
chiara-ky, 33 anni
spritzina di Cosmopolita
CHE FACCIO? Arpista e Prof. di Arpa
Sono sistemato
[ SONO OFFLINE ]
[
PROFILONE ]
[
SCRIVIMI ]
STO LEGGENDO
HO VISTO
che ho una vita trooooppo incasinata, ma va benissimo così!
STO ASCOLTANDO
il silenzio
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
jeans e camicia
ORA VORREI TANTO...
Un po di vacanza?
STO STUDIANDO...
La mia tesi!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Tranquillo, proiettato nel futuro
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) essere continuamente giudicati da persone che nemmeno ti conoscono
2) darti così tanto da fare per gli altri e scoprire che alla fine nè tu nè gli altri hanno fatto qualcosa per te...
3) rompere una corda nel bel mezzo del concerto...
4) quanta cioccolata posso mangiare oggi per non essere depressa domani??
5) ...aprire il vasetto e vedere che è finita la Nutella.....
MERAVIGLIE
1) vedere che nel giorno del tuo compleanno anche le persone che mai avresti immaginato...si ricordano di te!
2) ...svegliarsi la mattina guardare fuori dalla finestra e trovarsi la scritta, TI AMO PRINCIPESSA, dipinta nella strada.....
3) Quando giochi con le mani di una persona che ti piace e senti il cuore che accelera...
4) poter anche solo per un attimo mettere il cuore in stand-by per non provare alcun sentimento...per non soffrire
5) Sapere che per Dio sono speciale, che non si vergogna di me, che mi ama per quello che sono e di un amore immenso.
6) una gran risata di cuore insieme a 20 bambini che ridono con te, con lo stesso sentimento e la stessa intensità
7) mettere le mani attorno ad una tazza di cioccolata calda con panna in pieno inverno
(questo BLOG è stato visitato 21203 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
sabato 28 gennaio 2006 - ore 20:24
Amore & Psyche
(categoria: " Fotografia e arte.. ")
Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie; le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla. Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l’indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini, o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un’altra Venere, anch’essa bellissima, nella sua grazia virginale.
«Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre più e la voce cominciò a diffondersi nelle isole vicine e poi più lontano in molte regioni del continente.«Folle di pellegrini sempre più numerose facevano lunghi viaggi, attraversavano mari profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del secolo.«Nessuno andava più a Pafo o a Cnido o a Citera per visitare i santuari di Venere; alla dea non si facevano più sacrifici, i suoi templi erano lasciati nell’abbandono, i suoi sacri cuscini calpestati, le cerimonie trascurate, le sue statue restavano disadorne, vuoti i suoi altari e ingombri di cenere spenta.«Alla fanciulla si innalzavano preghiere, e si placava il nume di una dea potente come Venere adorando un volto umano. Al mattino, quando la vergine usciva, a lei si apprestavano vittime e banchetti invocando il nome di Venere assente e, quando passava per via, il popolo le si affollava supplice intorno con fiori e ghirlande.«Questo eccessivo tributo di onori divini a una fanciulla mortale suscitò lo sdegno violento della Venere vera che, scuotendo fieramente il capo e malcelando la collera, così cominciò a ragionare:
’Ecco che io, l’antica madre della natura, l’origine prima degli elementi, la Venere che dà vita all’intero universo, sono ridotta a dividere con una fanciulla mortale gli onori dovuti alla mia maestà e a veder profanato dalle miserie terrene il mio nome celebrato nei cieli. Nessuna meraviglia, allora, se durante i riti espiatori dovrò sopportare un culto equivoco, diviso a metà e se una fanciulla che non potrà sfuggire alla morte ostenterà le mie sembianze. A nulla è valso allora che quel pastore la cui giustizia e lealtà fu dallo stesso Giove riconosciuta, per la straordinaria bellezza prescelse me fra dee tanto più illustri. Ma non se li godrà a lungo costei, chiunque sia, gli onori che mi usurpa: la farò pentire io della sua bellezza che non le spetta.’
E là per là chiamò il suo alato figliuolo, quel cattivo soggetto che, infischiandosene della pubblica morale, ha la pessima abitudine di andarsene in giro armato di torce e di frecce, di entrare di notte nelle case della gente e profanare i letti nuziali insomma di provocare impunemente un sacco di guai, senza far mai nulla di buono. E sebbene fosse un briccone e sfacciato per natura, lei questa volta con le sue parole lo incoraggiò e lo aizzò, lo condusse fino a quella città, gli indicò Psiche - così si chiamava la fanciulla - e gli raccontò gemendo e fremendo d’indignazione tutta la storia della bellezza contesa.
’Ti prego’ gli diceva ’in nome dell’affetto che mi porti, per le dolci ferite delle tue frecce, per le soavi scottature delle tue torce, fa che tua madre abbia piena vendetta, punisci senza pietà questa bellezza insolente. Se tu vuoi puoi davvero farmelo questo piacere, soltanto questo: che la ragazza si innamori pazzamente dell’ultimo degli uomini, di quello che la sfortuna ha particolarmente colpito nella posizione sociale, nel patrimonio, nella stessa salute, caduto così in basso che sulla faccia della terra non se né trovi nessuno come lui disgraziato.
Così gli parlò stringendosi forte al seno quel suo figliuolo e baciandoselo a lungo. Poi si diresse alla spiaggia vicina, là dove batte l’onda, e sfiorando con i rosei piedi le creste spumose dei fervidi flutti, ristette alfine sulla calma superficie del mare; e il mare le rese omaggio, a un suo cenno, com’ella desiderava, come se tutto da tempo fosse già stato voluto: le danzarono intorno le figlie di Nereo cantando in coro, e Portuno con l’ispida barba azzurra e Solacia col grembo colmo di pesci e il piccolo Palemone che cavalcava un delfino. Qua e là fra le onde esultavano a schiera i Tritoni, l’uno soffiava dolcemente nella conchiglia sonora, un altro con un velo di seta faceva schermo all’ardore molesto del sole, un terzo sosteneva uno specchio dinanzi agli occhi della dea, gli altri nuotavano a coppie aggiogati al suo cocchio.
Un tal seguito scortava il viaggio di Venere verso l’oceano.
Ma intanto Psiche, bellissima com’era, non ricavava alcun frutto dalla sua grazia. Tutti la ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla in sposa. Restavano lì a contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema fattura.
Un giorno le due sorelle più grandi, la cui bellezza, modesta, era passata inosservata al gran pubblico, si fidanzarono con principi del sangue e celebrarono nozze felici mentre Psiche, rimasta vergine, sola nella vuota casa, piangeva il suo triste abbandono e sofferente e intristita finì per odiare la sua stessa bellezza che pure tutti ammiravano.
E così l’infelice padre della sventurata fanciulla, temendo una maledizione celeste e la collera degli dei, interrogò l’antichissimo oracolo del dio Milesio e con preghiere e con vittime chiese a questa potente divinità per la vergine negletta nozze e marito. E Apollo, benché greco e ionico, per compiacere l’autore di questo romanzo, gli rispose in latino così:
Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla
ed esponila, o re, su un’alta cima brulla;
non aspettarti un genero da umana stirpe nato
ma un feroce, terribile, malvagio drago alato
che volando per l’aria ogni cosa funesta
e col ferro e col fuoco ogni essere molesta.
Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui,
orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui.
...Un dolce tocco delle dita, quasi come se avessi paura di sfiorarti, di rovinarti. Potessi anche io accarezzarti dolcemente il viso, starti vicino nei momenti più dolci come in quelli più aspri...quanto dovrò attendere ancora?
COMMENTA (0 commenti presenti)
PERMALINK