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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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giovedì 29 dicembre 2005 - ore 02:12


11.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi faceva male il collo. Con gli occhi chiusi, sentivo il corpo rugoso della plastica spingere alla base del cranio. Il mento, vicino alla sua massima distensione, puntava l’aria.

Ero seduto su una piccola poltroncina di plastica dura e stavo cercando di prendere sonno, con le gambe lungo distese, le braccia conserte e il collo, appunto, rovesciato all’indietro, alla ricerca dell’appoggio dello schienale. La barba a graffiare gentilmente il petto sulla camicia aperta.

Faceva caldo. Non potevo nemmeno quantificare da quanto tempo ero sveglio. Non ero davvero stanco, ma sapevo che le occasioni di poter tirare il fiato di lì in avanti sarebbero state ben poche, e sarebbe stato meglio approfittare di quella pausa forzata per racimolare un po’ di forza. Ma non serviva: il mio corpo sembrava non voler staccare la spina. Troppe cose erano accadute in quelle ultime ore; troppe anche per uno come me.

Essendo il sottoscritto invischiato in tutto quel casino colossale, sarebbe stato sensato aspettarsi dallo stesso qualche tipo di scoramento; il peso della responsabilità che ti schiaccia, l’agitazione del momento decisivo che ti assale, la paura che ti circonda per proteggerti dal pericolo. Sarebbe stato normale. Ma cosa lo era, in quei momenti?

In realtà, non ero affatto stanco o spaventato o ansioso. Ero preoccupato, questo sì. Preoccupato di non sentire nulla. Ancora vagavo in quella strana sensazione di abbandono mista a fatalità, come se stessi vivendo una specie di sogno cosciente, in cui si è protagonisti ma si può fare ben poco per determinare gli eventi a venire.

Un sogno senza sonno, dato che, seppure di fronte all’oscurità delle mie palpebre e agli espliciti messaggi della mie mente, il mio corpo non ne voleva sapere di spegnersi; nemmeno per un attimo. Vagavo nell’ombra di un certa subcoscienza intorpidita, alla ricerca di un po’ di pace; guardavo ovunque, ma non c’era.

Niente riposo ma, perlomeno, avevo smesso di farmi troppe domande inutili.

Sentii un ronzio fastidioso avvicinarsi da distante e farsi sempre più intenso, fino ad arrivare all’altezza del mio orecchio destro. Era una zanzara. Mi diedi uno schiaffo al volto, nel tentativo di ammazzarla, ma fallii.

Mi resi conto ch era inutile; riaprii gli occhi. La luce sguaiata e senza volume dei neon difettosi si spanse grassa come marmellata di albicocche tutto attorno. Il mio sguardo riprese lentamente fuoco, rendendo più definito quel che stavo guardando: un soffitto bianco. Il collo mi doleva, e non volli forzarlo subito per rialzarmi; dunque rimasi qualche secondo in quella posizione.

La vista lentamente si schiarì, cominciando ad incasellare la superficie bianca e ruvida del soffitto, fino a che notai una piccola macchia nera perpendicolare sopra di me. All’inizio pensai potesse essere un insetto, ma poi appurai che non si trattava di questo. Era una piccola macchiolina nera, grande come un pollice, appiccicata la muro come fosse una monetina scura.

Mi domandai, distrattamente, cosa avrebbe potuto provocarla. In effetti, quella macchia, lì, non aveva senso. Nessuno avrebbe potuto procurala, e non sembrava nemmeno una di quelle cose che si producono naturalmente: un’infiltrazione o la traccia di qualche animale.

Chi può procurare una macchia sul soffitto? E come? Tirandoci qualcosa contro forse? E perché? Più ci pensavo e più non aveva senso. Poi, per un attimo, pensai che quella macchiolina su di un soffitto bianco era come me: dove non avrebbe dovuto essere, gettata nel mondo da una mano potente e invisibile.

- Che idea stupida! - pensai.

Scacciai quel pensiero e finalmente mi destai. Con un mugugno di sforzo e di disapprovazione mi risollevai sulla sedia. A fianco a me Eva, la bambina, dormiva, rannicchiata sulla sua seggiola. Se era davvero quello che Shaitan diceva che fosse, non c’era da stupirsi troppo se, seppure in quella situazione nuova, pericolosa e irreale per lei, stesse dormendo.

Guardandola, mi domandai come avrei potuto assolvere il compito che mi aspettava. Anche se fossi riuscito ad estrapolare qua e là tutte le informazioni necessarie per capire il segreto, la quintessenza di quella matassa ingarbugliata e puzzolente che è la condizione umana, come ci si sarebbe potuto aspettare che quella bimba potesse non solo immagazzinare tante informazioni, ma anche comprenderne il significato? Sarebbe stato come cercare di insegnare il sunnita ad un ubriaco dislessico.

Certo... certo... quella bambina non era "normale", però comunque stentavo a credere che quei quaranta chili scarsi di carne e ossa potessero cogliere anche solo in minima parte una tale enormità; una realtà così maledettamente profonda e complessa. Ma ancora dimenticavo che quella bimba doveva salvare il mondo. Tuttavia, seppure Eva evidentemente nascondeva qualche asso nella manica, la sua apparenza fragile e silenziosa dava tutt’altra idea di quella di poter assolvere un compito così gravoso, e l’idea che il destino di tutti noi fosse chiuso in quelle piccole e paffute mani mi fece rabbrividire.

- Accidenti! Siamo messi bene... - pensai, diffidente.

Mi alzai a fatica dalla sedia, scrollando la testa e staccando dal sudore la schiena appiccicata allo schienale della sedia. Ero intenzionato ad andare a svuotare la macchinetta del caffè dall’altro lato della sala.

Sulla strada, passai davanti ad anziano signore che, nonostante il caldo, tremava e si teneva stretta una coperta introno alle spalle. Più avanti, due giovani stavano discutendo animatamente, gesticolando ampiamente con le braccia, uno tenendo una piccola borsa da ghiaccio sulla tempia e uno sorreggendosi sulla gamba destra grazie ad una stampella. Davanti al tavolo dell’accettazione una signora grassa, seduta su di una sedia a rotelle, chiedeva con voce lamentosa qualcosa ad un’infermiera, che sbrigativamente le rispondeva con qualche frase poco convinta per poi sparire via tra i corridoi del pronto soccorso.

Una sala d’aspetto a Kinshasa era probabilmente il tipo di ambiente in cui avrebbe dovuto concretizzarsi il fondo della condizione umana.

Arrivai alla macchina del caffè, introdussi la moneta e aspettai. Intanto mi guardavo attorno. La sala era semivuota; il che già era strano. A parte i personaggi che ho già descritto, nell’angolo lontano vedevo una giovane madre curva sul proprio bimbo in grembo. Poco lontano da lei, un giovane solo stava dormendo lungo disteso sulle panche, covando tra le sue braccia conserte chissà quale malattia incurabile.

Sì: poteva davvero sembrare, come avevo appena detto, il fondo della condizione umana. Uomini e donne passate attraverso l’atrocità della miseria, il livore della povertà e la violenza dell’ideologia. Uomini e donne stuprati e violentati dai machete delle guerre e da una natura che, quando poteva, si ricordava ancora di avere i muscoli e si prendeva la propria rivincita sugli esseri umani. Uomini e donne nati e cresciuti sotto un’unica certezza: quella di essere spazzatura.

Ma questa, a dire il vero, era solo l’impressione superficiale, svagata che si poteva trarre dai fatti; era l’idea che poteva farsi uno che non osservava davvero. Era, infatti, evidente ad un secondo sguardo, quale era la vera forza di quelle persone, la leva per cercare di elevarsi dalla loro condizione. Lo si vedeva dalle mani sicure della madre che cullava un bimbo che rischiava di perdere, e forse non era nemmeno il primo. Lo si vedeva nella fermezza dello sguardo del vecchio; fisso e immobile tra i tremiti del suo corpo come un masso in mezzo ad una tempesta. Lo si vedeva nella spudorata e magnifica negritudine dei due giovani che discutevano tra di loro. Lo si vedava: quella gente aveva solo due strade per scrollarsi di dosso il fango che il mondo gli aveva sputato contro: la dignità o la violenza. E quelli erano coloro che la violenza l’avevano subita, e sceglievano l’altra difficile via.

Il caffè era pronto. Lo presi e, lanciando un ultimo sguardo ad Eva, che dormiva sempre tranquilla con la testa appoggiata alla mia giubba rossa, lasciai momentaneamente la sala, dirigendomi verso la grande finestra di un corridoio lì vicino.

Fuori pioveva a dirotto. Il fiume Congo seguiva il suo corso. Avanzava, melmoso, col passo lento e sacrale di un vecchio sciamano. Veniva dalle regioni a nord, vittime verdi dalla foresta e dalla violenza, e scendeva, grasso e limaccioso, fino alla "Stanley Pool", dove pigramente si addentrava e si nascondeva, scavando con la testa una delle rughe più profonde dell’Africa. Poi, lentamente, silenziosamente, entrava possente e circospetto nel santuario degli edifici portuali, nell’intrico zone di carico e scarico, tra il colonnato delle gru sospese a mezz’aria sull’acqua, attraverso il più grande porto fluviale del continente. Qui si confondeva e infilava le dita nella pioggia acida e negli gli scarichi illegali delle navi e delle industrie portuali. Infine, con un ultimo e testardo moto d’orgoglio, lanciava la pesante testa oltre Brezzaville e Kinshasa, che come due tetri alfieri lo guardavano, una di fronte all’altra, mentre scivolava fino al mare, portandosi via con sé i residui mangiucchiati del tempo africano. Un tempo eterno che sembrava mutare sempre e non cambiare mai.

Presi la bottiglia di grappa che avevo opportunamente tolto dalla giubba e portato con me. Svitai il tappo con la bocca, mentre reggevo il bicchiere del caffè. Feci per inclinare la bottiglia per correggere la bevanda quando una mano, fulminea, scattò da dietro di me e mi afferrò il polso.

- Caffeina e alcool fanno male. - disse una voce alle mie spalle -. Se poi la caffeina è quella di una sala d’aspetto africana, il cocktail può diventare addirittura letale.

Mi voltai. Davanti a me stava un uomo basso, ricurvo, con spessi occhiali, faccia scavata e un’aureola di capelli bianchi intorno alla testa. Indossava un camice bianco, sotto il quale il suo corpo sembrava combattere una perenne e lenta battaglia contro la gravità e i dolori lombari, al fine di mantenersi eretto in un’espressione di solidità che oramai appariva chiaramente una menzogna.

- Deve fare molto più male essere cacciati all’inferno ed esserne tirati fuori a calci in culo solo qualche giorno dopo - dissi io.
- Già. Ma, come per alcool e caffeina, dopo un po’ ti ci abitui. E ci prendi quasi gusto.

Davanti a me stava colui che stavo cercando. Lazzaro; l’unico uomo ad aver fatto davvero la spola tra aldilà e aldiquà grazie ad un "pass vip" procuratogli proprio all’ultimo secondo da qualche personalità di alto profilo. Non solo: rappresentava una delle pochissime promozioni "ah honorem" da uomo ad entità. Dopo quella faccenda di Cafarnao, infatti, non ci si poteva permettere di lasciare ad un uomo la facoltà di aver visto l’aldilà e di ritornare a raccontarlo: quella era una prerogativa, semmai, delle entità. E così fu promosso seduta stante nel cerchio superiore. Questo lo rendeva un caso unico: un conoscitore unico di entrambi i mondi: quello umano e quello celeste.

Il nome di Lazzaro non c’era nella lista di persone che, secondo Shaitan, avrei dovuto contattare, ma avevo voluto incontrarlo subito per primo. Troppe cose mi erano ancora poco chiare riguardo a tutta quella faccenda, e il fatto che avessi deciso di aiutare Shaitan non voleva certo dire che mi fidassi di lui. Avevo bisogno di apprendere qualche informazione in più sulla dinamica dei trapassi di esseri umani ed entità, e sulle possibili implicazioni che tutte quelle strane lotte e uccisioni potevano portare. Lazzaro era certamente la persona più indicata a fornirmi tutte quelle informazioni.

- Vieni. Ti offro un caffè decenti in sala dottori - disse.

Senza dire niente, lo seguii. Passando per la sala d’aspetto, svegliai e portai con me Eva, che silenziosamente ubbidì. Attraversammo un paio di porte ed entrammo in una stanza dalle pareti gialle, una serie di mobili sulle pareti, alcuni armadietti e un grande tavolo bianco al centro. Poco prima di entrare, mi voltai verso Eva.

- Sta molto attenta a quello che dice quel signore, intesi? - le dissi.
Lei fece cenno di sì con la testa.
Una volta dentro ci sedemmo, e Lazzaro tirò fuori due tazze e vi versò dentro del caffè da una caraffa a riscaldamento elettrico in funzione. Si avvicinò al tavolo e me ne porse una.

- E’ strano vederti qui proprio oggi - disse.
- E’ strano anche vedere te qui, nel bel mezzo dell’inferno in terra. - risposi io, riprendendo al bottiglia di grappa e correggendo il caffè, rivolgendo a Lazzaro un’occhiata di divertita sfida.
Fece spallucce. - Lo sai: sono sempre stato affascinato dal fenomeno morte. Dopo tutto, sono un umano di nascita e un’entità di adozione. Così la fine del "film" della vita umana mi ha sempre interessato, anche se sapevo già cose mi aspettava fuori dalla sala di proiezione.
- Una specie di guardone, insomma.
Sorrise. - Credo che, poco prima che scorrano i titoli di coda, gli esseri umani diano il massimo. Il colpo di scena finale, se conosci già il film, è il momento perfetto per cogliere le lacrime, lo stupore, la paura o la sorpresa del pubblico, che proprio perché sa che tutto sta per finire non si trattiene più dietro la schermata di una composta indifferenza.
- Ma perché medico? E perché qui?
- Perché, nel film, i medici sono i protagonisti. Loro sono i primi spettatori della morte; sono loro che la comunicano al resto del mondo, loro che la gestiscono, loro che addirittura decidono quando è arrivata. Una volta si moriva quando avevi smesso di respirare. Poi quando il cuore finiva di battere. Poi ancora quando il corpo non rispondeva più. Poi ancora solo quando l’encefalogramma era piatto come una tavola. E sono i medici che decidono.
- E perché qui?
- Perché i medici, come tutti protagonisti, spesso esagerano e vanno sopra le righe. Sentendosi alfieri della vita contro la morte, non la accettano mai come un fenomeno naturale. Dovendola combattere allo strenuo, la categorizzano e trovano una causa per ogni tipo morte. Ma così facendo, mettendo tutto nelle proprie mani, se ne assumono anche al responsabilità, e dunque è sempre colpa loro se qualcosa va storto. E così ti trovi con le mani legate, con la paura di sbagliare e miriadi di cause per errore medico nel cassetto. Qui, invece, come puoi facilmente immaginare, si è notevolmente più liberi, e in pochi notano errori o possono permettersi di denunciarli. Qui, la morte è considerata ancora un’evenienza tutt’altro che remota.
- E tu, invece?
- Io cosa?
- Per te è un’evenienza? Un caso? O una prassi?
- Le entità non muoiono, lo sai. Cambiano solo ruolo.
- Tornano indietro?
- Già.
- Beh, farai meglio a preparare le valige stavolta. Perché potresti non trovare più dove tornare.

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Leonida, 23 anni
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