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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Monday, November 14, 2005 - ore 14:05


5.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


“Solo un maledetto appartamento indiano può avere la carta da parati in cucina”. Questo pensavo mentre me ne stavo seduto sul tavolo della piccola e mefitica cucina di Morte. Dentro un grande pentolone che cuoceva a fuoco lento sopra un fornello, l’odore della carne stufata ribolliva. Sembrava quasi prendere corpo, uscire dal grande paiolo e arrampicarsi sulle mura della stanza; infine, si infilava tra le decorazioni floreali di dubbio gusto che si ricorrevano sul giallo malsano delle pareti. Non potevo credere che Morte vivesse lì. Come poteva una che aveva abitato nei saloni enormi e freddi dei castelli della Loira abituarsi a quel ristretto e maleodorante appartamentino, nel bel mezzo di una città infernale?

Me ne stavo lì a pensare a tutte queste cose - di una irrilevanza spaventosa, se ci ripenso – quando sentii Morte e la bambina avvicinarsi. La mia “collega” aveva insistito per dare dei vestiti alla ragazzina, che ora portava una tuta grigia sportiva più larga di lei e, intorno alle spalle, una coperta di cotone a quadrettoni. Lei invece era ancora vestita come l’avevo vista quando aveva aperto la porta: una camicia da notte col colletto di pizzo sotto un’imbarazzante vestaglia color rosa satin. I suoi piedi, avvolti in due pantofole di simil-pelo bianco, strisciavano nervosi sulle piastrelle del pavimento in una lunga scia di polvere e di pezzi di moquette provenienti da chissà dove.

- Ecco tesoro… siediti qui. – disse Morte mentre spostava una sedia del tavolo, rivolta alla ragazzina.
Lei titubante, si avvicinò e, lentamente, si sedette.
- Adesso ti preparo una bella tazza di tè -.
La ragazzina non parlò.

Mentre Morte armeggiava con la teiera di coccio e vi faceva scorrere l’acqua dentro, io guardavo la bambina che sedeva di fronte a me, dall’altra parte del tavolo. Teneva la testa bassa, quasi a toccare il petto col mento; gli occhi seminascosti sotto la frangetta di capelli neri. Probabilmente era ancora sotto stato di shock. Se si escludeva la prima reazione con cui mi aveva investito nella camera da letto del padre a Cracovia, da quando l’avevo incontrata non aveva non aveva ancora detto una parola. Non aveva fatto altro che adattarsi allo svolgersi dei fatti, incapace di reagire; come un pezzo di legno trasportato qua e la dalla corrente.

L’acqua per il tè era stata messa sul fuoco, e nella cucina calò velocemente un certo silenzio imbarazzato. Dopo qualche minuto, in un ingiustificato moto di sofferenza, dissi:

- Allora Morte… com’è che sei finita a lavorare in questo buco? -
Lei si voltò verso di me e mi riservò un’occhiataccia dura.

“Che imbecille che sono!” pensai, appena finii quella frase. “Cavolo, già sono qui a chiedere un favore presentandomi nel bel mezzo della notte con una bambina mezza stranita, e poi mi comporto pure da gran cialtrone. Complimenti: vedrai come ne caverai qualcosa se continui così”.

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi il volto accigliato di Morte si distese lievemente e rispose:

- E’ un brutto periodo. Già gli umani da sempre non mi considerano di grande compagnia, poi adesso sembra che si siano tutti messi d’accordo per ignorarmi.
- Ignorarti? Ma scherzi? – dissi io, sperando che il mio tentativo di riconciliazione non risultasse troppo evidente -. Tra alluvioni, terremoti, terrorismo, guerre, violenze non si fa che parlare di te nei giornali o alla tv!
- Con la morte degli altri sono tutti bravi a fare i conti. Con la propria è un po’ più difficile.

L’acqua, dentro la teiera, stava bollendo.
Morte vide la mia espressione perplessa.

- Prova ad entrare in un locale pubblico e chiedere a tutti come pensano che sarà la loro morte. O come sono morti i loro genitori. Se non ti buttano fuori entro trenta minuti probabilmente qualcuno, per non rispondere alle tue domande, farà finta di crederti un cameriere sovrappeso. Nessuno vuol parlare di me; e questo nonostante sappiano che gli toccherà a tutti loro, nessuno escluso, di incontrarmi, prima o poi.

Tacque per un attimo.

- Hum - sorrise amaramente. - E’ come se fossi stata invitata ad una festa e tutti facessero finta di non vedermi, quasi si vergognassero di me.
- Ma è normale! – dissi io facendo spallucce - Sono umani: hanno paura di te.
- Non è che hanno paura: se ne fregano. Ormai sono diventata un incidente di percorso; una fatalità. Non si sente più nessuno che muore per “morte naturale”; se qualcuno ci lascia le penne è sempre perché è successo qualcosa di sbagliato, mai semplicemente perché “si deve”. Maledetti ingrati…

Si voltò per prendere dalla credenza un paio di bustine di the, e le gettò dentro l’acqua bollente.

- Beh, devi riconoscere che, dal punto di vista umano, non è che, quando arrivi, fai loro un grosso favore.
- Lo dici tu! La morte porta un sacco di popolarità. - disse, puntandomi contro con fare aggressivo il mestolo per la carne - Hai presente Marylin Monroe? Un’attricetta da strapazzo che è divenuta il volto del novecento grazie alla sua candida passione per gli psicofarmaci. E Kennedy? Se non ci fossi stata io quella volta a Dallas probabilmente sarebbe tornato buono solo per pubblicizzare le raccolte di fondi natalizie alla televisione, come tutti gli ex presidenti Usa.
- Ma cosa ti aspetti da questa gentaglia? Che, quando arrivi, ti facciano l’applauso? Che ti aspettino col sorriso sulle labbra?
- Certo che no! Basterebbe che si occupassero un po’ più della cosa. E che la smettessero di farmi correre su e giù per gli ospedali di mezzo mondo. Ci hai mai pensato? Uno quando entra in ospedale non può fare più nulla. Una volta caricato dentro un’ambulanza sei fatto: non puoi decidere più niente; decidono tutto i medici per te. Non sei più padrone della tua vita. Senza contare che ti sbattono in una stanza ospedaliera lontana da tutti, solo come un cane, a morire dentro prima che fuori.
- E tutto questo perché? – proseguì - Perché nessuno, né il morente né, tantomeno, i suoi parenti vogliono avere a che fare con me. Se ne fregano, te lo dico io!

Il the dentro il bricco era pronto, ma nessuno sembrò accorgersene. Il mondo sembrava essersi dimenticato di lui e della bambina che stava seduta a capo chino sul tavolo; silenziosa.

- Una volta non era così... – disse, in un sospiro, Morte.
- E’ per questo che sei finita qui? Nel bel mezzo di Bombay? – chiesi.
- Già. Certo, devo rinunciare ad un sacco di prestigio e comodità... - si fermo. - Ma almeno lavoro in mezzo a gente che mi considera ancora. Questi indiani arrancano come bestie sopra i loro milioni di dei, sgomitano come dei pazzi per un posto al sole, e sanno benissimo qual è il prezzo da pagare se non ce la fanno. Hanno ancora paura di me! -
Si voltò verso i fornelli. Poi disse:
- Almeno loro pensano ancora che io sia parte della vita, e non una semplice seccatura da evitare. Manco fossi una visita dei parenti inaspettata…
- Forse stai esagerando… è un loro diritto cercare di vivere il più possibile…
Lei si voltò di scatto, gesticolando con le mani.
- Sì ma, per Dio, io non sono un accidente! Io ci devo essere! Non è che possono sfuggirmi all’infinito! Ma ci provano lo stesso, e così finiscono per fare una vita da schifo; sopravvivendo invece di vivere. Poveri deficienti!

Solo allora sembrò accorgersi della presenza nella stanza della ragazzina.

Morte era visibilmente alterata. La faccia corrucciata, il viso arrossato. Probabilmente, quella non era stata un buona nottata per lei; in più le ero capitato in casa io, tra capo e collo, senza preavviso.
Sembrava quasi sul punto di avere una crisi nervosa ma, alla vista della ragazzina, tirò un grosso sospiro e i suoi lineamenti tornarono a distendersi.

Prese una tazza da un ripiano vicino ai fornelli sorpassando a fatica col busto l’enorme pentolone di carne bollente. Vi versò dentro il the e, tenendo in pugno qualche biscotto, porse il tutto alla ragazzina e le disse.

- Tesoro, perché non vai di là a bere il tuo the? Noi dobbiamo parlare di cose da grandi. Forse potresti vedere la televisione. Deve esserci Be-Bip a quest’ora… ti piace Be-Bip?

La bimba non disse niente; si limitò a scendere a testa bassa dalla sedia e a seguire Morte, che la portò nel salottino adiacente e la sistemò sul divano, accendendo la televisione e posando la tazza di the fumante sul comodino.

Poi ritornò verso la cucina. Si riavvicinò ai fornelli e disse:
- Ne vuoi un poco anche tu? – disse sbrigativamente, indicando la teiera.
Scossi gentilmente la testa.
Lei alzò il grosso coperchio del pentolone ribollente e, impugnando con entrambe le mani il mestolo, diede una bella rimestata alla carne e al sugo. Di nuovo, l’odore della carne stufata pervase la stanza.

- Cos’è quella roba che stai cucinando? – Chiesi, cercando di trattenere il mio istinto di tapparmi il naso.
- E’ Korma. Tipico piatto indiano. E non ti conviene parlarne male.

Prese una sedia e si sedette davanti a me.
- Bando alle stronzate. – disse – Perché sei qui? E chi è quella bambina?

Soppesai le parole. Ero stato fortunato ad essere riuscito ad arrivare fino a quel punto; avrebbe potuto sbattermi fuori casa in meno di un secondo quando avevo bussato alla sua porta. Probabilmente era stata la bambina ad intenerirla; dopotutto, Morte era comunque un’entità “femminile”.

- Allora?

Seduta davanti a me, era la prima volta che potevo scrutarne la sua nuova incarnazione. Era una donna piccola ma dall’aspetto energico; matura quanto basta per cominciare a preoccuparsi delle prime rughe. Naturalmente, le sue fattezze erano indiane: pelle scura, capelli neri e sottili raccolti in una coda corta, e gli occhi piccoli ma profondissimi. Mi guardava accigliata e decisa.

Mi domandai, per un istante, perché avesse scelto quel tipo di corpo; pensai alla possibilità di trarne informazioni che avessero sostenuto il mio intento. Poi pensai che la strategia migliore sarebbe stato quella di dire tutto e subito. Evidentemente, a Morte non piacevano i giri di parole.

Lei tirò fuori una sigaretta e se la accese, con fare deciso e malizioso.
Decisi allora di agire con fermezza. Frugai nella tasca e posi sul tavolo il fax che mi aveva mandato lo Spirito Santo, con le direttive per la mia missione a Cracovia.

Lei lo lesse in fretta e poi disse:
- E’ lei la figlia? –
Annuii.
- E’ strano – disse sorpresa. – Non mi pare di aver ricevuto nessun ordine di morte per lei. O per suo padre.

Non sarebbe comunque stata la prima volta che Morte avesse mancato una consegna. Era lei che curava il passaggio dei morti dal loro corpo fino di fronte al creatore. Un specie di agenzia di viaggi, se volete. Un’agenzia che, a volte, si dimenticava i bagagli da qualche parte; niente di stupefacente.

- Andiamo a controllare – disse, alzandosi dalla sedia, scuotendo la sigaretta nel posacenere e uscendo dalla cucina. La seguii, grato del fatto che non mi avesse chiesto il perché della mia mancata uccisione; mi aveva risparmiato più di qualche imbarazzato tentativo di spiegazioni.

Uscimmo dalla cucina e attraversammo il salotto. Sul divano, la ragazzina stava guardando della pubblicità. Il the si stava lentamente raffreddando, ingnorato sul comodino.

Entrammo in una piccola stanza buia. Grandi schedari erano ammassati sulle pareti, pieni di polvere e scartoffie. Si vedeva che nessuno li usava più da un pezzo. Su un angolo vidi un grosso computer. Morte vi si sedette davanti.

- Come hai detto che si chiamava? - disse agitando la cicca nella mia direzione.
- Drocek. Cracovia. – risposi.
Morte digitò i dati e avviò la ricerca. Subito sullo schermo lampeggio una scritta.

NO MATCH FOUND

- Non è possibile – disse lei con gli occhi sbarrati.
Di nuovo quel vago senso di inquietudine cominciò a pervadermi.
– Non ha senso – disse di nuovo.
- Cosa succede? – chiesi io.
- Non è possibile che non ci siano risultati. – si voltò a guardarmi - Sei sicuro che il nome sia giusto? Non mi è mai capitata una cosa del genere… Non è che ti sei sbagliato?
- Senti: qua c’è scritto Drocek, Cracovia, Coordinate astrali 456-45-32… me lo ha passato direttamente lo Spirito Santo, su di un canale sicuro. E non è che quello di cavolate ne faccia poi tante.
- Una persona non può non esistere – disse lei -. Anche se i dati fossero sbagliati qualcosa dovrebbe comunque saltare fuori. Uno scambio di persona. Davvero non capisco. E’ come se qualcuno avesse cancellato questo nome dalla lista...

Silenzio.

- Io non ho comunque ricevuto nessun ordine di morte per questo "Drocek" e sua figlia.
- E allora? Che ai piani alti si siano davvero sbagliati?

Guardai morte, e lei guardò me. Sapevamo che potevamo escludere quella possibilità.

- C’è qualcosa che non quadra in questa faccenda – disse tornando a guardare lo schermo.
- Un momento! - dissi. -Hai detto neanche per Drocek?-
- Cosa?
- Hai detto che non avevi un ordine di morte neanche per Drocek?
- Sì...
- Cazzo!

In quel momento un suono provenne dalla stanza accanto. Mi voltai di scatto e corsi verso il salotto. Il televisore era ancora acceso. La tazza del the si era rotta a terra, in uno schianto.

Guardai velocemente in tutta la casa.

La bambina era sparita.


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Leonida, 23 anni
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