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Thursday, December 01, 2005 - ore 02:36
7.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Era piacevole. Pensateci: quando vi ricapita di mettere sotto scacco il padrone di ogni violenza umana e di vederlo tremare confuso davanti a voi? Quando vi capita di avere il signore della guerra ai vostri piedi? Era una soddisfazione non da poco, concedetemelo. Per questo, forse, in seguito commisi degli errori. Ma, accidenti, a ripensarci oggi, forse ne valeva davvero la pena di correre tutti quei rischi solo per vedere quel faccione pallido e sbruffone tremare e biascicare parole codarde davanti a me, con una pistola puntata addosso.
- Da quant’è che mi segui? – chiesi con irruenza.
- Io? Seguirti? Ti sbagli… - disse lui, incerto, mentre una piccola goccia di sudore cominciò ad attraversargli la tempia.
- Oh, andiamo Ares... – dissi io, sornione, mentre addentavo un altro pezzo di focaccia. – Sarai anche bravo a seminare zizzania tra nazioni ma sul campo ti muovi con la grazia di un leone marino dentro una Maserati. Ti avrò visto seguirmi già una mezz’ora fa.
Tacque.
- Mmmm… Cazzo… questa focaccia è davvero buona. – dissi, con la bocca piena - Ne vuoi un pezzo? – e gli porsi il panino.
Rimase immobile. La sua faccia si scurì.
- Accidenti, non so cosa ci mettono dentro ma mi piace… mica come quegli hamburger americani… chissà con cosa li fanno.? Magari carne di soldati morti… - sorrisi con un pezzo di cipolla sulle labbra.
Lo stavo provocando. Vidi che la sua rabbia montava.
“Bene” pensai; “farà ancora più errori”
Disse:
- Credi di intimorirmi? Non puoi certo farmi fuori! Non ho fatto niente, e i grandi capi si incazzeranno a morte se gli tiri uno scherzo del genere, specie stasera, quando avresti essere in giro a distribuire regali ai mocciosi, e non a Bombay ad accoppare entità innocenti.
Era rosso di rabbia.
Presi un altro morso. Buttai giù il boccone e poi dissi, severo:
- Adesso calmati e resta seduto e fermo. Le mani sul tavolo a palmo in giù. – dissi io, con fare autoritario.
Lui portò le mani sulla superficie bianca del tavolo.
– Tranquillizzati. Chi ha mai detto di ammazzarti? – dissi, assumendo una posa più rilassata sulla sedia.
- Sbaglio o voi altri entità infernali potete sentire il dolore?
Ares si irrigidì violentemente.
- Fidati: trovarsi il ginocchio spappolato e magari la gamba mozzata fa molto più male che beccarsi nel sonno una baionettata al cuore.
Sbiancò. Aspettai qualche secondo che paura e rabbia, mischiati, facessero il giusto effetto.
- Allora? Dov’è? – chiesi con fare tranquillo.
- Dov’è chi? – disse lui, quasi tremando. La mia tattica stava funzionando.
- La bambina, idiota.
- Quale bambina? Non… non so di cosa stai parlando…
- Sai benissimo di cosa sto parlando.
- E invece no!
- Oh per favore, Ares! – esclamai, quasi ridendo. - Due secondi fa hai detto “dov’è chi?”, non “dov’è cosa?”. E’ evidente che sai tutto… l’hai presa tu?
Silenzio.
Scattai.
- Parla, brutto idiota! O da domani i tuoi nuovi amici da portare sottobraccio saranno un paio di stampelle. O, alternativamente, una sedia a rotelle. – e così dicendo premetti ancora più forte la canna della pistola sul suo ginocchio.
- Va bene va bene… non sparare - disse lui, agitato. Lo avevo in pugno.
- Allora?
- Non sono stato io. E’ il mio capo che me lo ha ordinato – sorrise nervoso – Lo sai… quando ti ordinano qualcosa devi per forza…
- Dov’è ora?
- Non lo so, non lo so… senti io gliel’ho solo consegnata…
- Ascolta un po’ brutto figlio di puttana potrei anche togliertene due, di ginocchia – E così dicendo feci scattare la sicura della pistola sotto il tavolo, di modo che ne sentisse lo scatto metallico.
- No! No! Ti prego… non so dove sia… forse… forse a quella festa…
- Di quale cazzo di festa stai...
Mi bloccai. In quel momentoun lungo brivido lungo la schiena. Fu un istinto improvviso, quasi di chiaroveggenza. Sentii il pericolo salirimi sulla schiena giusto qualche istante prima che mi trovassi con la testa sollevata e il filo sottile e freddo di una lama affilata proprio sotto il mento. Qualcuno mi aveva sorpreso alle spalle e ora mi puntava un coltello alla gola.
- Gettala! – disse una voce.
Esitai qualche attimo.
- Ho detto gettala!
Respirai profondamente e poi gettai la pistola sotto il tavolo. Riconobbi la voce; era quella della ragazza. Maledissi silenziosamente me stesso per aver sottovalutato la capacità distruttiva di una ragazzina ventenne frustrata dal sobborgo macero di una delle città più malfamate del mondo. Probabilmente, una cosa del genere si avvicinava molto più al sogno della sua vita di un matrimonio in un castello svizzero.
- Mani sul tavolo! – disse.
Posai lentamente le mani sul tavolo di plastica bianca e dura.
– Tu, invece… - disse rivolta ad Ares, che sembrava troppo sorpreso e intimorito per inquadrare chiaramente la questione. – Prendi il telefono sul bancone e chiama la polizia. Niente scherzi, o ti scuoio con le mie mani.
Ares si alzò ancora frastornato dal tavolo, e si avviò verso il telefono per le ordinazioni.
Valutai in fretta la situazione. Non potevo permettermi di essere ucciso, e nemmeno di farmi beccare dalla polizia e andare in prigione senza passare dal via.
"No. Non così. Non adesso".
La lama fredda ancora mi accarezzava il pomo d’adamo. Con un briciolo di razionalità cercai di capire di quali possibilità disponevo. L’unico punto su cui potevo far leva era la presunta inesperienza della ragazza; aspettare una sua mossa falsa. Tuttavia, ricordai che, su quell’aspetto, mi ero già sbagliato una volta. Ma non sembravano esserci molte alternative.
- Sì. Sì, un aggressione in locale pubblico. – stava dicendo Ares al telefono - Siamo alla tavola calda “Taji” di via… come si chiama la via? – chiese Ares alla ragazza.
Lei, tenendo stretto il coltello, disse un nome incomprensibile.
- Come? – le chiese lui.
Allora lei si voltò a guardare Ares per ripetergli il nome della via, e allentò leggermente la presa.
“E’ questo il momento. Ora o mai più” mi dissi.
Tutto accadde molto velocemente.
Con una mossa repentina afferrai la mano destra della ragazza, quella che impugnava il coltello, e la storsi violentemente facendo compiere al braccio un movimento innaturale.
La ragazza urlò e il coltello cadde a terra con un rumore metallico.
Non sentii lo schiocco secco del gomito che si frantumava, e questo mi preoccupò. Significava che avrebbe reagito da un momento all’altro.
Ares, allarmato dall’urlo di dolore della ragazza, si girò verso di noi. Vidi che si stava portando la mano alla cintola. Il bastardo aveva una pistola.
Fu il ricevitore a salvarmi. Istintivamente, Ares portò la mano destra, quella che reggeva la cornetta del telefono, verso la fondina. Si accorse però troppo tardi di doverla mollare per impugnare la pistola e, ancora istintivamente, poggiò il ricevitore sul bancone.
Idiota. Quel gesto impacciato mi diede quel secondo di vantaggio per prendere l’iniziativa.
Tenevo ancora la ragazza per il polso destro. La strinsi alla vita e, prima che potesse reagire, corsi con forza verso Ares, facendomene scudo.
Lo travolgemmo, e tutti e tre scavalcammo il bancone e cademmo dall’altra parte.
Appena sentii le piastrelle fredde del pavimento contro il mio muso, e un fiotto caldo di sangue varcarmi la guancia sinistra, capii immediatamente che, se volevo uscirne vivo, dovevo essere il primo a reagire.
Allora mi destai e, da terra, palpai il bancone in cerca di qualsiasi cosa da usare come arma. Incontrai qualcosa di freddo e pesante e, senza pensarci, lo scagliai con forza sulla testa di Ares.
Schizzi di sangue saltarono dal suo capo.
Pensai di avercela fatta. Ma, a quel punto, qualcosa mi spinse violentemente indietro. La ragazza si era ridestata, mentre Ares sembra fuori combattimento.
Battei la testa contro uno spigolo del tavolo. La caduta mi annebbiò la vista. Caddi a terra. Riuscii comunque a scorgere la ragazza alzarsi in piedi e correre via.
Sapevo di non potermi fidare di lei; non sarebbe semplicemente scappata. Un secondo dopo mi alzai e, da dietro il banco, vidi che stava per chinarsi e raccogliere la mia pistola, rimasta sotto il tavolo. Scattai. L’unica mia possibilità era di scavalcare di nuovo il bancone e afferrare la pistola di Ares, sperando di trovarla.
Mi lanciai di nuovo oltre il bancone. La ragazza sentii il rumore e si voltò, perdendo attimi preziosi.
Arrivai a terra. La pistola non c’era.
“Dannazione!” pensai. Ma era troppo tardi.
Sentii il colpo partire. E poi altri due ancora. Chiusi gli occhi.
Non accadde nulla. Calò il silenzio.
Li riaprii.
Ero ancora steso a terra , davanti al bancone. Di fronte a me, vicino al tavolo dove, poco prima, avevo mangiato, la cameriera indiana impugnava la mia pistola, puntandola quasi verso di me. Il suo sguardo era perso nel vuoto, la sua faccia una maschera di orrore. Sembrava paralizzata.
Non mi fermai a cercare di capire cosa era successo; l’istinto di sopravvivenza aveva la meglio sulla ragione in quei momenti. Mi avvicinai con cautela. Appena potei, le strappai la pistola dalle mani. Lei rimase quasi impassibile, con la bocca semiaperta.
Era finita.
Le puntai la pistola contro, ma era chiaro che, oramai, era inoffensiva.
Allora mi voltai verso il bancone, nella direzione in cui lei stava guardando, attonita.
Effettivamente, la scena era raccapricciante.
Due colpi si erano conficcati nel bancone, molto vicini a dove stavo io prima. Spaventosamente vicini. Ma un terzo colpo era andato a bersaglio.
Dall’altra parte del bancone il corpo senza vita di Ares stava ancora in piedi, infilzato da una decina di spiedi per polli vuoti alle sue spalle. Una parte del cranio gli era saltata, colpita da una delle mie pallottole da 20 millimetri a punta rinforzata.
Il sangue era dappertutto. Pensai che dovevo andarmene alla svelta; qualcuno sarebbe arrivato da un momento all’altro. Per un secondo però, pensai che, se me fossi andato così, non avrei saputo dove rintracciare la bambina. Ares era morto, e non poteva più rivelarmi dove era ora. Dovevo trovare un traccia; un indizio.
Mi avvicinai al suo corpo nel silenzio del sangue sulle pareti. Con un certo ribrezzo, frugai nelle sue tasche. Vi trovai un biglietto. Era un invito ad una festa di gala; a Ginevra.
“Ci siamo!” pensai.
Non ebbi tempo per riflettere sul perché fosse stato così facile; sul perché avessi trovato quel biglietto proprio lì, come se fosse stato messo lì apposta per me. In seguito, avrei avuto modo di pentirmi della mia scarsa lungimiranza.
Sentii le sirene della polizia avvicinarsi.
Andai velocemente verso l’ingresso. Al momento di varcare la soglia, mi voltai. La ragazza era ancora a terra; tremante. Si voltò verso di me. Pur nelle braccia del terrore, conservava una certa spudorata bellezza femminile.
Le sorrisi.
“Ah, per quella serata italiana… chiamami se vuoi” – le dissi.
Lei mi guardò sbigottita. Aprii la porta e me ne andai.
Venti secondi dopo, ero di nuovo al sicuro, mescolato tra la folla notturna e scalpitante dei sobborghi di Bombay. E pensai che non le avevo nemmeno lasciato il mio numero di telefono.
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