Svegliarsi sul
futon, allungarsi fino alla porta scorrevole, aprirla e andare carponi nel salottino (col tavolino basso e niente sedie, ovviamente, ma un comodo cuscino su cui inginocchiarsi), la tenda già tirata svelava un sole eccezionalmente caldo per essere invernale. Spingendo da parte la porta-finestra, ecco una fabbrica dove gli operai in pausa giocavano a baseball, sport nazionale in Giappone. Per le strade qualcuno lavava la macchina con cura. Giardini straordinariamente fioriti con alberi carichi di
yuzu (il bergamotto), vecchiette tali e quali ce le immaginiamo dopo un’era di cartoni animati che attraversavano la strada piccoline e curve col loro bastone. Vita quotidiana a Higashiosaka, quartiere industriale e residenziale ad est della terza città del Giappone per grandezza,
Osaka, 2 milioni e 500 mila abitanti per un susseguirsi di insegne al neon, grattacieli, negozi,
pachinko (slot machine), fermate di metropolitana che formano una città sotterranea coloratissima e affollata. Architettura all’avanguardia e case di cartongesso dissestate, frenesia e oasi per il relax come i famosi onsen, le terme, e i parrucchieri che includono nel prezzo –salato- anche un rigenerante massaggio e il té.
“L’impatto”Siamo sbarcati in Giappone a Natale. All’aeroporto di Tokyo le hostess erano vestite da babbo Natale e abbondavano le decorazioni, tutti si auguravano
“meri Kurisumasu”. Un’ora dopo eravamo a Osaka, dove ogni segno della ricorrenza più amata dall’Occidente è sparito confondendosi nell’attesa del Gantan, il primo giorno dell’anno, prima dell’arrivo del quale le famiglie giapponesi puliscono i loro appartamenti a fondo, organizzano
Bonenkai (feste per dimenticare l’anno vecchio) e inviano le tradizionali cartoline,
nengaijou, che quest’anno raffiguravano il cane, animale sotto il segno del quale secondo l’oroscopo cinese si svolgerà il 2006.
La nostra cena di Natale l’abbiamo avuta però, con un gruppo vivacemente misto di giovani italiani e giapponesi, tutti seduti per terra attorno allo
zukue, il tavolo in stile giapponese contrapposto all’occidentale
teburu - ossia table. A quel punto dell’appena iniziata avventura già era sparito ogni timore.
Prima di partire dubitavo un po’ di cavarmela in un paese che usa tre alfabeti uno dei quali mi è quasi completamente ignoto. Ero ospite con mio marito da un’amica italiana, per cui non mi sarei persa, ma a me piace pensare di poter capire come funziona e non gravare sulla guida altrui. Invece, ho trovato ovunque indicazioni in
romani, la traslitterazione in alfabeto occidentale delle parole giapponesi. Era gustoso girare, una volta verificato che il mio elementare giapponese mi permetteva di chiedere piccole informazioni, acquistare biglietti e schede telefoniche, instaurare rapporti cordiali, complici sorrisi e inchini, con le persone che mi fornivano indicazioni.
Dati i luoghi comuni sul Giappone (tutti veri!), è forse superfluo dire che ho trovato tutto molto organizzato, preciso, pulito. Si fa la fila ordinata per qualsiasi cosa e nelle stazioni più grandi ci sono accessi, opportunamente segnalati in rosa, riservati alle donne per evitare molestie, che si verificano spesso, si deduce. Non sembrano essere un problema, invece, i furti: si può lasciare tranquillamente la borsa incustodita. Il senso estetico è molto accentuato, il benessere tangibile. Certo, tutto accompagnato a quelle che a noi inevitabilmente sembrano stranezze: non ci si soffia il naso in pubblico, mentre non è disdicevole fare rumore mangiando –un vero piacere mangiare
ramen “aspirando” rumorosamente la pasta!
Abbondante compagnia di amici vecchi e nuovi, italiani e giapponesi, traversate in bicicletta nella città delle biciclette stando attenti alla guida a destra, brindisi con
sake e
umeshu (liquore di prugna), accoglienti treni dai sedili caldi, riflessioni più o meno stupite su aspetti ammirevoli o crudeli –per noi osservatori esterni- di una società diversissima dalla nostra.
La religioneUna delle domande più ricorrenti che mi vengono poste sul mio recente viaggio in Giappone riguarda la religione.
La spiritualità orientale mi aveva colpito già leggendone sui libri, prima ancora di viverla lì. E’ fondata sullo scintoismo, che si basa sul culto degli antenati e della natura. Dopo il 500, fu introdotto il buddismo, che ebbe un’enorme presa e una propria evoluzione nell’antico impero
Yamato. Mi è parso di cogliere oggi un armonioso sincretismo. I templi sono una delle cose più belle che io abbia mai visto dal punto di vista architettonico. La caratteristica forma dei tetti, l’uso del legno, belle fontane in cui lavarsi le mani prima di pregare al tempio per l’importanza centrale della contrapposizione fra puro e impuro: a
Kyoto e
Nara si respira pace e tranquillità tra le volute dell’incenso e il suono sordo della corda sul gong.
Il senso della storiaDa secoli gli europei sono avvezzi all’idea di conservazione dei beni culturali. Non sempre è stato così, e sembra che non sia così nemmeno oggi in Giappone. Che sia per il collegamento tra l’idea del bello e quella del nuovo, o perché il legno, facilmente deperibile, era il materiale principalmente usato per le costruzioni, o sia per le devastazioni della guerra, di fatto anche i monumenti più noti sono versioni più recenti rispetto all’originale, idea che può deludere l’“europeo medio”.
Ci siamo comunque trovati di fronte alla storia in tutta la sua imponenza, come imponente è il
Daibutsu, la più grande statua del Buddha al mondo, costruita attorno al 750 d.C. e alta 15 metri: occupa un padiglione, il Todai-ji, che è il più grande edificio del mondo in legno, nonostante dopo l’ultima ricostruzione nel 1700 sia due terzi della misura originale. Il Grande Buddha sembra quasi esservi contenuto a stento.
Mi ha colpito questa concezione del bello come nuovo in un paese in cui ci si attende che la tradizione sia molto forte. Ma nulla si può valutare con un taglio netto. Ad
Arima, piccolo posto di montagna famoso per le acque termali, molta gente girava in
kimono, contemporaneamente nelle città si vive una grande passione per l’occidente, identificato con l’America e la tecnologia imperversa con un ritmo disorientante.
Senza un tettoGrazie all’ironico quanto toccante film di
Satoshi Kon,
Tokyo Godfathers, sono bruscamente venuta a conoscenza della realtà degli
“homuresu”, i senza fissa dimora in Giappone.
Poi, ho visto con i miei occhi nel corso di questo viaggio.
Il parco del castello di Osaka era coperto da tende blu tutte uguali che mi è parso di capire siano fornite dal comune. Alla sera si vedono confluire al parco schiere di biciclette cariche di cartoni. Le loro tende sono delle piccole case, spesso complete di televisore.
In seguito alla dura crisi economica, negli ultimi anni questo paese si trova ad ospitare nei propri parchi e negli spazi pubblici un gran numero di persone che non sono rimaste “dentro” la società. I lavoratori non godono di molte tutele, la pressione sociale è altissima, con tutta una serie di obblighi a cui nessuno si sogna di contravvenire ed è facile perdere il posto di lavoro, una volta fuori dal circuito economico non si trovano molte alternative e diventa impossibile mantenere una casa e, soprattutto, l’onore. Chi non sopporta la situazione si toglie la vita, qualcuno si adatta a vivere ai margini annullando quello che era prima.
Viene da chiedersi se gli homuresu non siano più felici una volta trovato un modo di vivere che, pur tra gli stenti, non permette di aver paura di precipitare nel fondo perché ci si trova già lì, ma forse questa è solo la domanda che sorge a un’occidentale che dà un altro peso ai concetti individuo/società.
(Una scena di Tokyo Godfathers)