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Sunday, December 04, 2005 - ore 19:10
Racconti finalisti categoria 2
(categoria: " Vita Quotidiana ")
---o---
Per l’ultima voltaStai cadendo. Te ne accorgi solo ora. Ma ti sembra di cadere da molto. Non sai perchè e non sai come ti è successo. Ma ad un tratto capisci. Tutto è chiaro. Ormai niente è come prima. Puoi cominciare. E parte il trip. Un’ondata di pensieri che si affolla nei corridoi più bui della tua mente. Stai facendo una cosa normalissima. Stai guardando la TV. Sei a casa da solo. Tutte le luci sono spente. Solo la luce della TV ti permette di scorgere qualcosa nel buio che ti circonda. Ma l’ombra sovrasta quella poca luce. Ti senti perso. E’ un momento. Quasi non te ne accorgi. Ma l’hai visto. Ma l’hai visto.
Un uomo. Incappucciato. Vestito di nero. Guanti. Acetta. Sbuca dall’angolo alla tua destra del soggiorno. Ti sorprende. Con uno scatto repentino ti è addosso. Vorresti. Vorresti reagire. Ormai ti è addosso.
Stanza buia. TV accesa. Nessuno la guarda. Due persone. In un soggiorno. In una casa. Schizzi. Di sangue. Un morto. Un figlio. Un padre. Piange. Suo figlio è stato ucciso. Ucciso a colpi d’acetta.
Delitto senza senso in una villetta a Padova.
Ucciso ragazzo diciasettenne.
Trovato massacrato a colpi d’acetta. Movente ancora da individuare.
Ma come ho detto è stato solo un attimo. Quasi non te ne accorgi. Ti giri. Verso l’angolo destro del tuo soggiorno. Solo l’angolo destro del tuo soggiorno. Nient’altro. E
sei felice.
Ti alzi. Hai fame. Vai verso la cucina. Guardi distrattamente il corridoio che porta in camera dei tuoi e in bagno. La porta è socchiusa e improvvisamente un rumore. Una luce si accende. Hai paura. Sei improvvisamente sudato. Ma devi vedere. Chi? Apri la porta. Una luce verde ti colpisce gli occhi. Diventa improvvisamente bianca, rossa, no, viola, gialla, si spegne. Ma tutto quello che hai visto in quei pochi istanti non lo scorderai facilmente. Tua madre. Tuo padre. Impiccati.
Due coniugi trovati uccisi in una villetta a Padova.
Un altro omicidio senza senso a Padova.
Impiccati in camera da letto ai due coniugi mancavano le mani e i piedi.
Ma tu riaccendi la luce. Per un attimo le pareti sono ancora rosso sangue. Tua madre e tuo padre sono ancora legati con una corda al lampadario. Con le mani e i piedi mozzati di netto. Ti guardano. Ti fissano per l’ultimo momento, ma è solo un attimo.
Hai fame. Sei sudato. Vai verso la cucina. Apri il frigorifero. Stai sognando. I piedi e le mani dei tuoi genitori sono lì. Chiudi gli occhi per un attimo. Quasi svieni. Giri lo sguardo. E vedi una cosa. Una cosa che ti fa traballare. Non ci credi subito ma l’hai già capito. E’ proprio l’acetta. E capisci. Richiudi il frigorifero. Lo riapri. E’ ancora tutto lì. Non c’è cibo al suo interno. C’è puzza. Torni in camera dei tuoi. Le pareti non sono affatto bianche. Guardi il soggiorno e non ci sei tu. Ci sono le tue due sorelle.
Altre due vittime a Padova.
Trovati i corpi di due bambine straziati da un’acetta.
Padova di nuovo sotto shock. Si parla ormai di serial killer.
Torni all’acetta. La guardi: è totalmente sporca di sangue. Chiudi gli occhi per un attimo. Vacilli. Ancora. Riapri gli occhi. Ti guardi intorno. Ti accorgi di essere nell’angolo destro del tuo soggiorno. Con un’acetta in mano. Pronto a colpire. E sei felice. Sei felice perchè in quel momento è ancora tutto normale. E quel momento potrebbe essere l’ultimo.
Una mattina, nel carcere di massima sicurezza di Padova, un vecchio si sveglia. Al freddo. La cella è spettrale. L’atmosfera è traballante. Al muro della cella è appeso un ritaglio di giornale:
Famiglia di cinque persone massacrata. Indiziato n°1 il figlio.
Due bambine, il padre, la madre. Un’acetta e della corda.
Famiglia fatta a pezzi. E’ stato il figlio?Sotto era appeso un altro ritaglio:
Imprigionato il figlio che massacrò la famiglia.
Ergastolo per il diciasettenne. E’ gia polemica.
Ha detto: Ho solo fatto a pezzi la mia famiglia.Che male ho fatto?I due giornali erano dell’anno 2001. Oggi il piccolo calendario alla parete è quello di ottant’anni dopo. E il vecchio ne è quasi soddisfatto. Ancora. Per l’ultima volta. E’ soddisfatto.
---o---
- Senza titolo II -E così oggi finirà tutto. È da quando avevo quattordici anni che pensavo a questo giorno, al giorno dell’addio supremo.
Perché in realtà per altri quattordici anni io ho continuato a sperare, e quella speranza illuminava ogni giorno il mio risveglio.
Ti stai per sposare, poi partirai per l’America, con la tua mogliettina perfetta, il naso all’insù, sofisticata. Snob.
Ma io non sarò qui. Io volerò via assieme alla mia speranza uccisa.
Voglio cullarmi ancora un po’ nei ricordi, prima che tutto finisca, prima che l’atroce angoscia mi ricopra, al posto della mia coperta amica, di nome Speranza.
Il primo ricordo è il tuo naso. Era orrendo, non c’è altro modo per descriverlo. Ma era tuo, e il fatto che fosse orrendo non mi impediva di amarlo; anzi, proprio per questo lo amavo ancora di più, ti rendeva più vero. In seguito il chirurgo ti ha addormentato, e quel naso tanto amato è scomparso. Eppure da qualche parte esiste ancora: nella mia memoria. È triste pensare che fra poco non esisterà più, se non in qualche foto ingiallita.
Eri il ragazzo al di là del fiume, il mio migliore amico. E, più di questo, eri una stagione, la mia primavera. L’odore di aglio della pasta della sera prima, mescolato a quello delle gomme della bici che correva con noi per arrivare a scuola in tempo. Gli anfibi grigi e i miei poeti maledetti, in quell’aria profumata.
“Il cielo è, al di sopra del tetto”. Verlain in prigione, che si rende conto che la vita nella sua semplicità brillava e risplendeva di dolce Bellezza, e che non c’era bisogno di nient’altro per essere felici.
Io che penso che forse per essere felici sarebbe bastato dirti quella verità mai pronunciata, quando me l’hai chiesta maldestramente in quella folle corsa in moto. Non sono mai stata coraggiosa e le mie parole sono volate via nel vento.
Il battello ebbro che, pur sapendo che in quei mari esotici avrebbe trovato la morte, capiva che non poteva più tornare nelle torbide acque dell’Europa, non dopo aver visto quei cieli, quegli odori, quegli occhi, quel sorriso. È un viaggio senza ritorno, non ti puoi fermare. Nulla ti può fermare.
“Né i vecchi giardini riflessi dagli occhi”. Né la lontananza, il lento distacco, né il dissolversi. È un viaggio eterno e mortale.
“Partirò! Piroscafo che dondoli la tua alberatura, leva l’ancora per un’esotica natura! Un tedio, desolato dalle crudeli speranze crede ancora all’addio supremo dei fazzoletti.”
Forse non vale la pena amare e avviarsi poi alla dannazione eterna, forse nell’ultimo estremo istante il battello ebbro ha rimpianto i sicuri porti d’Europa, io non lo so.
“E forse gli alberi che invitano le tempeste sono quelli che un vento chiama sui naufraghi perduti, senz’alberi, né fertili isolotti”. È questa la fine di “Brezza marina”, la poesia che gli leggevo sempre e che credevo potesse accendere gli occhi che inseguivano quella mediocrità che per loro era il rifugio della (o per meglio dire dalla) vita. Lui era rimasto nei porti d’Europa.
Resta però quell’ultimo verso, quello che ti fa capire che cadere a capofitto abbandonandoti all’acqua e al vento non è mai l’errore. L’errore è entrare in una chiesa con i tuoi pezzetti di vita identici l’uno all’altro e trovarne uno nuovo da incasellare. Mediocri, anonimi pezzetti di legno, rinunciando alla Bellezza che potrebbe farli brillare. Mettere insieme giorni tutti uguali per stare al sicuro: una casa, una moglie, un cane e dei bambini, la tua macchina nel garage. Costruirti una prigione con le tue mani rinunciando a quello che ho sempre cercato di insegnarti, cioè che è nostro sacrosanto dovere fottersi anche l’anima per un solo istante di vita vera.
E Mallarmè la pensa allo stesso modo: sono naufraghi, naufraghi della felicità. Potrebbero morire da un momento all’altro, lui lo sa. La fine è vicina, ma stanno inseguendo la vera Bellezza, e alla Bellezza si perdona tutto. La morte è ad un passo ma…
“Ma, o cuor mio, odi il canto dei marinai!”
A qualche chilometro di distanza un uomo fuggiva precipitosamente da una chiesa.
---o---
- Senza Titolo III -La musica di Gustav Mahler non e` perfetta: e` viva, non e` ferma. L
, A , I
La musica di Mahler e` forse inelegante, ma la musica E` ineleganza, la
musica e` un’arte che disturba, che da` fastidio, che ti toglie il comfort,
che offende chi non vorrebbe essere offeso: la musica fa rumore.
A , E` , A
La musica e` eterna; cosa c’e` di piu` effimero della perfezione formale?
La musica stona. M , P ,
N
Stride. U , A , A
Rende sordi. S , C , !
.,.,.,.,,:,:,,:,:,:,..,.;.,.,:,:;.,.,,.;;:;,:,
La musica e` cosi`, come ho detto IO; talvolta di piu`, talvolta di meno,
ma. I , C ,
,.;.;.;.;.,.,:,:,:;;.,.;;.,,.;.,:,:;.;.,
Io sono goffo, zoppo; sono colui che...
Volete buttarmi assieme a (toilet) paper? C ,
H ,
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
E` ottobre, sento che l’anima mi e` diventata invernale... non ho piu`
voglia di Costiera Amalfitana, ma di Milano, di Parigi, di Natale...
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
,,,,,
Le luci scricchiolanti preannunciavano lo champagne,
la citta` era tutta in movimento,
mentre.
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
Sono forse una sfera di cristallo io?
Piove, a Milano; scendo dall’Eurostar, prendo un taxi; il tassista sogna di
passare il Natale ai Caraibi, io no; ...che bello: stasera vado a cena da
Cracco; piove; faccio un metro di strada e mi bagno le scarpe... ... ...
...salgo in camera, ...sono in camera.
Apro la porta della camera, rido; la faccio entrare (chi? beh... le donne,
come i nomi, sono purissimi accidenti).
Parla, la stupida, e perde la scommessa.
A Bonilli non piace Cracco: Bonilli e` di sinistra e Cracco no.
...e` arrivato (chi? beh... gli accompagnatori, come i nomi, sono purissimi
accidenti).
Ed eccomi gia` con lui, di fronte alla "Zuppa" di cioccolato, crema
all’arancio e granita al melograno; egli ovviamente non la capisce: che vuoi
che capisca un... "altro"?
Ed ecco che la "Zuppa" mi porta in uno stato di trans medianica, mi immergo
in essa e incominicio a sognare: ...
OOooooOOOooOOooOOoOOOOOoO
, l’Arancione, il mio colore preferito; Ella era arancione, quando ci andavo
a letto;
Ella sara` rosa, un arancio, un
melograno che nascono, si mescolano con il caos metropolitano...
La "Zuppa" si trasforma: non e` perfetta, e` viva. Somiglia alle luci nella
mia sfera di cristallo.
OOOOooooOOooOOoooooOOOooooOO
Salgo le scale, mi spingo innanzi, penso, contemplo la citta`, pesto i
gradini, mi arrampico, odo campane sarcastiche, odo trombe, odo il rumore
del mio fuoco interiore che arde frizzandomi sul pene.
Pesto la citta`, penso, contemplo i gradini, mi arrampico.
Brucio il fuoco, sommergo il mare di Parigi, bestemmio, grido... mi hanno
rapito!
Sono a Tokio, sono a Roma, sono dove mi portano gli stolti.
I rapitori sono scemi. Li mando a quel paese e me ne torno a casa.
Venere mi aspetta.
Saprebbe farmi bene.
Siamo completamente vestiti, io. Sfogliamo un settimanale,
e in una pagina c’e` Simona.
Simona, Simona, io me la farei gia` solo perche’ si chiama Simona... ma
Venere e` bionda e ha i capelli corti fino al collo e liscissimi, e la pelle
scura.
E` alta un metro e settanta, porta trentotto di scarpe, e sta
muovendo l’alluce nella sua scarpa destra. Ha vent’anni.
E` molto magra, ha le orecchie
piccole e sottili, e in questo momento sta indossando degli orecchini
bellissimi.
Ha un nasino perfetto.
Si sta sfiorando gli incisivi con la sua appuntita
linguettina rosa.
Adesso pero` vado a scoparmela, e voi invece andate a fare in culo, cari,
carissimi lettori.
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