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Saturday, January 28, 2006 - ore 14:23
Un spiraglio di luce..........di speranza
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Prima vennero per gli ebrei
" Prima vennero per gli ebrei
e io non dissi nulla perché
non ero ebreo.
Poi vennero per i comunisti
e io non dissi nulla perché
non ero comunista.
Poi vennero per i sindacalisti
e io non dissi nulla perché
non ero sindacalista.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno
che potesse dire qualcosa."
Martin Niemoeller
Il diario di Anna Frank.....................alcuni brani
Domenica, 14 giugno 1942
Venerdì 12 giugno ero già sveglia alle sei: si capisce, era il mio compleanno! Ma alle sei non mi era consentito dalzarmi, e così dovetti frenare la mia curiosità fino alle sei e tre quarti. Allora non potei più tenermi e andai in camera da pranzo, dove Moortje, il gatto, mi diede il benvenuto strusciandomi addosso la testolina.
Subito dopo le sette andai da papà e mamma e poi nel salotto per spacchettare i miei regalucci. Il primo che mi apparve fosti tu, forse uno dei più belli fra i miei doni. Poi un mazzo di rose, una piantina, due rami di peonie: ecco i figli di Flora che stavano sulla mia tavola quella mattina; altri ancora ne giunsero durante il giorno. Da papà e mamma ebbi una quantità di cose, e anche i nostri numerosi conoscenti mi hanno veramente viziata. Fra laltro ricevetti un gioco di società, molte ghiottonerie, cioccolata, un puzzle, una spilla, la Camera obscura, le Saghe e leggende olandesi di Joseph Cohen, le Vacanze in montagna di Daisy, un libro straordinario, e un po’ di denaro, così che mi potrò comprare i Miti di Grecia e di Roma. Che bellezza!
Mercoledì, 8 luglio 1942
Cara Kitty,
da domenica mattina a oggi sembra che siano passati degli anni. Sono avvenute tante cose da far credere che il mondo si sia capovolto. Ma, Kitty, vedi bene che vivo ancora, e questo è ciò che conta, dice papà. (…)
Alle tre (Hello se nera appena andato, per tornare più tardi), qualcuno suonò alla porta. Io non udii, perché stavo in veranda e leggevo prendendomi il sole distesa su una sedia a sdraio. Poco dopo comparve Margot, eccitatissima, alla porta della cucina. - Cè una chiamata delle SS per papà, - mormorò,- mamma è già andata dal signor Van Daan-. (Van Daan è un buon amico, collaboratore di papà nella ditta). Mi spaventai immensamente; una chiamata, si sa che cosa significhi. Nella mia mente già vedevo campi di concentramento e celle di segregazione. E doverci lasciar andare il babbo! - Naturalmente non si presenterà,- mi spiegò Margot, mentre in camera aspettavamo il ritorno della mamma.- Mamma è andata da Van Daan per consigliarsi se convenga trasferirci nel nostro rifugio segreto. Siccome i Van Daan verranno con noi, saremo sette in tutto -. Silenzio. Non potevamo più parlare. Il pensiero di papà che, senza sospettare nulla di male, era andato a visitare dei vecchi allOspizio ebraico, lattesa di mamma, il caldo, la tensione, tutto ci faceva tacere.
Suonarono di nuovo. E Harry, - dissi io.- Non aprire, - fece Margot, trattenendomi. Ma era inutile: udimmo mamma e il signor Van Daan che parlavano di sotto con Harry, poi entrarono e chiusero la porta dietro di sé. Ora a ogni scampanellata io o Margot avremmo dovuto scendere piano piano per vedere se era papà, e non aprire a nessun altro.
(…) Nasconderci! Dove dovremmo nasconderci, in città, in campagna, in una casa, in una capanna, quando, come, dove…? Erano problemi chio non volevo pormi, e che tutta via continuamente raffioravano. Margot ed io cominciammo a stipare lindispensabile in una borsa da scuola. La prima cosa che ci ficcai dentro fu questo diario, poi arriccia-capelli, fazzoletti, libri scolastici, un pettine, vecchie lettere; pensavo che bisognava nascondersi e cacciavano nella borsa le cose più assurde. Ma non me ne rammarico, ci tengo di più ai ricordi che ai vestiti.
Alle cinque finalmente arrivò papà; telefonammo al signor Kleiman e gli domandammo se sarebbe potuto venire quella sera stessa. Van Daan andò a prendere Miep. Miep arrivò, mise in borsa scarpe, vestiti, biancheria, calze, e li portò via promettendo di tornare la sera.
Poi vi fu silenzio nella nostra casa; nessuno di noi quattro volle mangiare, faceva ancora caldo e tutto pareva tanto strano. Avevamo affittato la grande camera del piano di sopra a un certo signor Goldschmidt, un uomo divorziato, sulla trentina, che quella sera sembra non avesse nulla da fare, perciò rimase a ciondolarci attorno fino alle dieci, e con buone parole non cera verso di liberarcene.
Alle undici giunsero Miep e Jan van Gies. Miep lavora con papà dal 1933 ed è divenuto una nostra intima amica, così come il suo novello sposo Henk. Scarpe, calze, libri e biancheria scomparvero ancora una volta nella borsa di Miep e nelle profonde tasche di Henk; alle undici e mezza se nerano andati anche loro. Io ero stanca morta, e sebbene sapessi che quella era lultima notte che avrei passato nel mio letto, dormii sodo e fui svegliata alle cinque e mezza dalla mamma. Per fortuna faceva meno caldo che domenica, e piovve poi tutto il giorno. Ci infagottammo tutti e quattro come se dovessimo passare la notte in una ghiacciaia, e ciò alla scopo di portar via quanto più vestiario potevamo. Nessun ebreo, nelle nostre condizioni, avrebbe osato uscir di casa con una valigia piena di abiti. Io avevo addosso due camicie, tre calzoncini, una sottoveste, una sottana, una giacchetta, una giacca da estate, due paia di calze, scarpe pesanti, un berretto, uno scialle e altro ancora; soffocavo già prima duscire di casa, ma nessuno se ne preoccupava. Margot riempì la sua cartella di libri scolastici, tolse la bicicletta dalla rimessa e filò dietro a Miep per destinazione a me sconosciuta. Io infatti continuavo a ignorare dove fosse il luogo misterioso che ci attendeva. Alle sette e mezza anche noi ci chiudemmo la porta dietro; lunico essere da cui presi congedo fu Moortje, il mio gattino, che avrebbe trovato buon alloggio presso i vicini, come era detto in una lettera indirizzata al signor Goldschmidt.
In cucina un bel pezzo di carne per il gatto e le tazze della colazione sul tavolo, i letti disfatti, tutto lasciva limpressione che noi fossimo scappati a rotta di collo. Ma le impressioni degli altri non ci importavano, noi volevamo andar via, via, e arrivare al sicuro, nientaltro. Continuerò domani.
La tua Anna
Sabato, 11 luglio 1942
[…]La nostra cameretta, con i suoi muri nudi, era assai disadorna; grazie al babbo che fin da prima aveva portato qui la mia collezione di stelle del cinema e di cartoline illustrate ho trasformato la stanza, dopo averne spennellato di colla le pareti, in una fitta mostra di figurine. Così ha unaria molto più allegra, e quando verranno i Van Daan, con la legna che cè in soffitta faremo qualche scaffaletto e altre graziose carabattole. […]
9 ottobre 1942
Cara Kitty,
oggi non posso darti che notizie brutte e deprimenti. Stanno arrestando, a gruppi, tutti i nostri amici ebrei. La Gestapo è tuttaltro che riguardosa con questa gente; vengono trasportati in carri bestiame a Westerbork, il grande campo di concentramento per eberei nella Drenthe.[…]
Westerbork devessere terribile; per centinaia di persone un solo lavatoio e pochissime latrine... Fuggire è impossibile; quasi tutti gli ospiti del campo sono riconoscibili dai loro crani rasati e molti anche dal loro aspetto ebraico.
Se in Olanda stanno già così male, come saranno nelle contrade barbare e lontane dove li mandano? Supponiamo cheper lo più vengano assassinati. La radio inglese dice che li gasano. Forse è il metodo più spiccio per morire. Sono molto turbata.
Venerdì 29 ottobre 1943
Mi sento come un uccello che vorrebbe volare in alto ma continua a sbattere le ali contro la gabbia, nelloscurità più totale.
Lunedì, 14 febbraio 1944
Cara Kitty,
da sabato cè molto di cambiato per me. È andata così. Avevo una folla di desideri e li ho ancora -ma in parte, in piccolissima parte, i miei desideri sono soddisfatti.
Stamane mi sono accorta, e con grande gioia, - per essere sincera,- che Peter mi guardava continuamente. In modo del tutto inconsueto, non so come, non so spiegarlo.
Prima avevo pensato che Peter fosse innamorato di Margot, ora ebbi dun tratto la sensazione che non è così. Per tutto il giorno ho cercato di non guardarlo troppo, perché se lo facevo, anche lui mi guardava - e allora...allora provavo una sensazione gradevole, dentro di me, che non debbo provare troppo spesso.
Martedì, 6 giugno 1944
"This is D-day" disse alle 12 la radio inglese...
The invasion has begun!...
Secondo i notiziari tedeschi, paracadutisti inglesi sono atterrati in Francia. Mezzi da sbarco inglesi combattono con i marinai tedeschi, dice la BBC.
Lalloggio segreto è in subbuglio! Si avvicina dunque davvero la liberazione lungamente attesa, la liberazione di cui si è tanto parlato, ma che è troppo bella, troppo leggendaria per diventar mai realtà? Questanno, 1944, ci darà la vittoria? Non lo sappiamo ancora, ma la speranza ci fa rivivere, ci ridona coraggio e forza. Ci vorrà coraggio infatti per resistere alle continue angosce, alle privazioni, alle sofferenze; ora ciò che più importa è rimanere calmi e tenaci. Ora più che mai occorre ficcare le unghie nella carne per non gridare. La Francia, la Russia, lItalia e anche la Germania possono gridare per la loro miseria; noi non ne abbiamo ancora il diritto.
O Kitty, la cosa più bella dellinvasione è che io ho la sensazione che stiano arrivando degli amici. Questi orrendi tedeschi ci hanno così lungamente oppressi, tenendoci il coltello alla gola, che il pensiero degli amici e della salvezza ci riempie nuovamente lanimo di fiducia.
Non si tratta più solamente degli ebrei, ma dellOlanda e di tutta lEuropa occupata. Forse, dice Margot, a settembre o a ottobre potrò tornare a scuola.
sabato 15 luglio 1944
« "la gioventù in, in fondo è più solitaria della vecchiaia." Questa massima che, ho letto in qualche libro mi è rimasta in mente e l’ho trovata vera; è vero che qui gli adulti trovano maggiori difficoltà che i giovani? No, non è affatto vero. Gli anziani hanno un’opinione su tutto, e nella vita nono esitano più prima di agire. A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio. Chi ancora afferma che qui nell’alloggio segreto gli adulti hanno una vita più difficile, non si rende certamente conto della gravità e del numero di problemi che ci assillano, problemi per i quali forse noi siamo troppo giovani, ma ci incalzano di continuo sino a che, dopo lungo tempo, noi crediamo di aver trovato una soluzione; ma è una soluzione che non sembra capace di resistere ai fatti, che la annullano. Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili.»
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