compagni sceglievano di fare ragioneria per poter avere un titolo spendibile senza dover fare l’università.
Faccio una parentesi. I più brillanti del mio anno hanno trovato subito impiego. Sono entrati in banca, hanno fatto carriera, magari brontolando perché non avevano il "dott.". Ora la legge in vigore permetterà loro di andare in pensione secondo il metodo retributivo, senza versamenti integrativi eccetera.
Fatto è che c’era, già da allora, nell’aria il sentore che i giochi non potevano andare avanti all’infinito.
Infatti, lo studio si è via via scollato sempre di più dalla professione. Una laurea "di ferro" come quella in ingegneria garantisce, magari, una pronta prima occupazione, ma non certo il ruolo. Pronti alla mobilità, ragazzi!
Chi ora parla con disinvoltura di idraulici esperti di arte contemporanea e di bidelle laureate in lingue orientali, sappia che la cosa non è poi così allegra e folkloristica, soprattutto per le persone coinvolte.
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