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2) Pensare sempre che le castagne che stai per mangiare possano avere il verme dentro
3) La compassione altrui
4) sapere che domani una persona cara potrebbe non esserci più

MERAVIGLIE


1) un bacio sulla guancia dato con sincerità
2) ridere fino a stare male
3) l'odore del caffè che si diffonde in tutta la casa la mattina appena alzata
4) Un bacio mentre sorridi
5) Quando giochi con le mani di una persona che ti piace e senti il cuore che accelera...



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Friday, January 27, 2006 - ore 23:12


CATANIA, 20 ANNI FA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


In quella casa che sa di antico mi rivedo bambina, spaurita e curiosa. I soffitti alti, bianchi a volta con gli angeli scolpiti e quel lampadario di ferro appeso ad una catena che dalla volta scende giu dritto,immobile che nemmeno l’aria lo muoveva. I balconi di legno alle finestre che al mattino si spalancavano e facevano quel TOc, prima uno e poi l’altro, uno più forte e uno più lieve; al pomeriggio invece si chiudevano al sole e in stanza io dovevo dormire. Non volevo e non dormivo, gurdavo le schegge di luce entrare e diventare più lunghe sul pavimento. La porta della stanza chiusa e mi chiedevo perchè dovevo dormire quando di là, nell’altra stanza parlavano e bevevano il caffè. Ecco, il caffè. All’odore del caffè mi alzavo, facevo finta di aver dormito e sapevo di farli contenti. Odore di caffè, di sigaretta di carne arrostita. Quella casa era un insieme di odori e di tessuti ruvidi, come quello del divano, sempre scomposto, a fiori, un pò sfondato a sinistra davanti alla porta di entrata. E poi si usciva.. e giù giù di corsa per quelle interminaili scale. Così tante da farle sempre di corsa sperando non finissero mai. Grige, di marmo, dagli spigoli mussati e la ringhiera di ferro nero nero.. Salire quelle scale era una tortura.. Non finivano mai e a volte era bello riposarsi, sporgere la testa e guardare in alto o in basso e veder cambiare la prospettiva... leggere i nomi dei campanelli e ascoltare le voci delle case...e che corse se si sentiva aprire una porta! Su su a fiato rotto sperando di trovare la porta di casa socchiusa. E correre dentro, chiudere, cercare qualcuno, sentire i tacchi delle scarpette su quel pavimento scuro, a mattonelle piccole, opache e vecchie, che disegnavano fiori, quadri o tondi, tra le fughe sottili e nere. Giocare a mettere un piede solo sul rosso senza toccare il verde dei disegni, o camminare su una mattonella sì s su una no. Mi rivedo bambina sul letto di mio cugino in cucina, a mangiare una fetta di salame a cui non avevano tolto il pepe, con lui che ride e legge un libro. Chissà se se lo ricorda mio cugino dei pomeriggi che passava con me prima di uscire e di tutti i giochi e le magie che mi faceva con le carte. E mio zio che tornava dal lavoro e in bagno mentre si faceva la barba mi faceva ridere e mi raccontava di tutte le persone strane che aveva incontrato al lavoro. Io mi mettevo dietro di lui per poterlo guardare radersi, riflesso nello specchio e memorizzavo tutti i sui gesti. Da quando si lavava le mani con il sapone verde chiaro a quando con l’asciugamano si asciugava il viso lucido e si profumava. Chissà se lui se lo ricorda. Io ho paura di non averle più queste immagini, ho paura che da vecchia non racconterò a nessuno di quella vecchia casa al quarto piano, di cui nemmeno oggi mi parlano più ma che io ricordo ancora.

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