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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Thursday, November 24, 2005 - ore 16:23


6.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


La puzza delle strade di Bombay è, sotto Natale, ancora più penetrante di quanto ci si possa immaginare. I cassonetti semiaperti ai lati delle strade, gli avanzi di frittura di pesce dei ristoranti all’aperto, l’odore cencioso dei mendicanti ad ogni angolo, le nuvole di rame delle acciaierie sulle colline, il porto saturo di metallo stantuffante petrolio, l’odore massiccio e potente della folla scalpitante, il suo sudore misto a deodoranti e profumi di basso livello… tutto questo si mescolava e confluisce in una grossa e livida goccia di olezzo; una bolla di odori che grava sopra la città come un giovane e spudorato semidio, capace di farti venire le lacrime agli occhi se solo lo guardi storto per troppo tempo.

Avevo decisamente bisogno di una pausa. Il mal di testa che, fino a qualche tempo fa, pensavo di aver lasciato accanto al caminetto di casa mia, aveva finalmente riportato alla mia attenzione il suo biglietto da visita, e ora pretendeva di essere preso in considerazione, come un bambino in piena crisi pre-ormonale che picchiava, urlando, con un mestolo su di un tegame d’acciaio.

La sparizione della bimba mi aveva messo KO più del previsto. Già da Cracovia avevo la sensazione di aver perso il controllo della situazione, di non avere il ruolo predominante in tutta quella faccenda; come se mi muovessi sotto l’egida di un qualche disegno che mi appariva oscuro, manovrato da mani ben più forti delle mie. Ora questa sensazione era più acuta e, insieme a lei, ne era comparsa un’altra: una certa amara rassegnazione.

Che fare? All’inizio avevo pensato di fare subito rapporto ai piani alti e poi rimettermi alle loro decisioni ma, dato che l’ordine di ammazzare una bambina non in lista di morte me l’avevano dato loro, la puzza di marcio si sentiva a molte miglia di distanza. Morte non poteva fare niente per me; aveva le mani legate dai suoi protocolli e dai suoi ordini. Inoltre, se fosse scesa in campo ci saremmo fatti notare subito. Che cosa avevano in mente? Qual era il loro scopo? Dovevo scoprire cosa si nascondeva dietro tutti quegli strani eventi, e dovevo farlo in fretta e in silenzio. Ma non sapevo davvero da dove cominciare.

Per questo avevo in qualche modo “deciso” di tirare il fiato: avevo la netta sensazione che le cose avrebbero seguito un certo corso a prescindere da tutti gli sforzi che avrei potuto fare di cambiare la situazione. Dunque era meglio fermarsi e aspettare.

Quello che mi ci voleva era mettere qualcosa sotto i denti. Magari un panino con carne, cipolle e formaggio. E una bella tazza di caffè forte.

Svoltai per una piccola via maleodorante e vidi, infondo sulla destra, una tavola calda.

Entrai. Era un locale che aveva fatto la pessima scelta di adottare un arredamento bianco a motivi rossi sopra un pavimento di ceramica chiara, probabilmente nella vana speranza di poter dare un’idea di pulizia. L’unico effetto che, invece, quel locale così arredato riusciva ad ottenere, era quello di rendere lo sporco - che si annidava un po’ dappertutto, dal grande bancone ai tavoli di plastica dura – ancora più evidente. Sembrava un posto per camionisti di passaggio o rappresentanti commerciali in fallimento; un posto dove tutti ti ruberebbero il portafogli ma in cui non ti saprebbero riconoscere nemmeno se fossi loro fratello. Proprio quello che mi ci voleva.

Il locale era vuoto. Meglio ancora.

Dietro al grande bancone bancone c’era una ragazza indiana, di circa vent’anni, un bel viso e uno sguardo che tradiva tutta la noia e l’insofferenza di cui era capace. Aveva una penna in mano e stava scrivendo qualcosa su di un piccolo taccuino. Mi avvicinai.

- Cosa avete stasera di buono, dolcezza? – dissi sorridendo forzatamente.

Lei alzò svogliatamente lo sguardo verso di me e, masticando la sua gomma, mosse il braccio a indicare svogliatamente il bancone dove, dietro una vetrina, erano esposti i vari cibi. Feci buon viso a cattivo gioco e, sempre sorridendo, guardai i vari tipi di portate a disposizione.

- Il pollo com’è? – chiesi
- E’ pollo. - rispose.
- Piccante?
- Dipende.
- Dipende? E da che?
- Dipende. Se sei indiano, no.
- Mmmm… e tu sei indana?
- Sì.
- E quindi il pollo è piccante.
- Se lo dici tu…
- Hai mai mangiato pollo non piccante?
- Che vuol dire? – chiese con aria perplessa.
- Quello che ho detto. Hai mai mangiato un pollo non piccante? Per esempio italiano?
- No.
- Sai… ci sarebbe un ristorantino italiano verso il porto… è poco conosciuto, è piccolo e sporco, ma le loro lasagne sono insuperabili. – Sorrisi. - Sono sicuro che un loro pollo varrebbe quanto tutti i tuoi maledetti polli piccanti della costa indiana. Se vuoi una volta…
Mi interruppe con fare deciso e insieme annoiato. - Se vuoi qualcosa di non piccante abbiamo delle ciambelle. –

Non capii se stava scherzando o meno. Feci l’indifferente.

- No, no… piuttosto questo cos’è?
- Nan.
- Ossia? – dissi io con l’aria leggermente spazientita.
- Una focaccia.
- Una focaccia, dici! – dissi in tono falsamente sorpreso che voleva dire qualcosa del tipo "questo lo vedo da me" – E che ci metti dentro?
- Quello che vuoi.
- Hu - hum… allora che ne dici di metterci dentro una bella coppia di gemelle svedesi ninfomani, bellezza? – dissi sporgendomi sul bancone e facendole l’occhiolino.
- Spiritoso… – disse lei, alzando ironicamente labbro e sopracciglio sinistri.
- Senti… fammi uno di sti cosi. Abbondante però. Con carne, formaggio, poca verdura. E cipolla. Tanta cipolla. E, per carità, non metterci nessuna delle vostre maledettissime salse piccanti… non riusciresti a sentire nemmeno un chilo di carne di balena in bocca se lo condissi con quella roba.
- Da bere? - chiese lei.
- Caffè. Tanto caffè. Forte.
- Bene.

Mi fermai a guardarla; l’ordinazione era terminata, eppure lei non si era mossa di un millimetro. Piccola presuntuosa. Era solo un suo modo di dire “ehi, sporco vecchio magnaccia… io ti servo solo perché lavoro qui, ma non pensare che mi faccia in quattro per te. Ti faccio la tua focaccia solo quando e se ne ho voglia, e ringrazia solo che non ci sputo dentro…”.

Mi sedetti ad un piccolo tavolo, dando le spalle all’entrata e riuscendo, così, a tenere sotto controlla la cameriera. Visto che pensava di poter comandare lei avevo intenzione di rovinarle la festa il più possibile, rimanendo ad osservarla finché non avrebbe mosso quel grazioso culetto per farmi quel maledetto nat, gan… quel che è.

Non si era ancora mossa da lì. Aspettò un attimo. Io continuai ad osservala fissa, seduto al mio tavolo come se mia spettassi qualcosa da lei. Allora si rese conto della sconfitta e, sbuffando, sparì nel retro. Sorrisi beffardo pensando: "beccati questo, stronzetta".

Qualche minuto dopo, ritornò con un grosso bicchiere di polistirolo in mano. Fece per aggirare il bancone e venire verso di me ma poi, quasi impercettibilmente, sembrò scuotersi e, senza cambiare rotta, prese una zuccheriera da uno scaffale. Allora ritornò al centro del bancone e vi posò zuccheriera e caffè. Alzò la testa con un sorriso beffardo e aspettò. La guardai. Lei sorrise ancora, e poi tornò a scrivere sul suo taccuino. Aspettai un attimo ma realizzai quasi subito che certo non mi avrebbe portato al tavolo quel fottuto caffè.

Era la sua piccola vendetta.

Allora sorrisi, mi alzai dalla mia fredda sedia metallica e andai al bancone.

- Grazie – dissi con normalità. Il modo migliore per rovinarle la festa.

Lasciamo perdere. Tornai al tavolo e cominciai a bermi il mio caffè. Tirai fuori la mia bottiglietta di grappa che tenevo sotto il pastrano e ci feci una bella aggiunta. Fece subito un buon effetto.

Qualche minuto dopo la porta del locale si aprì cigolando dietro di me, e un tipo massiccio si avvicinò al banco.

- Un caffè caldo! – disse, senza aspettare che la ragazza si avvicinasse per ricevere l’ordinazione.

Subito il nuovo arrivato si voltò per trovare un tavolo, e così facendo incrociò il mio sguardo. Mi vide e fece il possibile per apparire sorpreso. Sembrò esitare un momento, ma poi mi si avvicinò. Quando mi fu a poco più di mezzo metro di distanza disse:

- Ma guarda un po’… i vecchi figli di puttana sono come i brufoli, eh Babbo? Saltano sempre fuori quando e dove meno te li aspetti – disse quasi ridendo.
- A sentirtelo dire, devi essere un vero luminare del campo – risposi con aria indifferente, senza guardarlo.
- Dei figli di puttana?
- No. Dei brufoli.
Incassò il colpo. Ma si riprese in fretta.
- Sai com’è… a differenza tua, ho avuto un’infanzia felice. I dolci al cioccolato erano il mio pane. Comunque meglio i brufoli di quelle brutte emorroidi che ti possono schizzare fuori dal culo nelle notti gelate d’inverno mentre stai seduto sulla groppa puzzolente di una renna… ma, a proposito, posso sedermi?

Indicai con un’occhiata stanca la sedia di fronte a me. Lui si sedette. Era un uomo molto robusto, con un viso squadrato sostenuto da un collo taurino e in cui le due sopracciglia folte quasi si incontravano. Era biondo, i capelli corti e disordinati; gli occhi azzurri scavati e inespressivi. Portava una giacca leggera color verdone e dei jeans logori sopra gli anfibi.

- Dì un po’… com’è che non sei impegnato in qualche ipermercato a far andare in brodo di giuggiolen qualche marmocchietto tenendolo sulle ginocchia? Lo sai che oggi è la notte della vigilia vero?
- E tu non dovresti essere da qualche parte? - replicai io -. Che so, in Medioriente o in Africa, a pianificare qualche sterminio di massa in modo da stimolarti l’appetito per il tuo cenone solitario di domani a base di merdoso cibo militare in scatola?
- Ehehe – fece sorridendo ebete – Non ci crederai ma ho grandi progetti per domani...
- Metterti una mano nei pantaloni mentre, solo, ti guardi il varietà natalizio di sei ore sulla tv nazionale e stappi uno champagne da due dollari al litro?

La sua faccia si incupì per un attimo.

- Sì certo, ridi pure… vedrai come riderai meno quando domani vedrai alla televisione cosa faranno quei terroristi islamici in vari luoghi pubblici dell’Europa e degli Usa…
- Fa proprio parte del tuo stile, eh Ares? Voglio dire… buttare il sasso e nascondere la mano, aspettando poi che la stupidità umana faccia il resto, con guerre preventive e terrorismo… Che delusione! Proprio tu, signore della guerra, che una volta mandavi eserciti di migliaia di cavalieri a scannarsi fra di loro in tutto il mondo. Guardati oggi: costretto a ricorre a questi mezzucci ideologici da quattro soldi solo per fare più ascolti possibili al telegiornale della sera…
- Beh, è un periodo difficile anche per me! Non ci sono mai state così poche guerre in giro… gli umani preferiscono sfogare le loro voglie di predominio e di violenza in altri modi.
- O forse si sono stufati di te. Ammettilo: ti sei rammollito parecchio dopo la gradassata delle due guerre mondiali. Hai sparato le tue ultime cartucce. Cazzo, anche un bambino sarebbe riuscito a far scoppiare la guerra nucleare tra Usa e Russia durante la crisi missilistica di Cuba! La verità è che gli umani non hanno più voglia di combattere per la gloria, la nazione e tutte quelle boiate… preferiscono l’imboscata alla battaglia. Un altro poco e diverranno tutte delle vecchie zie come te…
- Questa è una stupidaggine e lo sai bene! – disse quasi urlando con fare indignato; i suoi occhi azzurri si chiusero in due piccole fessure e alcune vene gonfie di sangue cominciarono ad emergere sul collo e sulla tempia destra - Gli umani...

Si interruppe. La ragazza era arrivata con la mia focaccia. Me la posò davanti e poi se ne andò. Ares continuò a bassa voce.

- Gli umani non riusciranno mai a fare a meno di me! E’ la loro natura! Non possono fare a meno del conflitto. Solo quei deficienti di pacifisti si illudono che il mondo possa essere governato senza conflitto. Tutte quelle culture e diversità governate solo da strette di mano… ma per piacere! Devo solo aspettare che qualcuno alzi la testa, e poi vedrai come ti faccio scoppiare uno di quei conflitti su scala mondiale al cui confronto l’Europa del ‘40-’45 sembrerà una disneyland per poppanti incontinenti.
- Bravo… e magari tirerà fuori le atomiche… e così l’umanità verrebbe sterminata e tu ti troveresti senza lavoro.
- Stronzate. La guerra è sempre stata il motore della storia, del progresso… qualcuno sopravvivrà e la cosa ricomincerà da capo, solo molto più pulita e meno complicata.
- Guarda, a me faresti solo un favore… mi caveresti un bel po’ di lavoro dalle spalle.
- E magari mi romperesti un po’ meno le palle quando mi prendo una breve vacanza dal lavoro, eh?

Presi un morso di quella specie di panino. Era buono, dopo tutto.

L’ultima volta avevo beccato Ares era stato ad inizio ottocento, quando si era finto un luogotenente napoleonico nella battaglia di Austerlitz. Probabilmente, aveva sgarrato per sentire sulla pelle, per la prima volta, la prima linea; gustare un po’ l’aria pregna di polvere da sparo e carne maciullata… Peccato che però c’ero ioa rovinargli i piani. L’avevo fatto fuori entrando nella sua tenda la sera prima della battaglia e rendendogli l’anima con un colpo baionetta ben assestato nel costato. Si era preso una bella ramanzina dal grande capo quella volta, e probabilmente non gli era ancora andata giù.

- Era il mio lavoro… - dissi, quasi a volermi giustificare.
- Già. Ma non è stato per niente piacevole prendersi quella lavata di capo, col terrore di essere eliminato e condotto a far da barcaiolo nello Stige.
- Chissà che non ti capiti sul serio questa volta.
- Che vuoi dire?
Presi con indifferenza un altro morso e un bella sorsata di caffè. Buttai tutto giù e dissi.
-Che in questo momento hai una pistola calibro dodici puntata sul menisco destro

Così dicendo avvicinai la canna della mia pistola, che impugnavo nella mano sinistra sotto il banco, alla sua rotola, in modo che sentisse che non stavo bluffando. Ares improvvisamente impallidì e si rizzò sulla schiena.

Gli rivolsi un sorriso compiaciuto. “Finalmente – pensai – si fa a modo mio”.


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Leonida, 23 anni
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