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Friday, January 27, 2006 - ore 18:38
giornata di oggi
(categoria: " Riflessioni ")
che ho passata beatamente immerso nel traffico fumante di nevrosi schizzando come in un flipper impazzito da una parte allaltra della città.
comunque, stamani alle 8.30 il panorama era questo:

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perfetto per partire col giusto entusiasmo in vista di una sciata nel trentino o per una cioccolata calda, in casa, presi da un bel libro. chiunque abbia avuto giornate di questo tipo sia maledetto.
cosa andavo a fare io venerdì mattina a padova? a commemorare quei 4 poveracci che inquanto omosessuali sono morti nei campi di sterminio nazisti.
commemorazione che ha avuto i suoi momenti toccanti, niente da dire.
due parole in proposito: limpressione che mi viene ogni volta che si parla di olocausto è che, ormai, i morti di cinquantanni fa siano ormai sepolti, questa tragedia immane è entrata nella normalità, e con le commemorazioni è diventata anche un tabù culturale. lolocausto è LA GRANDE TRAGEDIA. su questo specifico mi pare ci sia assai poco da dire. o meglio, cè poco da dire in questa sede.
comunque queste commemorazioni sono diventate qualcosa di normale, un pò bolse, molto retoriche. non a caso, oggi, in mezzo alla retorica più pura, la lettura della poesia di un bambino deportato, letto dalla voce di una, oramai, nonnina, è stato uno dei momenti più toccanti.
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perchè? perché era vero, genuino, aveva un senso.
interroghiamoci invece su cosa è diventato lolocausto. la sopraffazione, in un piano di morte sistematica, di migliaia, decine e decine di migliaia di persone, lorrore, la riduzione delluomo a qualcosa di sub umano. inutile è ricordare i morti di cinquantanni fa, magari con truci dettagli, se non ne cogliamo linsegnamento. la normalità ci ottunde i sensi, riconosciamo QUEI morti come i morti di una grande tragedia, e lo sono, certo, ma da allora che ha fatto lorrore? si è preso una vacanza?
penso per esempio alla normalità del ridente paese di
Terezin (Repubblica Ceca), nel cui campo di concentramento trovarono la morte migliaia di bambini. non posso fare a meno di pensare alla vita, in contemporanea, degli abitanti del paesino, che nellorrore chiuso dentro al filo spinato non vedevano nulla di inconsueto. era normale.
nel mondo, oggi, non cinquantanni fa, oggi, gli olocausti (per fame, sete, malattie, oppure guerre, come quella europea) accadono, e non possiamo dirci molto più distanti del ridente paesino di Terezin.
con questo non voglio dire che sia colpa mia o vostra se al mondo lorrore accade ancora. solo che lorrore cè, e se vogliamo dire di aver imparato qualcosa dallolocausto dobbiamo almeno saperlo riconoscere.
oggi, mi pare appropriato, dedicarvi
Primo Levi
Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana dinverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
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