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Friday, January 27, 2006 - ore 23:12
CATANIA, 20 ANNI FA
(categoria: " Vita Quotidiana ")
In quella casa che sa di antico mi rivedo bambina, spaurita e curiosa. I soffitti alti, bianchi a volta con gli angeli scolpiti e quel lampadario di ferro appeso ad una catena che dalla volta scende giu dritto,immobile che nemmeno l’aria lo muoveva. I balconi di legno alle finestre che al mattino si spalancavano e facevano quel TOc, prima uno e poi l’altro, uno più forte e uno più lieve; al pomeriggio invece si chiudevano al sole e in stanza io dovevo dormire. Non volevo e non dormivo, gurdavo le schegge di luce entrare e diventare più lunghe sul pavimento. La porta della stanza chiusa e mi chiedevo perchè dovevo dormire quando di là, nell’altra stanza parlavano e bevevano il caffè. Ecco, il caffè. All’odore del caffè mi alzavo, facevo finta di aver dormito e sapevo di farli contenti. Odore di caffè, di sigaretta di carne arrostita. Quella casa era un insieme di odori e di tessuti ruvidi, come quello del divano, sempre scomposto, a fiori, un pò sfondato a sinistra davanti alla porta di entrata. E poi si usciva.. e giù giù di corsa per quelle interminaili scale. Così tante da farle sempre di corsa sperando non finissero mai. Grige, di marmo, dagli spigoli mussati e la ringhiera di ferro nero nero.. Salire quelle scale era una tortura.. Non finivano mai e a volte era bello riposarsi, sporgere la testa e guardare in alto o in basso e veder cambiare la prospettiva... leggere i nomi dei campanelli e ascoltare le voci delle case...e che corse se si sentiva aprire una porta! Su su a fiato rotto sperando di trovare la porta di casa socchiusa. E correre dentro, chiudere, cercare qualcuno, sentire i tacchi delle scarpette su quel pavimento scuro, a mattonelle piccole, opache e vecchie, che disegnavano fiori, quadri o tondi, tra le fughe sottili e nere. Giocare a mettere un piede solo sul rosso senza toccare il verde dei disegni, o camminare su una mattonella sì s su una no. Mi rivedo bambina sul letto di mio cugino in cucina, a mangiare una fetta di salame a cui non avevano tolto il pepe, con lui che ride e legge un libro. Chissà se se lo ricorda mio cugino dei pomeriggi che passava con me prima di uscire e di tutti i giochi e le magie che mi faceva con le carte. E mio zio che tornava dal lavoro e in bagno mentre si faceva la barba mi faceva ridere e mi raccontava di tutte le persone strane che aveva incontrato al lavoro. Io mi mettevo dietro di lui per poterlo guardare radersi, riflesso nello specchio e memorizzavo tutti i sui gesti. Da quando si lavava le mani con il sapone verde chiaro a quando con l’asciugamano si asciugava il viso lucido e si profumava. Chissà se lui se lo ricorda. Io ho paura di non averle più queste immagini, ho paura che da vecchia non racconterò a nessuno di quella vecchia casa al quarto piano, di cui nemmeno oggi mi parlano più ma che io ricordo ancora.
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