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Sunday, December 11, 2005 - ore 19:05
8.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il vestito che mi avevano affibbiato era decisamente scomodo. Era troppo stretto; il colletto rigido mi arrossava il collo incastrandosi nella barba, e i polsini erano troppo corti; sembravano volersi arrampicare su per le braccia. Mi sentivo in trappola… ma forse non era per il vestito. Anche lo schotch che mi avevano portato mentre aspettavo non era molto “confortevole”. Era troppo di qualità, di un’annata troppo buona per poter essere apprezzato senza un certo senso di colpa.
Sorpassai il caminetto ardente e mi avvicinai alla grande finestra che dava sul lago, tenendo in mano il mio drink. Nonostante fosse passata appena un’ora dalla mia colluttazione in quella tavola calda di Bombay, l’adrenalina scalpitava ancora nelle mie vene. Il taglio che mi ero procurato sopra il sopracciglio destro pulsava ancora sotto la spinta del sangue che si dimenava contro la recente cicatrizzazione, piccolo miracolo di un kit di primo soccorso speciale che mi portavo sempre dietro nella slitta.
Ero arrivato fin lì precipitosamente, senza davvero pensare a cosa stessi facendo o a quali fossero le conseguenze delle mie azioni. Stavo seguendo una pista labile… a pensarci bene quasi ridicola: un invito ad una festa chic a Ginevra trovato dentro un cadavere senza testa. Naturalmente una persona assennata avrebbe potuto avanzare più di qualche ragionevole dubbio sulla effettiva concretezza di quell’indizio ma, lasciatemelo dire, sinceramente non ero mai stato tanto lontano dal somigliare ad una “persona assennata” come in quei momenti. Navigavo in uno stato di confortevole incoscienza, in un misto di alcol, adrenalina, eccitazione, confusione totale, sorpresa, piazzamento. In una parola: caos. In quelle condizioni fu già molto se mi feci scrupolo di non atterrare con le mie renne, in pompa magna, proprio sopra la jaguar d’epoca di uno degli invitati. Con un minimo di coscienza di me stesso avevo invece “parcheggiato” la slitta in un piccolo parco pubblico, poco lontano dal luogo della festa: un bellissimo palazzo in stile settecentesco che si affacciava, tramite uno splendido giardino sul retro, sul lago di Ginevra.
Mi avvicinai a piedi all’edificio, piccola roccaforte di borghesia immersa nella bellezza fredda dei monti svizzeri. Vedevo le grandi finestre del primo piano illuminate di una luce calda, interrotta qua e là dalle silhouette svogliate degli invitati, che svolazzavano leggere avanti e indietro, sempre con un bicchiere in mano. Sul retro, invece, la luce si annodava contro i rami e le fontane ghiacciate del giardino per poi tuffarsi nelle venature buie e distese del lago. Era davvero uno spettacolo suggestivo ma, sempre per la mia strana condizione di inettitudine mista ad incoscienza che in quei momenti mi affliggeva, non ebbi modo di apprezzarla appieno.
Lo stato confusionale in cui, evidentemente, allora versavo, era tale che, mentre mi avvicinavo alla villa, non avevo alcuna idea sul come vi sarei entrato. La mia mente, spersa nei fumi dell’adrenalina e di quell’instabilità programmata che mi aveva travolto nelle ultime ore, non si preoccupava affatto di problemi banali e pratici quali cercare di farsi notare il meno possibile, dubitare della propria pista, darsi un tono da persona rispettabile, pulirsi dalle macchie di sangue e cambiarsi d’abito. Questi aspetti,s eppur potenzialmente decisivi, semplicemente scivolavano in secondo piano rispetto al quadro generale; rispetto agli obiettivi immediati da raggiungere. Io dentro quella festa ci sarei stato, e avrei trovato l’uomo che cercavo. Come lo avrei fatto, non lo sapevo. Ma, ripeto, in quel momento la cosa non rivestiva per me la minima importanza.
E fu così che mi avvicinai alla villa: pericolosamente e piacevolmente incosciente. Sorprendentemente, il cancello era aperto e senza sorveglianza. Non era poi così incredibile, a pensarci bene, dato che mi trovavo nel paese più asettico e controllato del mondo, dove la passione per il cioccolato, così infantile e libertina, era non casualmente equilibrata da quella per gli orologi e per la produzione di medicinali.
Nel silenzio ordinato della notte percorsi i dieci metri di giardinetto che separavano il cancello dalla villa. La casa era isolata, situata nelle ultime propaggini, quelle più chic, della città svizzera. Non vi era neve sul terreno, ma l’aria era comunque sottile e fredda come la lama di un coltello ben affilato. Man mano che mi avvicinavo, sentii il rumore del chiacchiericcio e della musica da camera proveniente dall’interno. La festa doveva essere quasi arrivata al suo clou.
Varcai indisturbato l’ingresso, una porta di vetro che dava su di un atrio addobbato lussuosamente, con continui motivi di rosso e oro che si rincorrevano sontuosamente tra i tappeti, la tappezzeria e il mobilio d’epoca. Davanti a me si ergeva uno scalone di marmo che, presumibilmente, portava al primo piano e alla festa. Nell’atrio sembrava non esserci nessuno, ma mi resi presto conto che, nel via vai generale, se avessi salito le scale la possibilità che qualcuno notasse la mia infiltrazione poteva essere assai alta. Tuttavia, non vedevo altre vie d’accesso ai piani superiori, e d’altronde non potevo certo fermarmi lì. Pensai allora che la tattica migliore potesse essere quella di tirare dritto senza troppe scuse, come a dar l’impressione di essere uno che non aveva bisogno di presentazione o che si era assentato un momento e intendeva ritornare a godersi le ostriche e lo champagne del piano di sopra.
Andai dunque con passo sicuro verso la scalinata. Stavo per poggiare il piede sul primo gradino quando una voce dal tono patinato ma fermo mi bloccò:
- Mi scusi signore, posso aiutarla?
Mi voltai. Un uomo robusto, dalle spalle larghe incorniciate da un completo nero, sbucò fuori all’improvviso davanti a me. La sua faccia era controllata, ma vi si distinguevano comunque profondi segni di sorpresa. Mi guardò con stupore dall’alto al basso come se avesse visto un lottatore di wrestling cercare di entrare in un corso di danza classica. All’inizio non capii il motivo del suo stupore, ma presto ne realizzai la ragione. Era evidente che se in una tavola calda di Bombay la gente tendesse a non curarsi troppo di un tipo grasso, puzzolente, con l’alito che sapeva d’alcol e in più vestito da Babbo Natale ma, stranamente, ad un party natalizio aristocratico in una ricercata villa svizzera, la gente tendeva a notarle certe cose.
Improvvisai:
- Sono il Babbo Natale della festa. Devo distribuire i regali e fare il pagliaccio davanti agli invitati. -
“Sì” - pensai mentre mi inventavo quel pretesto - “Potrebbe anche bersela”.
- Non mi risulta che sia previsto un… “Babbo Natale”. - disse il grosso figuro, con l’aria dubbiosa.
- Beh, se non ci crede, ecco il mio invito. - e tirai fuori dalla tasca il cartoncino trovato sul corpo di Ares.
Solo quando l’inserviente lo ebbe in mano mi accorsi che era orribilmente stropicciato e sgualcito. In più, in un angolo, era persino macchiato di sangue.
Il tizio lo guardò e poi disse con tono pacato, con un sorriso di tronfia cortesia di circostanza:
- Potrebbe, per cortesia, andarsene senza creare troppo scompiglio? Dispiacerebbe a me, a lei e agli ospiti se fossi costretto a sbatterla a fuori sul vialetto di casa -.
Ci pensai un attimo. Dopo la mia esperienza nella tavola calda di Bombay l’ultima cosa che avevo voglia di fare era mettermi a giocare a chi era più uomo con quello schiavo del fitness. Inoltre, mi resi subito conto che, battendo la strada della resistenza e della rissa, non sarei certo riuscito ad entrare e incontrare chi stavo cercando. Dunque dissi:
- La prego.. mi dica che ne ha una voglia matta. Probabilmente non sottomette più nessuno dal tempo delle medie, quando cui ruppe un brufolo ad una compagna di classe.
Sorrisi incosciente. Il tizio mi sorrise di rimando con un ghigno sadico. Era davvero l’occasione che aspettava.
Qualche secondo dopo mi trovavo faccia a faccia col cemento della strada oltre il cancello da dove ero venuto.
“Perfetto” pensai rialzandomi, “adesso sì che sarà una passeggiata entrare…”.
L’ingresso principale mi era ormai precluso, ed eludere la sorveglianza sarebbe stata impresa assai ardua. Come avrei fatto ad incontrare la persona che stavo cercando? Avrei potuto provare a portare lui da me, ma non sapevo nemmeno sotto che nome si nascondesse. Avrei potuto fare qualcosa per “evocarlo” ma…
Proprio mentre pensavo al da farsi e guardavo la villa cercando di individuare un modo per accedervi, ecco che una macchina blu, ad occhio una rolls royce d’epoca, mi si avvicinò lentamente, costeggiando la curva. Quando fu a pochi metri da me, una figura veloce vi scese.
Era un uomo basso, stempiato, invecchiato nel volto e nell’espressione. Arrivò davanti a me e disse, in maniera lapidaria:
- Buonasera signore. Mi segua, prego. Mister Shaytan l’attende.
Lo seguii senza fiatare nella macchina. Ci mettemmo in moto e, proseguendo un poco lungo la strada, ci infilammo poi in una stradina in mezzo ai boschi, che tornò dalle parti della villa e attraversò un altro cancello, invisibile dall’accesso principale. Scendemmo in un sotterraneo adibito a parcheggio, dove erano posteggiate le auto di tutti gli invitati. Subito dopo fui portato in un piccolo sgabuzzino.
- Indossi questo - mi disse il piccolo uomo compassato, porgendomi un completo scuro di marca: giacca, cravatta e camicia inamidata di fresco non esattamente della mia misura.
Lo indossai. Poi lo seguii attraverso i saloni stuccati di nobiltà. Le facce degli invitati, truccate a sbeffeggio della sorte, impregnavano l’aria; un mare di gente che spendeva la propria vita a convincere sé stessa di essere più di quanto valesse. Gente talmente trattenuta che - ne ero certo - nel loro profondo avrebbero volentieri pagato chissà quale cifra solo per poter andare allo stadio e urlare “coglione!” o “vaffanculo!” ad alta voce ad uno sconosciuto senza per questo farsi troppo notare. Una cosa del genere sarebbe stata per loro come liberare una sonora flatulenza dopo un’intera giornata passata a trattenerla.
Fui portato in una stanza chiusa alla festa, un salone molto ben arredato, con una grande libreria sulla parete destra e un caminetto acceso sulla sinistra. Davanti a me, sul lato lungo della stanza, si apriva una grande vetrata con una vista incantevole sul lago e sui monti adiacenti, illuminati dalla luna. Davanti al caminetto vi erano un paio di poltrone stile settecento, e in mezzo a loro un grande mappamondo antico.
- Aspetti qui - disse l’omino -, mister Shaytan la incontrerà tra poco. Intanto, posso offrirle qualcosa da bere?
- Schotch- dissi io guardandomi intorno.
Poco dopo ero lì, dentro, e aspettavo il mio uomo. Come avevo previsto. O no?
Guardavo quel lago riflessivo e muscoloso nella notte, incoronato da tante piccole luci nevrotiche e da montagne dall’aspetto gelido; la luna alta e sottile come un guanto bianco da signora; il mio schotch stravecchio in mano. Osservando i riflessi sciogliersi nel lago, le sue profondità d’inchiostro, la mia mente ebbe subito a riconoscere quello che il mio corpo aveva ormai capito da un pezzo: non ero lì per caso.
Non parlo solo della situazione in generale, della strana catena di eventi che sembrava avermi guidato, consciamente o meno, in quella condizione così imprevedibile e complicata. O meglio; non solo di quello. Pensavo invece ai segni che mi avevano portato fin lì: il biglietto ritrovato “casualmente” sul corpo di Ares, l’inserviente sadico che mi aveva sbattuto in strada, la rolls royce blu e l’omino distinto… no, bisognava essere sciocchi per pensare che fossero tutte delle casualità. Evidentemente ero lì perché qualcuno lo voleva; forse la stessa persona che stavo cercando, l’uomo che aveva ordinato il rapimento della bambina.
Non ero molto preoccupato. I miei sensi erano all’erta ma non mi sentivo in trappola. Ancora vagava in me quella sana incoscienza che aveva caratterizzato le mie ultime azioni. Pensavo che ormai ero in ballo, e dovevo ballare fino in fondo, a costo di rimetterci le dita dei piedi.
In quel momento sentii la porta alle mie spalle aprirsi. Mi voltai. Nella stanza entrò un signore alto e molto distinto, con una curata barbetta bianca. Portava uno smoking bianco con cravattino nero, come un gestore di un casinò degli anni ‘30. Avrà avuto cinquant’anni. Sulla destra teneva un piccolo bastone. I capelli bianchi erano curatamene pettinati all’indietro e sul naso lungo e tagliente si posavano due occhialini leggeri, cornice perfetta per i suoi occhi neri e penetranti.
- Buonasera - disse.
Avanzò verso il centro della stanza e le poltrone davanti al caminetto. Si sedette incrociando le gambe.
- Prego, sediti - disse tirando fuori un sigaro da una scatola appoggiata su di un comodino liberty lì vicino.
- “Shaytan” eh? - dissi io, senza voltarmi ma continuando a guardare fuori dalla finestra. - Hai sempre avuto un debole per i nomi d’arte. Robe tipo “Faust”, o un qualche anagramma strano di “Mefistofele”. Questo da dove viene?
- E’ uno dei miei nomi arabi. Pare vada molto di moda ultimamente associarmi con quel tipo di cultura, e dunque l’ho trovato deliziosamente appropriato per una festa snob svizzera.
Sorrise, maligno. Dietro gli occhialini brillava una luce particolare; sapeva di avere il gioco in mano, il coltello dalla parte del manico.
Non riuscivo a pensare a nessuna persona al mondo di più pericoloso di lui in quella situazione: spietato e sicuro di sé. Lo guardai e pensai che, con ogni probabilità, il coltello glielo avevo messo in mano io.
Sbuffai con un certo sconforto. Lessi di nuovo nel suo volto sorridente, oltre l’elegantissimo completo bianco, una vena di diabolica sicurezza. Rabbrividii, di vera paura. Me lo sentivo, tutto me lo diceva: il mio corpo, la mia, mente, quegli occhi, quello sguardo… I guai, quelli davvero grossi, erano appena cominciati.
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