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4) Avere in testa una vecchia canzone che ci riporta alla mente bellissimi ricordi e non sapere nè il titolo nè l'interprete....quindi non poter ripescare l'mp3 su internet!
5) L'autografo di Martina Stella, realizzato sabato sul braccio destro, che implacabilmente si scioglie col sudore... ma almeno siete salvi xché avevo intenzione di non lavarmi x 3 mesi
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7) Gli eterni immaturi indecisi!

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3) Il Milan che batte la Juve in finale di Champions..
4) il sesso
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7) Una abbondante mangiata in agriturismo, una sana bevuta, la compagnia degli amici più cari, una salutare fumata!





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Thursday, December 08, 2005 - ore 15:47



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Da "La Masseria delle Allodole" di Antonia Arslan


[...] Il drappello di cavalieri si arresta davanti alla Masseria. Il cancello è aperto. Per un attimo luci, suoni, colori li bloccano, e un disagio imprevisto li prende. "Domani, domani" bofonchia uno dei due soldati che hanno denunciato il passaggio delle carrozze, e si strofina le mani sui pantaloni, incerto e intimidito.
Ma l’ufficiale sceglie un opportuno furore: "Fanno festa, i cani, sulle nostre sconfitte" esclama. "Aspettano i russi..." E poi, ecco, nel crepuscolo che si sta infittendo, compare la stella della sera. E allora, mentre il profumo delle rose rosse e dei gelsomini rampicanti si diffonde nell’aria con inebriante malinconia, si sente Hrant che accorda il
duduk sul piccolo palco per i suonatori, sotto i tre grandi platani al bordo del prato, e prova una nota lunga, prolungata, tenerissima.
Ma la nota si spegne con un sordo singhiozzo. Silenziosi, gli uomini si sono sparpagliati all’interno, nel giardino: e un coltello ben maneggiato ha tagliato la gola di Hrant da un orecchio all’altro. Levon Yakovlian, l’ispettore-postino, che sta preparando la sua macchina per una foto-ricordo, a giusta distanza dalla tavola, fa la stessa fine, e si accascia senza una parola, con i miti occhi rovesciati, bianchi sull’erba che si inzuppa pian piano di sangue.
Come avviene una strage? Quale liquore diventa il sangue, come sale alla testa? Come si diventa assetati di sangue? Chi lo gusta, si dice, non lo dimentica. In pochi istanti, il gruppo si è trasformato in una banda da preda, e con felina scioltezza si è avvicinato a tutte le porte: la porta grande di ingresso, quella della cucina sul retro, le due porte-finestre del salotto, col bovindo e i nuovi vetri a piombo inglesi. La casa si offre all’ospite, senza difese, innocente come Sempad, il suo padrone.
Sempad e Shushanig sono ancora in cucina. Lei è seduta, lui è in piedi dietro di lei. In quel momento, tutti si accorgono di tutto: i soldati con le lame scintillanti compaiono su tutte le porte come demoni troppo reali; il tenente dietro di loro entra in casa, attraversa la porta del salotto, si fa sulla porta della cucina, guarda in giro con un odio così netto che tutti lo sentono come uno schiaffo, e ordina:
"Voi traditori, cani, rinnegati. Avete disubbidito all’ordine del
kaymakam, ma io vi ho trovato, e ora sarete puniti". Sempad lo guarda, e non capisce; Shushanig capisce morte, e strage. Tenta di alzarsi, per fare un gesto di ospitalità che disarmi l’ufficiale; non sa ancora che Hrant e il fotografo sono già morti, fuori.
Ma Ismail l’ufficiale non la guarda neppure. Secco, riprende, rivolto ai suoi: "Prendete tutti i maschi, e portateli nell’altra stanza".
Come pesci nella rete, incapaci di uscirne, Sempad e l’attonito Krikor (che grida invano: "Sono medico, e il dottore qui è farmacista, non potete toccarci...") vengono spinti in salotto, con i gemelli carpentieri, Isacco il prete greco e tutti gli altri. Suren, che era al piano superiore, malinconico, a contemplare il tramonto, sente il baccano e scende, composto, silenzioso. Si mette al fianco del padre e attende. Anche gli altri bambini maschi, Leslie, Garo, James figlio di Vartan il sagrestano, Rupen il figlio del giardiniere, vengono condotti nel salotto, allineati in piedi sotto la festosa decorazione della tappezzeria a motivi floreali appena completata.
Le donne, e le bambine, vengono spinte brutalmente a ridosso della parete di fronte. Shushanig è immobile, e guarda i suoi cari. I suoi occhi dilatati non esprimono niente, le mani sono sprofondate nelle tasche e tengono stretto il piccolo tesoro. Veron e Azniv le stanno a fianco, stringendo forte le bambine e appoggiandosi a lei in un gruppo apparentemente composto. Niente gesti eccessivi, o lamenti. Si direbbe che le donne cercano di scomparire nella tappezzeria.
Solo Nevart, accasciata in un angolo, sola, si lamenta sommessamente; e stringe Nubar, vezzoso nella sua vestina rosa.
E così si compì il destino di Sempad e dei suoi. Lame balenarono, urla si alzarono, sangue scoppiò dappertutto, un fiore rosso sulla gonna di Shushanig; è la testa del marito, decapitata, che le viene lanciata in grembo.
Nella sua gonna, sotto il grembiule da cucina a crocette con i motivi pasquali di cui Shushanig è assurdamente orgogliosa, si nasconde Henriette, che solo da qualche mese ha cominciato a parlare veramente, e chiacchiera sempre, raccontandosi storie e nascondendosi dappertutto, come un topolino canoro. Ora un getto di sangue caldo schizzato fuori dalla testa del padre la bagna tutta, attraverso il grembiule, inondando la calda oscurità del rifugio materno. Un odore fortissimo cancella tutti gli altri, la bocca aperta della piccola si riempie di liquido, più caldo della mamma, come un fiume orrendo che circonda nero il suo piccolo cuore, e lo travolge.
Henriette non parlerà mai più la sua lingua materna, e in ogni altra lingua, come in ogni paese del mondo, si sentirà per sempre straniera: qualcuno che ruba il pane, fuori posto dovunque, senza famiglia, invidiando i figli degli altri. Arrotolata su se stessa nel buio, piangerà ogni notte, ogni notte, sopravvivendo: finché si rifugerà in una quieta ebetudine, tronco vivente che attende passivo il ritorno della patria perduta, con la luce di Dio e lo sguardo innocente del padre.
Garo giace composto col suo bel sorriso, tenendosi con le manine il ventre squarciato. Leslie, a quattro zampe, velocissimo, cerca di rifugiarsi sotto la credenza scintillante di cristallerie, ma viene tirato fuori per i piedi e scagliato contro il muro, dove la sua testolina rotonda si schiaccia come un cocomero maturo, spargendo sangue e cervello sui delicati motivi floreali. Così nascono i fiori di sangue del calvario armeno.
Suren, ferito a morte anche lui, non ha che un’idea nel cuore: coprire la vergogna del padre decapitato, che continua a fiottare sangue dal tronco scivolato contro il muro. Quanto sangue c’è in un essere umano... Le piccole mani operose, assurdamente bianche, del farmacista giacciono a palme in su, come in una Deposizione, chiedendo invano pietà, pietà di essere esistite. Ma il ragazzo riesce infine ad avvicinarsi al padre e a ripiegarsi su di lui per morire, coprendo col suo corpo il tronco decapitato, quasi a domandargli perdono.
Krikor il medico, che ha tentato di protestare, viene lasciato per ultimo. C’è una logica nei carnefici. Così egli riesce a dire anche, indicando Isacco: "Lui non c’entra. Non è armeno". (Ormai tutti hanno capito che non si tratta di una banda di predoni, che alla gente alla prefettura non andrà meglio, che è proprio per gli armeni che Dio si è velato e le nubi sanguigne galoppano per il cielo.)
E infatti il tenente, che in mezzo al carnaio che si sta compiendo continua, lucidissimo ed esaltato, a dare ordini e ad indicare con la punta della sciabola le vittime, lo tira fuori dall’angolo in cui si era cacciato e con un calcio lo spedisce fuori, incolume. Ogni giorno della sua vita Isacco chiederà perdono di non aver condiviso la sorte dei suo amici armeni, di non essersi almeno fermato a benedirli, com’era suo dovere; e le sue preghiere ogni giorno saliranno al trono di Dio per questo, finché nel 1923, nell’incendio di Smirne, sarà il suo destino a compiersi, con onore, insieme a quello di Ismene.
Spogliato, a Krikor vengono tagliati i testicoli, con grande divertimento. "Era il tuo amante?" irride il tenente quando Shushanig e le altre donne lanciano un grido; ma l’urlo di agonia di Krikor si interrompe bruscamente quando glieli ficcano in bocca. Quegli occhi un tempo così ironici e saggi ora si dilatano spaventosamente, e Shushanig nella sua concentrata agonia pensa che vorrebbe avere uno spillone per ucciderlo pietosamente.
Ma Krikor – vivo! – e i morti vengono trascinati fuori e gettati nella buca scavata per il tennis, fresca e odorosa di terra appena smossa. Anche le donne vengono spinte all’esterno, perché assistano. Il tenente sorridendo dice: "Fate sedere la signora della casa, e toglietele quella testa dal grembiule". (Lei nel frattempo ha chiuso delicatamente gli innocenti occhi spalancati di Sempad.) "Non siamo selvaggi, le abbiamo liberate. Ora ci sbarazziamo dei corpi e poi potremo cenare. I maschi della vostra infame razza sono colpevoli e vanno eliminati perché, se ne sopravvivesse anche uno solo, poi potrebbe vendicarsi. Ma voi siete donne..."
Sotto, giace Sempad, con la testa malamente riaccostata al corpo, premuta a faccia in giù nella terra. Sopra, con gli occhi invetriati di un gelo di morte, giacciono uno sull’altro i due gemelli, che non vedranno mai l’America dei loro sogni; e il padre per anni scriverà a tutti i sopravvissuti, sperando, paziente, perché nessuno li ha visti morire. Con gli occhi chiusi giace Garo il grande, abbracciato a Garo il piccolo che non è riuscito a proteggere, stringendolo in una morsa disperata con le forti braccia inutili, che la morte non ha dissuggellato. Sopra di lui nella buca viene gettato Vartan il sagrestano cattolico, e con lui, col petto squarciato, il figlio, che il nome esotico – patetico scongiuro alla sorte – non ha preservato.
Febbrilmente, ma con ordine, vengono accatastati i cadaveri; e lavorando, uno dei soldati osserva – ma è l’impressione di tutti, compreso il tenente: "Però, si trattano bene, questi infedeli!". Il suo compagno replica, ridendo forte: "Si trattavano, grazie a noi; e ora, le loro donne profumate sono tutte nostre".
La banda pregusta la violenza che seguirà, occhieggia imparzialmente donne, ragazze e bambine, pensando che ce n’è per tutti. E poi, le butteranno via, alla fine. La notte è lunga. Intanto, cominciano con lo sfasciare imparzialmente i vetri del bovindo e le cristallerie.
Invano il Cavaliere e la Dama dalle vetrate diffondono esotica bellezza: sono presi di mira con odio, sfregiati a sassate. E i delicati fiori inglesi dei finestrini laterali vengono perforati con le sciabole, sistematicamente, oppure colpiti a pistolettate, in una gara improvvisa, che scoppia in mezzo a un tripudio di chiassosi rumori.
[...]

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