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Sunday, December 25, 2005 - ore 02:17
La fregatura del Natale.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Da poche ore è Natale.
Anzitutto, tranquilliziamoci. Facciamo un bel respiro profondo. Non cambia niente. Almeno in negativo.
Però (pare) è lo stesso un bel guaio.
Che fare? E’ difficile, se ci pensate.
Prima cosa, verrebbe da fare gli auguri. Un bell’augurio vistoso in testata al blog, con tanto di renne e babbi natali danzanti. Un segno di gioia e un augurio di felicità.
Ma poi ti fermi. Hai dei dubbi. Pensi che è solo un clichè. Pensi che magari un po’ di gente si offende; che magari rischi di passare per uno di quelli che "si è fatto fregare" dal Natale. Che stai seguendo una moda ipocrita e senza senso.
"Beh, un po’ c’han ragione..." viene da dire.
E allora pensi alla ressa dei negozi, alle pubblicità, al buonismo dilagante, alle chiese stracolme quando di solito ci vanno in pochi, ai parenti che riemergono dopo anni che ti ignorano, alle preghiere di chi ha tutto e si regala di più e ai pianti di chi non ha niente e si sente ancora più povero e solo.
E pensi al lavoro, ai mercanti che ingrassano coi soldi della gente cavalcando spudoratamente l’onda, al "tanto rumore per nulla", ai soldi che hai messo giù per dei regali che magari non volevi nemmeno fare, ai biglietti d’auguri marchiani e doppiogiochisti dei centri commerciali che si infilano nella tua posta, alla barriera corallina di luci e suoni del mercatino di Natale, alla gioiosa apoteosi del kitsch dei cotillons, alle strette di mano umide di sconosciuti, ai sorrisi untuosi e ai maglioni variopinti che mandano i pullover neri di ieri in soffitta.
E allora pensi. "Beh... un po’ c’han ragione"
Allora niente auguri. E’ deciso. Come se fosse un mese fa. Fai finta di niente. Forse, se chiudi occhi, orecchie e bocca, tutto questo mare in tempesta passerà in fretta. No: non ti piegherai alla moda che sposa la tradizione; al buonismo che incontra la crudezza del mondo. Si va a letto presto. Si mangia poco. Si risponde "così così" quando ti domandano come stai. Non hai mica voglia di giocare. Suvvia... siamo seri. E concreti.
E’ deciso. Sei convinto.
Ma poi, inaspettato, scorretto, imparziale, un pensiero ti coglie.
Per un secondo, proprio mentrestai andando a letto sicuro della tua presa di posizione, per un solo malaugurato, infido istante, pensi alla faccia che farà il tuo fratellino domani quando vedrà che gli hai regalato proprio quel cd introvabile che ha sempre voluto.
E ti sorprendi a sorridere. Magari solo dentro; ma non va bene comunque. Ti vorresti rimproverare, e ci provi... ma poi pensi alla mattina dopo. Pensi a quando scenderai dal letto e troverai tua madre a scaldare il cappuccino coi piedi nudi sulle piastrelle fredde della cucina. La mamma con un sorriso che, a differenza della vestaglia e delle rughe che porta, non le vedi addosso quasi mai. E pensi che non avrai la forza di non guardarla e di mugugnare assonnato come se non fosse oggi. Come se fosse un mese fa.
E, tutto ad un tratto, sei fatto. Il Natale ti ha fregato.
Ripensi al calendario dell’avvento che costruivi da bambino con la mamma. Ricordi le mani del papà che ti mettevano sulla sedia per accendere le candele sulla corona d’avvento. Ricordi i tuoi nonni, ancora vivi, che siedono a mangiare al tuo stesso tavolo, e finalmente tu puoi ascoltarli senza vergogna infantile. Ricordi la lotta nella neve col tuo cane. I piatti preferiti serviti fino a che non dici basta. La bicicletta che ti hanno regalato a dieci anni. Le partite a carte con gli zii, i cui occhi non hai mai osservato bene. I piatti speciali che non mangi mai se non a Natale. E le battaglie con la neve sporca di marciapiede con tuo apdre che, di solito, non gioca mai. E le notti fredde a cantare la chiarastella (di cui nessuno conosceva la seconda strofa) per racimolare qualche soldo. E i bambini che corrono per strada, con i guantini e i paraorecchie che sembrano inseguirli, svolazzando colorati nell’aria fredda. E i parenti. E gli amici. E i passanti. E tutti sempre, incredibilmente, insensatamente, stupidamente, insieme. Soddisfatti.
Sì: io odio il Natale. Lo odio perchè mi frega sempre. Mi fa comportare come non farei. E’ vero. Lo ammetto. Sono un debole.
E domani, quando la piccola Irene di 5 anni aprirà i suoi regali e poi mi chiederà di raccontarle una fiaba sul divano davanti al camino... quando mi guarderà dritto negli occhi con la presuntuosa e ingenua pretesa di vivere in un mondo migliore solo per una mattina, allora sì... lo ammetto... io mentirò.
Le dirò che sì, il mondo è migliore per quella mattina. E, a poco a poco, mi assueferò anch’io a questo pensiero. E allora comincerò a sorridere, scherzare, pensare cose che non avrei dovuto, stringere mani che non avrei stretto.
E allora manderò a cagare tutto.
"Chissenefrega! Siamo in ballo e balliamo!"
"Buon Natale!". "Buone feste!". Spumante. Pandoro con crema pasticcera. Auguri commerciali che si trasformano in speranze uncihe. Baci artefatti che schioccano come se fossero veri. A tutti.
E, dentro, inquieta come un bambino, la stupida convinzione di essere in un mondo migliore. Solo per stamattina. Solo perchè Irene, di là, sorride, gioca con la sua bambola e ci crede. E ti ha fregato anche lei.
E allora un buon maledetto Natale a tutti, che da domani (purtroppo), a noi, nessuno ci frega più.
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