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Wednesday, February 08, 2006 - ore 14:09
(categoria: " Vita Quotidiana ")

La ‘Giornata del Ricordo’ viene celebrata dopo l’approvazione del Parlamento di un anno fa.Ci sono voluti 60 anni perche’ l’Italia ricordasse una tragedia a lungo dimenticata per ragioni politiche. Una tragedia che si chiama ’foibe’, ovvero il massacro di migliaia di cittadini italiani, dalla fine del 1943 al 1945, ad opera dei partigiani di Tito, trucidati in molti casi solo perche’ italiani in una zona che la Jugoslavia gia’ rivendicava entro i suoi confini (se le rivendicazioni titine fossero state tutte accolte, il confine italiano sarebbe retrocesso fino al fiume Tagliamento, inglobando Trieste, Gorizia e Udine nello Stato slavo).
60 anni, quindi, perche’ finalmente l’Italia ricordasse i suoi martiri di quelle terre orientali con la legge ’’Istituzione del ’Giorno del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati’’, pubblicata sulla G.U. del 13 aprile del 2004, nella quale si stabilisce che (art.1) ’’la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale ’Giorno del ricordo’ al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe...’’.
Ma come si e’ arrivati a questa legge? L’iniziativa prende le mosse da una proposta di legge del deputato di An triestino Roberto Menia, presentata gia’ la scorsa legislatura ma non giunta al termine del suo iter legislativo (il provvedimento aveva ottenuto l’approvazione solo da parte della Camera). Menia l’ha quindi ripresentata il 26 ottobre del 2001 sotto il titolo ’Concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati’ e la Camera l’ha approvata nella seduta dell’11 febbraio 2004.
Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di italiani, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”. Insomma, pulizia etnica ai danni degli italiani, tanto che Kardelj (vice di Tito) poté affermare orgogliosamente che "ci fu chiesto di far andar via gli Italiani con tutti i mezzi e così fu fatto". Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati.
Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.
Nel corso degli anni questi martiri sono stati dimenticati. Considerate che, sfogliando il "Vocabolario della lingua italiana" edito dalla Treccani, ci si imbatte in una definizione parecchio evasiva di foiba: "In geologia fisica, tipo di dolina; in partic., nella regione istriana, grande conca chiusa (derivante da doline fuse assieme) sul cui fondo si apre un inghiottitoio. Vedi anche infoibare”. Sapete cosa significa infoibare? "Gettare in una foiba, e più in part. ammazzare una persona e gettarne il cadavere in una foiba, o farla morire gettandola in una foiba (il verbo è nato e s’è diffuso alla fine della seconda guerra mondiale)".
OMBRE SULLA VICENDA
"Dove sta la verità? Sulla tragica questione foibe siamo dunque ancora alla "donna velata"; non solo sulla sua qualificazione, ma anche sulla sua reale entità. E’ però utile chiedersi come mai l’intera vicenda sia rimasta un capitolo oscuro, un capitolo rimosso per tanto tempo. Chi ha avuto l’interesse a lasciarlo nel buio?
In primo luogo - è la risposta degli storici - l’interesse è degli angloamericani. Quando infatti nel 1948 si consuma la rottura tra Tito e Mosca e l’Occidente guarda al Maresciallo come a un possibile prezioso alleato contro l’Urss, viene lasciata cadere ogni idea di approfondire i fatti del 1945: "la spiegazione fornita da Belgrado circa il carattere politico delle eliminazioni e la generale colpevolezza dei morti, diventa una sorta di versione ufficiale accettata dalla diplomazia occidentale che non ritorna sull’argomento".
In secondo luogo "a rimuovere" è il governo italiano con De Gasperi che non gradisce affatto di accendere i riflettori sulle umilianti condizioni accettate per il territorio libero di Trieste (che resterà in mano alleata sino al 26 novembre 1954): "il silenzio storico sulle foibe diventa funzionale al silenzio sul trattato di pace e sulla diminuzione della sovranità nazionale". Infine, l’interesse a mettere a tacere è anche del Pci, niente affatto portato a tornare su una questione "che evidenzia le contraddizioni fra la nuova collocazione di partito nazionale, la vocazione internazionalista e i legami con Mosca".
Ancora oggi e’ incerto il numero delle vittime della ferocia di quei tempi. Si va dai 4 ai 6 mila di alcune fonti storiche ai 10 mila stimati dalla Lega Nazionale degli esuli istriani e dalmati e, addirittura ai 17 mila della pubblicazione di Luigi Papo. Ai morti bisogna poi aggiungere il dramma dei circa 350 mila italiani che hanno dovuto abbandonare, spesso di corsa per sfuggire alle persecuzioni ed alle armi, le loro case ed i loro averi. Un vero e proprio esodo che interesso’ le coste istriane e dalmate. Da Fiume, oggi Rjeka, fuggirono ben 54 mila dei 60 mila abitanti di allora. Ma veri e propri spopolamenti si registrarono anche a Pola (30 mila sfollati), Zara (20 mila su 21.000), Capodistria (14 mila su 15.000). In pratica, la campagna di terrore portata avanti dalle truppe titine fece si’ che terre allora italianissime si svuotassero completamente dei loro abitanti, favorendo cosi’ la slavizzazione di citta’ che recano su ogni muro i simboli del ’Leone di San Marco’.
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Il no del Partito di Rifondazione Comunista
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Unica voce contraria al provvedimento quella di Tiziana Volpiana (Rifondazione Comunista). ’’Non siamo disponibili - aveva detto annunciando il no di Prc - ad unire il nostro voto a quello di chi intende avvalorare la tesi che le due parti si equivalgono, o quasi, e mettere in un unico calderone fascismo e resistenza. Il nostro antifascismo non e’ un ricordo. ’Ora e sempre resistenza’ e’ per noi necessita’ attuale e credo fondante a partire dal quale siamo in grado di condannare, senza reticenze, la violenza che’ c’e’ stata’’.
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