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    Friday, December 02, 2005 - ore 15:54


    DeasimO
    (categoria: " Vita Quotidiana ")




    Un mare incontaminato. Degli scogli. C’è l’acqua e c’è il vento che erode le rocce di questi spuntoni.
    C’è l’istante che interpone e collega i vari cassetti della memoria.
    Ho pensato di essere una balena.
    Grande. Azzurra. Solitaria nel suo vagare libero e leggero nelle profonde acque del nord.
    Sono riuscito a vedere l’immenso azzurro, che ne copre lo sguardo, e sono riuscito a perdermi nel correre senza fine del mare verso l’orizzonte.
    Sentirmi abbracciato dal candore dell’acqua che mi schiva i fianchi e le pinne, abbandonare lo sguardo e lasciarlo fluire immerso nell’azzurro del mare. Ho come la sensazione che se tutto corresse, che se questa marea lenta e azzurra e calda se n’andasse a sfociare chissà dove, io di sicuro lascerei che il mio molle, e pesante, corpo di balena fluisse con lui verso l’infinitamente profondo. Qui il volto, del mare profondo, è uno sguardo che si perde nella linea dell’orizzonte, che non ha davvero confini... non ha case né palazzi che s’interpongono al tuo sguardo e ne limitano la visuale...qui davvero il mondo sembra non finire mai.... sembra che con un balzo tu possa arrivare all’altro capo del mondo e poi ancora e ancora..e così verso l’infinito... nel mio ruolo sono uno spettatore... e sembrerebbe quasi un reato se muovessi le mie pinne azzurre, come se sapessi che un mio movimento potrebbe essere causa di uno stravolgimento letale per questo mio mondo di ricordi e sensazioni.
    E allora che c’è di meglio che rimanere fermo a lasciarsi fluire come corrente. Io inteso e immerso nella balena, in questo goffo e libero corpo che crea la dolcezza necessaria ed il fascino coriaceo perché pescatori vengano al mio cospetto non per pescarmi ma per ammirare me, il mio corpo azzurro, il mio sbattere le pinne nell’acqua e i miei immensi spruzzi che lanciano in alto i miei nuovi ricordi, perché poi essi possano ricadere su se stessi, in salti mortali e in capriole e piroette.
    C’è un posto, al di fuori di questo mare incontaminato, che uso stendermi e lasciare che la mia pelle venga baciata dal sole. Lì, in quell’isola nel centro del mio oceano, scorgo cose che nell’acqua non ho mai visto.
    Lo sapevate che strane cose che crescono sulla terra? Dei lunghissimi fusti marroni che partano dalla basso e se ne vanno verso l’altro esplodendo in tantissime, a volte lunghe e a volte corte, a volte grande altre volte piccole, esplosioni di spruzzi verdi. E sembra quasi che questi fusti marroni trattengano a stento quelle strane cose verdi, per non lasciare che se ne vadano a tuffarsi in quello strano ed inesplorato mare che sta opposto al mare dove nuoto io.
    A volte mi son chiesto che sensazione dovessero provare quei pesci che vedo la mattina presto quando il mio torpore si dirada con le prime luci che la mia acqua lascia fluire, e i miei occhi girano lo sguardo all’alto della mia testa e perforano la superficie del mio mare per rituffarsi nel mondo sopra di me.
    Mi chiedo che vuol dire essere senza peso nel mare d’aria, io che conosco solamente il silenzio quieto di questa mia aria d’acqua.
    Mi chiedo che vuol dire perdere lo sguardo nella luce di quell’infinito fatto d’azzurro e mi chiedo anche che significato emozionale sia, nuotare in compagnia, seguendo quegli strani scogli bianchi e soffici… che significa attraversarli e sentire le nuvole accarezzare la propria pelle in un soffio delicato ed impalpabile. A volte mi dico che quel tocco debba essere simile al tocco dell’eternità che sfiora il giorno che scorre.
    Mi chiedo perché io non posso volare all’interno di quel mare e mi chiedo per quale motivo quegli strani pesci al di sopra, del mio corpo arenato su questa spiaggia, non possano volare nel mio mare denso.
    Immagino e sento un scossa di brivido lungo la mia schiena al solo pensiero delle cose che potrei imparare io stesso, e loro, se potessimo nuotare nei rispettivi diversi mari.
    Che strane idee che si fanno quando il proprio corpo non può muoversi perché immerso nella sensibile miriade di sabbiolina che mi sta sotto la pancia e l’unica parte che di te è senza legame, la mente, è libera di andare qua e là e scorazzare come bimbo nel prato con il suo aquilone nuovo.
    Qui è un posto bellissimo per lasciar libera la mente. Non hai bisogno di muoverti, e respirare, mi riesce abbastanza facilmente.
    Ci sono molte piante e se ne guardo una riesco a coglierne la linfa vitale che è fatta di ricordi. Sapete, amici, che bello è rituffarsi nel passato? C’è un albero che sta morendo lì in fondo e quello è un ricordo che sto dimenticando. Come posso lasciarlo morire nell’indifferenza… nella mia stessa indifferenza, poi. Non posso lasciarlo di certo soffrire in agonia. Arrivo mio piccolo albero della memoria. La mia mente sarà da te e ti accoccolerà fin tanto che la marea non si alzerà e mi riporterà alla realtà. Arrivo e ti prometto che starò solo con te per tenerti qui. In questa isola c’è posto anche per te. In quest’isola c’è nutrimento per tutti. E anche per te ci sarà attenzione. Anche per te ci sarà qualcuno che ti darà il buon giorno e ti accoglierà in una ninnananna.
    Eccomi al tuo cospetto immerso fra le tue fronde la mia mente ritrova consueto e timido riposo.
    Io posso ascoltarti.
    Se vorrai raccontarmi il ricordo che custodisci tu sai che sono qua.
    Io ascolto, sai.
    Voglio rivivere l’emozione che trattieni.
    Riconcedimi il brivido che scorre tra le tue foglie, anche se stanno cedendo.
    Raccontami piccola pianta. La tua storia farà invidia anche alla sequoia lì in fondo. E lo sai bene. Sia io. Sia te.
    Raccontami te ne prego, non ho molto tempo a disposizione e voglio ascoltare tutto quello che hai da dirmi assaporando tutto.
    Raccontami.
    Io ascolto.


    Pianta, incomincia a raccontare.



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