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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Sunday, December 11, 2005 - ore 19:08


9.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Stavo lì, in piedi. Immobilizzato. Cercavo disperatamente di dare al mio aspetto esteriore un qualche tipo di apparenza di fermezza o decisione ma, nella mia mente, si faceva largo il sospetto di essere stato attratto nella peggior trappola in cui fosse possibile cadere, e l’idea mi faceva tremare le ginocchia.

Guardavo davanti a me il diavolo in persona tenere un sigaro in bocca, disteso su una poltrona di gran classe. Sapevo che l’unico modo per cavarsela in una situazione come quella era quello di farsi coraggio, di affrontare la situazione. Cercai dunque di scuotermi, ma non ci riuscivo. Ero come attanagliato; tutta la mia incauta sfrontatezza di qualche tempo prima mi aveva abbandonato non appena ero stato messo davanti al fatto compiuto; non appena avevo potuto sentire le sbarre della gabbia in cui mi ero ficcato chiudersi inesorabilmente alle mie spalle. Avevo paura. Ma c’era di peggio: lui lo sapeva, percepiva la mia debolezza; ne ero certo. Mi aveva in pugno, e sorrideva sornione da dietro i suoi occhialetti con montatura in oro.

- Mi devi diverse spiegazioni - dissi, cercando di assumere un tono piccato. Cercando di darmi coraggio.
- Ogni cosa ti sarà chiarita a suo tempo, te lo assicuro. - rispose lui calmo, con il sorriso compiaciuto di chi sa di condurre il gioco. - Intanto, ti prego, siedi e rilassati.
Mi avvicinai alla poltrona diffidente.
- Dov’è? - dissi
- Che mancanza di cortesia… - rispose, accendendosi con un fiammifero il sigaro e tirando qualche boccata - Non mi chiedi almeno come sto? Un po’ di conversazione prima di arrivare al punto?
Mi offrì la scatola di sigari. Feci di no con la testa.
- Allora? Come procedono i tuoi affari al Polo Nord? - chiese.

Quel suo comportamento da gran signore mi infastidiva. Tuttavia, sapevo che non stava usando quell’atteggiamento di superiorità solo per il semplice piacere di infastidirmi. No; era troppo furbo per quei giochetti. Probabilmente cercava di irritarmi per rendermi stupido e inoffensivo; la stessa tattica che avevo usato io poco tempo prima con Ares. Ma stavolta a lui non sarebbe riuscita.
Pensai di stare al gioco.

- Ho i miei alti e bassi. - dissi, stringendomi nelle spalle.
Mi sedetti.
- Tu, invece, mi sembri in gran forma.
- Già. Da quando ho cambiato modo di lavorare, e devo dire che sto cominciando a rastrellare qualche soddisfazione in più. Basta con le produzioni su larga scala. Oggi si fa affari nei “servizi”, nelle piccole realtà diffuse, non nel grande mercato.
- E’ per questo che vai in giro vestito come un magnaccia di alto borgo dell’inizio secolo? - dissi, cercando di essere sferzante.
Sorrise:
- Fa parte del mio nuovo stile; la mia nuova tattica di gioco. Basta con pentacoli, sabba sacrificali, sangue, facce da caprone per spaventare i contadinotti e quant’altro… Niente più genocidi, stermini di massa, violenza diffusa, schiavismo… No; meglio agire nel piccolo. Nei piccoli cumuli di sudiciume di ogni persona. - tirò un grossa boccata dal sigaro - Poche guerre, poche carestie, pochi atti di oppressione, rispetto a un tempo; molti più inganni, raggiri, malizia, disonestà.
- Ares non sembrava affatto contento di questo tuo cambiamento di strategia…
- Già. Ma la sua paga minima ce l’ha comunque - sorrise, sornione.
- Perché hai messo quel deficiente sulle mie tracce? Potevi farmi seguire da gente molto più in gamba. Mi hai forse sottovalutato? Potrei anche offendermi… - dissi io cercando di portare il discorso dove più mi interessava.
- Proprio per questo… perché ero sicuro che Ares si sarebbe fatto notare da te…
- Già… lo sospettavo. Era un’esca perfetta, col suo risentimento verso di me e il suo bigliettino in tasca. E io ci sono caduto con tutte le scarpe. Sei sempre stato molto bravo a sfruttare le debolezze della gente; a inquinare il mondo.
- Via… così mi deludi. Non giudicarmi come farebbe un vecchio predicatore battista. Io sono al mondo non per distruggerlo ma per farne parte.
- Come no… - dissi io, sarcastico.
- Dovresti saperlo bene, invece. Io non sono un accidente, ma la naturalità delle cose. Non un virus ma una parte del sistema; della natura. Anzi; sono la natura stessa.
- Ma sentitelo… e magari vorresti anche essere osannato come salvatore del mondo? Io non mi farei troppe illusioni sai?
- L’etichetta che mi affibbiano oggi, quella di essere l’anti-cristo, l’anti-natura, è solo un vezzo relativamente recente. All’inizio io ero, per gli umani e persino per quell’accozzaglia di cretinate che è la Bibbia, solo una specie di “consigliere” di Divino; ed è quello che, in fondo, sono tuttora. Certo, un consigliere spesso disaccordo, ma pur sempre un giocatore autorizzato al tavolo, non una variante ribelle e distruttiva.

Cominciò a giocherellare col mappamondo antico, facendolo ruotare lentamente con la punta delle dita.
- Cosa credi sarebbe il mondo senza di me? Senza il nero della lavagna il segno del gesso non si vede. Se non ci fosse il male non ci sarebbe nemmeno il bene. Ci sarebbe solo il nulla, l’indifferenza; il che sarebbe molto peggio.
- Ma pensa! E quegli stupidi degli umani hanno anche il coraggio di prendersela con te… che razza di cafoni ingrati. – dissi io, cercando di marcare per bene il mio miglior tono sarcastico.
Ma lui sembrava non curarsi affatto dei miei tentativi di provocazione e, quasi parlando più a sé stesso che a me, proseguì.
- Già. Davvero poco acuto e grato da parte loro. All’inizio mi adirai, non lo nascondo. Ma dopo poco mi resi conto che la mia nuova immagine terrena, la mia “demonizzazione”, mi concedeva più di qualche vantaggio. Mi consentiva di guardare senza troppa pena da sotto il mazzo, e mi procurava un’incredibile pubblicità.
- Già. In effetti, come testimonial pubblicitario per giochi per bambini o per prodotti per la casa hai avuto una certa fortuna, lo devo ammettere.
- Scherza pure, se vuoi, ma più gli umani vedranno in me l’incarnazione del “male distruttore” più mi riuscirà facile affascinare la gente. Gli uomini sono stufi, vogliono trasgredire, e io per loro sono al trasgressione. Non esagero se dico che se oggi fosse indetto un ballottaggio nel mondo tra me e Dio forse qualche possibilità di vincere ce l’avrei. Una cosa che sarebbe stata davvero impensabile solo qualche secolo fa.

Tacque un momento, pensieroso.
- Chi lo avrebbe mai detto? In fondo il disprezzo umano è stata la mia migliore vittoria; lo scotto che il mondo deve pagare per non essersi assunto le responsabilità della sua malvagità e averle scaricate su di me.
- E’ questa la storiella che ti racconti ogni mattina quando ordini a qualche schiavista cinese di torturare alcuni bambini di otto anni solo perché la sera prima non gli è andata bene a letto?
- Io sono solo un giocatore sul tavolo verde, vecchio mio. Puoi ridurmi sul lastrico, ma non puoi buttarmi fuori dal gioco.
In fondo, sapevo che aveva ragione. Ma non volevo comunque dargliela vinta. Per cui al momento non trovai niente di meglio che cambiare discorso.
- Per quanto tempo ancora dovrò sorbirmi le tue masturbazioni mentali? Sai, avrei qualche piccolo affare da sbrigare.
- Naturalmente. La bambina… - Così dicendo premette un piccolo pulsante posto sul bracciolo della poltrona. Qualche secondo dopo l’omino stanco e vecchio che mi aveva accompagnato fin lì entrò.
- Signore? – chiese.
- Falla pure entrare. – disse Shaitan che, seduto, dava le spalle all’entrata.
- Molto bene signore. – E se ne andò di nuovo.

Qualche secondo più tardi, la ragazzina entrò aprendo la porta della stanza.
Il mio primo impulso fu quello di andare verso di lei, prenderla e andarmene, ma subito guardai Shaitan il quale, con un’occhiata perentoria, sembrò ricordarmi che il nostro incontro non era ancora finito
La bimba fece qualche passo avanti, osservando la stanza. Poi mi vide, seduto di fronte a lei, sulla poltrona. Si bloccò; non so se spaventata o indecisa.

Allora Shaitan si alzò. La bimba ebbe un moto di sorpresa quando, improvvisamente, vide quella figura alta e dinoccolata pararsi di spalle pochi metri di fronte a lei. Poi lui si girò. Il viso della ragazzina si dipinse subito di una grande espressione di sorprese mista a dubbio. Ma fu solo un attimo. Pochi attimi dopo un grande sorriso di pura felicità – non saprei come altro descriverlo – le attraversò il volto. Si mise a correre urlando.
- Papà!
Una piccola lacrima le percorse la guancia mentre correva ad abbracciare il padre.
- Salve piccola mia. – sorrise, affabile, Shaitan, prendendola poi in braccio.
- Sei vivo! Sei vivo! Lo sapevo… lo sapevo! - singhiozzava felice la bambina.
Rimasero abbracciati per un po’ mentre io, seduto sulla mia poltrona, col mio bicchiere di scotch vuoto in mano, cercavo di vincere il mio stupore e mettere in ordine le mie idee.

“Sicchè Drocek altri non era che il Diavolo in persona! – pensai. - Questo spiegherebbe perché non ho visto la sua entità alzarsi dal suo corpo ma… cosa ci faceva lì? Perché i piani alti non mi hanno avvertito di tutto questo? Perché Shaitan ha aspettato fino ad ora per riprendersi al figlia? Come faceva a sapere che non l’avrei uccisa?”

Shaitan si voltò verso di me, e vide il mio volto paralizzato mentre, con lo sguardo, scrutavo il terreno come se potesse contenere la spiegazione a quell’incredibile colpo di scena. Si rivolse alla bambina:
- Tesoro… ti dispiacerebbe aspettarmi un attimo di là? Devo parlare con questo signore. – e la posò a terra.
- La bimba esitò un attimo ma poi, obbediente, sia asciugò gli occhi e andò verso l’uscita, dove il solito omino era già riapparso per prenderla in consegna.
Shaitan si risedette. Eravamo di nuovo soli.
- Sicchè lei sarebbe tua figlia? – dissi, in tono incredulo.
- Sì.
- E Drocek eri tu? Sei tu quello che ho ammazzato a Cracovia? Tu quello che ho impallinato contro al testiera del letto?
- Già.
Silenzio.
- Io… io non capisco. Perché? Perché i piani alti, dopo tutti questi anni, lo hanno saputo solo ora? Perché mi è stato ordinato di uccidervi senza che ci fosse un ordine di morte pendente sulla vostra testa? Perché ho la maledetta sensazione che tutto il fottuto globo terracqueo sia coinvolto in questa vicenda?

Shaitan socchiuse gli occhi. Tirò l’ultima boccata di sigaro e ne schiacciò il mozzicone su di un portacenere d’argento. Poi, con calma, intrecciò le dita e guardò verso di me, come se stesse per dire qualcosa di estremamente pesante. Una cosa così enorme per cui pure lui doveva misurare le parole.
E lo fu. Una sola, semplice, singola parola uscì dalle sue labbra. Forse la più terribile.
- Apocalisse.


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