
chiara-ky, 33 anni
spritzina di Cosmopolita
CHE FACCIO? Arpista e Prof. di Arpa
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che ho una vita trooooppo incasinata, ma va benissimo così!
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Tranquillo, proiettato nel futuro
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) essere continuamente giudicati da persone che nemmeno ti conoscono
2) darti così tanto da fare per gli altri e scoprire che alla fine nè tu nè gli altri hanno fatto qualcosa per te...
3) rompere una corda nel bel mezzo del concerto...
4) quanta cioccolata posso mangiare oggi per non essere depressa domani??
5) ...aprire il vasetto e vedere che è finita la Nutella.....
MERAVIGLIE
1) vedere che nel giorno del tuo compleanno anche le persone che mai avresti immaginato...si ricordano di te!
2) ...svegliarsi la mattina guardare fuori dalla finestra e trovarsi la scritta, TI AMO PRINCIPESSA, dipinta nella strada.....
3) Quando giochi con le mani di una persona che ti piace e senti il cuore che accelera...
4) poter anche solo per un attimo mettere il cuore in stand-by per non provare alcun sentimento...per non soffrire
5) Sapere che per Dio sono speciale, che non si vergogna di me, che mi ama per quello che sono e di un amore immenso.
6) una gran risata di cuore insieme a 20 bambini che ridono con te, con lo stesso sentimento e la stessa intensità
7) mettere le mani attorno ad una tazza di cioccolata calda con panna in pieno inverno
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Sunday, January 29, 2006 - ore 15:39
Amore & Psyche...
(categoria: " Fotografia e arte.. ")
Il mito racconta che Psiche era una giovane principessa, così bella che persino Venere ne era gelosa e anzi ordinò al dio Amore di ferirla con una delle sue frecce perché sorgesse in lei l’affetto per un uomo bruttissimo. Ma Amore, appena vide Psiche, se ne innamorò, la fece trasportare dal vento Zefiro in un magico palazzo e i due si promisero amore eterno. Amore, spiegando le sue bellissime ali, tornava ogni notte a trovare la sua amata, ma le fece giurare che non avrebbe mai guardato il suo volto nel sonno, altrimenti la loro relazione si sarebbe interrotta.Ma Psiche non resistette: istigata dalle sorelle, tentò – malgrado il giuramento – di osservare durante la notte, alla luce di una lampada, il volto del suo innamorato mentre lui dormiva. Una goccia d’olio cadde dalla lampada: risvegliò Amore che rimproverò la fanciulla e la abbandonò. Psiche pianse a lungo la perdita del suo innamorato e solo dopo una lunga serie di prove ricevette il perdono e Amore tornò a rinnovare i suoi incontri felici con la bellissima principessa.
Il re che un tempo era stato felice, sentito il sacro responso, fece ritorno a casa coll’animo colmo di tristezza e riferì alla moglie i comandi del funesto oracolo. Per più giorni non fecero che piangere, gemere, lamentarsi. Ma ormai era giunto il tempo di adempiere a quanto aveva prescritto il crudele vaticinio e per la sventurata fanciulla venne l’ora di prepararsi a quelle funebri nozze. Già il lume delle fiaccole si oscurava di nera fuliggine spegnendosi sotto la cenere, il suono del flauto nuziale si mutava in una triste nenia lidia, il canto lieto dell’imeneo in un lamento lugubre e la sposa novella si asciugava le lacrime con il velo nuziale. Tutta la città si dolse del triste destino che aveva colpito quella casa e in segno di generale cordoglio fu decisa la sospensione di ogni pubblica attività.
Ormai alla povera Psiche non restava che obbedire al volere celeste e sottomettersi al supplizio cui era stata destinata. Terminati nella più profonda tristezza tutti i solenni preparativi di quel funesto matrimonio, una gran folla di popolo seguì le esequie di un vivo e Psiche in lacrime fu accompagnata non a nozze ma al suo funerale.
I poveri genitori colpiti da una sventura così grande, esitavano a compiere un così orribile crimine, ma era la stessa figliola ad esortarli: ’Perché’ diceva ’volete angustiare ancor più la vostra infelice vecchiaia? Perché affannate il vostro cuore, che è anche il mio, in continui lamenti? Perché sciupate con lacrime inutili quei vostri visi adorati? Straziando i vostri occhi è come se straziaste i miei. E perché vi strappate i capelli, perché vi battete il petto, e tu, madre, perché colpisci quel santo seno che mi nutrì? Ecco per voi il premio della mia famosa, straordinaria bellezza. L’invidia funesta ha inferto il colpo mortale e voi tardi lo avete capito. Quando folle intere, intere città mi tributavano onori divini e tutti, a una voce, mi proclamavano la nuova Venere, oh, allora avreste dovuto dolervi e piangere e indossare il lutto come se fossi già morta. Ne sono sicura, lo sento, la mia rovina è stata soltanto per quel nome di Venere. Conducetemi dunque in cima alla rupe che la sorte mi ha destinata e lasciatemi lì. Desidero ormai celebrare presto queste nozze felici, voglio vederlo subito questo mio nobile sposo. Perché indugiare, perché differire l’incontro con costui che è nato per la rovina dell’intero universo?’
Così disse la vergine e poi tacque e con passo deciso s’avviò tra la folla che la seguì in corteo.
Giunsero così alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a strapiombo, e lì lasciarono la fanciulla, sola, lì lasciarono le fiaccole, spente con le loro lacrime, con cui s’eran fatti lume e a capo chino rientrarono alle loro case.
I poveri genitori, distrutti da tanta sciagura, si chiusero nell’ombra più fitta delle loro stanze votandosi a una notte senza fine.
Psiche intanto, spaurita e tremante, là in cima alla rupe, si struggeva in lacrime, quand’ecco l’alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la sollevò da terra e sostenendola col suo soffio leggero, giù giù lungo il pendio del monte, la depose nel cavo di una valle in grembo all’erbe e ai fiori.
Psiche, dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta, sentì l’animo suo liberarsi di tutta l’angoscia e placidamente s’addormentò.
Dopo aver riposato abbastanza si levò più tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d’acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non dalla mano dell’uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si accorgeva subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio.
Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d’avorio, era sostenuto da colonne d’oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi d’argento raffiguranti belve e altri animali nell’atto di balzare su chi entrava.
Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di sicuro, chi aveva, con un’arte così magistrale, animato tutto quell’argento. Anche i pavimenti di preziosi mosaici spiccavano per la varietà delle composizioni.
Beati, oh, sì, veramente beati quelli che avrebbero potuto camminare su quelle gemme e su quei gioielli.
D’altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo. era di valore inestimabile: i muri erano formati da blocchi d’oro e brillavano di luce propria, così che quel palazzo risplendeva di per sé anche senza la luce del sole,tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte.
Tutte le altre cose erano perfettamente intonate alla magnificenza regale di quella casa, sì che veramente sembrava che quel divino palazzo fosse stato costruito per il sommo Giove come sua dimora terrena.
Attratta dall’incanto del luogo Psiche s’avanzò, poi, fattasi coraggio, varcò la soglia e, presa dalla curiosità di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa.
Vide così, in un’altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c’era tutto quanto si potesse desiderare e immaginare. Ma la cosa più straordinaria, più ancora di tutte quelle meraviglie, era che nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezzeMentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sentì una voce misteriosa che le disse:
’Signora, perché stupisci di fronte a tanta ricchezza? Ciò che vedi è tuo. Entra in camera e lasciati andare sul letto e comanda per il bagno, come ti piace Queste voci sono quelle delle tue ancelle, pronte a servirti, e quando avrai terminato di prenderti cura della tua persona, non dovrai attendere per un pranzo regale.’
Psiche comprese che tutta quella grazia era un segno della divina provvidenza e seguendo le indicazioni delle voci misteriose prima con il sonno poi con un bagno si liberò della stanchezza.
Fu allora che vide, poco discosta, una tavola semicircolare già apparecchiata per il pranzo e pensando si trattasse del suo, volentieri sedette.
All’istante, senza che nessuno servisse, ma come spinti da un soffio, le vennero recati vini pregiati, svariate pietanze. Non riusciva a vedere nessuno, sentiva solo un rimbalzar di parole e aveva per ancelle soltanto delle voci.
Dopo quel pranzo squisito un essere invisibile entrò e cominciò a cantare e un altro ad accompagnarlo sulla cetra, ma Psiche non riuscì a vedere nemmeno questa; poi le giunse all’orecchio un concerto di voci: si trattava di un coro, ma anche questa volta la fQuando queste delizie cessarono, l’ora tarda invitò al sonno Psiche.
Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all’orecchio.
Ella era sola col suo pudore di vergine e trasalì, cominciò a tremare di paura, a temere l’ignoto che la circondava più che un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e che prima dell’alba s’era già dileguato.
Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginità.
Questo si ripeté per molto tempo e come di solito accade l’abitudine finì col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine.
Quando queste delizie cessarono, l’ora tarda invitò al sonno Psiche.
Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all’orecchio.
Ella era sola col suo pudore di vergine e trasalì, cominciò a tremare di paura, a temere l’ignoto che la circondava più che un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e che prima dell’alba s’era già dileguato.
Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginità.
Questo si ripeté per molto tempo e come di solito accade l’abitudine finì col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine.
Nel frattempo i suoi genitori invecchiavano in un dolore e in un lutto inconsolabili. La fama di quanto era accaduto s’era sparsa in lungo e in largo e anche le sorelle maggiori erano venute a sapere ogni cosa. Tristi e angosciate, esse avevano lasciate le loro case e in fretta e furia erano corse a consolare i loro genitori.
Quella notte stessa lo sposo disse alla sua Psiche; - infatti, benché invisibile, lei poteva udirlo e toccarlo come un marito in carne e ossa - ’Psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino crudele ti minaccia di un terribile pericolo, per cui ti prego dì essere molto prudente. Le tue sorelle, angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e presto verranno a questa rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carità non rispondere, non farti vedere, perché a me daresti un grande dolore ma per te sarebbe addirittura la fine.’
Assentì Psiche, e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva, ma quando egli con la notte si dileguò, per tutto il giorno la poverina non fece che struggersi in lacrime:
’Allora son proprio morta’ si ripeteva tra i lamenti ’prigioniera in questo carcere d’oro, senza poter corrispondere con esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono morta, senza neppure poterle vedere.’ E quel giorno non fece il bagno, non toccò cibo, non si concesse alcun ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora piangeva disperata.
Così quando il suo sposo, più presto del solito, le si distese al fianco e stringendola fra le braccia sentì che piangeva: ’Sono queste’ le disse ’le tue promesse, Psiche? Che cosa può aspettarsi da te, che cosa può sperare un marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di tormentarti neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro al tuo cuore e tienti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sarà tardi, ricordati che io ti avevo seriamente avvertito.’
Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la morte, strappò al suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il loro dolore, di trattenersi un poco a parlare con loro.
Ed egli cedette all’insistenza della giovane sposa e le concesse perfino che donasse alle sorelle tutto l’oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso tempo, l’avvertì se veramente e con parole ché le fecero paura, di non indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle, sull’aspetto di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosità, perché allora, da tanta beatitudine sarebbe precipitata nella rovina più nera e non avrebbe più goduto dei suoi amplessi.
Ella ringraziò lo sposo e tutta contenta lo rassicurò che avrebbe preferito cento volte morire piuttosto che non fare più all’amore con lui, che lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era caro come la vita e che lo preferiva perfino allo stesso Cupido: ’Ma ti prego’ gli diceva tra i baci ’concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie sorelle al modo stesso che lo fui io’ e gli sussurrò mille dolci paroline e si avvinghiò al suo corpo quasi a costringerlo, continuandogli a ripetere fra le carezze: ’Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.’
Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione di quei sussurri d’amore e promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi, appressandosi l’alba, si sciolse dagli amplessi della sposa e svanì.
Frattanto le sorelle, saputo il posto in cima alla montagna dov’era stata abbandonata Psiche, lo raggiunsero senza indugio e qui cominciarono a piangere e a battersi il petto, tanto che rocce e dirupi echeggiarono presto dei loro gemiti.
Poi si misero a chiamare per nome la povera sorella finché Psiche, a quei dolorosi lamenti che si spandevano tutt’intorno giù giù fino a valle, trepidante e fuori di sé si precipitò dal palazzo esclamando: ’Perché vi disperate? Voi mi piangete ed io sono qui. Smettetela con i lamenti. Asciugate le vostre guance troppo a lungo bagnate di lacrime, perché ormai potete abbracciare quella che piangevate morta.’
Poi chiamò Zefiro, gli riferì il volere dello sposo e quello, subito, ubbidiente al comando, lieve lieve con i suoi dolci soffi le trasportò giù sane e salve.
Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle e le lacrime a stento poco prima represse tornarono a spuntare, ma questa volta furono lacrime di gioia. ’Suvvia, entrate e rallegratevi, è questa la mia casa; bando alle malinconie, ora che siete con la vostra Psiche.’
E così dicendo mostrò alle sorelle tutti i tesori di quel palazzo dorato e fece sentire anche a loro le innumerevoli voci che la servivano.
Poi le ristorò con un magnifico bagno e con un pranzo che fu tutto una delizia, degno degli dei, tanto che dopo essersi rimpinzate di ogni ben di Dio le due sorelle cominciarono a covare in cuor loro un senso di invidia. A un certo punto una delle due cominciò a far la curiosa e a chiedere con insistenza chi fosse il padrone di tutte quelle meraviglie, chi era suo marito e che aspetto avesse.
Ma Psiche a nessun costo avrebbe tradito il giuramento fatto allo sposo e, infatti, non svelò i suoi segreti. Là per là inventò che era un bel giovane con il volto appena ombreggiato dalla prima barba, sempre via a caccia per boschi e per monti, e, anzi, per evitare che, continuando nel discorso, ella potesse tradirsi e dire cose che non doveva, chiamò Zefiro e dopo averle caricate di gioielli, di gemme, di pietre preziose, le affidò a lui, perché gliele portasse via. Il che fu subito eseguito.
Ma quello che non si dissero, rientrando a casa, le due rispettabili sorelle, divorate com’erano dall’invidia e dalla bile! Una, alla fine, garrì: ’Fortuna orba, crudele e malvagia. Bel gusto il tuo a farci nascere dagli stessi genitori e poi darci una sorte così diversa. Noi che siamo le più grandi, facciamo le serve a dei mariti stranieri e siamo costrette a vivere come delle esiliate, lontano dalla nostra casa, dalla nostra patria, dai nostri genitori; quella lì invece, la più giovane, l’ultimo parto di un ventre ormai esausto, ha ricchezze a non finire e un dio per marito e di tutta questa fortuna non sa nemmeno farne buon uso. Ma hai visto, sorella, quanti e quali tesori in quella casa e che splendide vesti e che luccichio di gioielli? Sembra di camminare addirittura sull’oro, se poi ha anche un bel marito, come lei dice, è proprio la donna più fortunata del mondo. E non è detto poi che vivendo insieme e crescendo l’affetto, il marito, che è un dio, non finisca per far diventare dea anche lei. Sta a vedere, perdio, che sarà proprio così: quel suo modo di fare, quel suo comportamento, quella già si vede sul piedistallo, ha per schiave delle voci, dà ordini ai venti, mi sa che nella donna c’è già la dea. Guarda me, invece, disgraziata che sono: m’è capitato un marito più vecchio di mio padre, per giunta più calvo di una zucca, più timido d’un ragazzino e che tiene tutta la casa sotto chiave e catena!’
’Ed io,’ fece di rimando l’altra ’che mi devo sopportare un marito tutto rattrappito e sciancato dai reumatismi e che in fatto d’amore, quindi, mi fa fare lunghe astinenze. Devo sempre fargli le frizioni alle dita, contorte e indurite come pietre, irritarmi queste mie mani così delicate tra medicine puzzolenti, luride bende e schifosi cataplasmi; altro che la moglie premurosa, l’infermiera mi son ridotta a fare! Tu, sorella, lasciatelo dire francamente, mi sembra che sopporti tutto questo con troppa pazienza, se non addirittura con la rassegnazione di una serva; io invece non so rassegnarmi all’idea che una fortuna di quel genere sia dovuta capitare a una che non ne è degna.
Prova a ricordarti con quanta superbia e arroganza ci ha trattate e come si vantava davanti a noi e come si compiaceva dentro di sé. In fondo in fondo, poi, che cosa ci ha dato? Poche scarabattole, se si pensa a tutti i tesori che possiede, e a malincuore per giunta; poi su due piedi si è liberata della nostra presenza e a soffi e a fischi ci ha fatto portar via. Ma quant’è vero che sono una donna e che sono viva, io quella la tirerò giù da tutta la sua fortuna. Perciò se anche tu, come dovresti, ti senti bruciare da quest’affronto, vediamo in due di tirar fuori qualche progettino efficace. Per prima cosa silenzio con tutti, genitori compresi, per quanto riguarda i doni che ci siamo portati via; anzi dobbiamo dire di non aver saputo nulla di lei se sia ancora viva o meno: già troppo quello che abbiamo visto noi e che non avremmo voluto vedere, che non è proprio il caso di andare a rivelare ai quattro venti o anche soltanto ai nostri genitori le sue fortune. Per fare, infatti, meno felice qualcuno è sufficiente che nessuno conosca la sua fortuna.
Ora però torniamo dai nostri mariti, alle nostre case, povere quanto vuoi ma ospitali. Ci penseremo su con tutta calma e ponderazione e ritorneremo più risolute e decise a punire tanta superbia.’ Questa malvagia risoluzione parve buona alle perfide sorelle che, nascosti tutti quei doni così preziosi, cominciarono a strapparsi le chiome, a graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a versare false lacrime. Poi, gonfie di rabbia, dopo aver rinnovato il dolore nei loro genitori sbigottiti, di furia, fecero ritorno alle loro case per macchinare un inganno scellerato, anzi un vero e proprio delitto nei riguardi della sorella innocente.
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