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2) la falsità
3) Dimenticare

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1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
3) Essere felice e nn capire perchè, rendersi conto di nn essere mai soli e di sentire tante persone che ti sono vicine... sentire che conti per qualcuno.
perderci anche la testa avere 27 anni ma sentirsene 17


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Saturday, February 11, 2006 - ore 14:52


Carnevale in Sardegna :a SAMUGHEO (OR)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CARNEVALE DI SAMUGHEO
Il sacrificio de S’Urthu e la danza dei Mamutzones




Mamutzones coperti di pelli di capra, corna grandi su copricapi alti di sughero, sul corpo campanacci, il volto nero di nerofumo.
Danzano scomposti intorno a s’Urtzu per metà caprone, per metà uomo e su ’Omadore lo tormenta fino alla suo sacrificio.
Nel carnevale di Samugheo l’eco e i simboli di antichissimi riti pagani.


LE MASCHERE


Su mamutzone è la maschera del silenzio.
Vestita di fustagno nero e coperta di pelli di capra, calza i gambali e cinge gli stinchi di pelle di capra, ha la vita cinta di trinitos e campaneddas e il petto appesantito da due paia di campanacci, in bronzo o in ottone.


Ha il volto annerito dal sughero bruciato e tiene in mano un bastone nodoso e tondeggiante all’estremità.
L’elemento che distingue su mamutzone dalle maschere barbaricine è l’acconciatura della testa, munita di un recipiente di sughero, su casiddu o, più raramente, su moju, rivestito all’esterno di lana caprina e coronato all’estremità da affusolate corna bovine o caprine.


S’urtzu, altra figura del carnevale samugheese, tragica e triste, ha la testa di un capro, indossa un intero vello di caprone nero, porta sul petto pelli di capretto e un cinturone da cui pende un grosso campano. Un tempo, dicono gli anziani di Samugheo, si chiamava ocru.

S’urtzu, come il boe ottanese e s’urtzu di Ulà Tirso, è la bestia, la vittima da soggiogare: un tempo, sotto le pelli, portava pezzi di sughero la cui corteccia consentiva la resistenza alle percosse dategli dal suo guardiano, su’omadore, figura di pastore interamente avvolto in un lungo gabbano nero, dotato di soga e bastone, catena e pungolo per i buoi..


L’EVENTO



Muovendosi e saltellando come un gregge di capre, is mamutzones provocano una cadenza scandita dal cupo tintinnare delle campane e dei campanacci.

Le maschere intercalano il loro incedere disordinato incornandosi e mimando il combattimento delle capre in amore.
La tradizione popolare dice che se le capre si incornano il tempo sta per cambiare: la tenzone d’amore si fa allora rito propiziatorio che chiede la pioggia, la finzione diventa invocazione.

Può anche succedere che is mamutzones tolgano il copricapo, su casiddu, e lo pongano ciascuno l’uno accanto all’altro, formandovi intorno un cerchio danzante.

Intanto, s’urtzu fa il suo percorso zoppicando, danzando goffamente e, talvolta, avventandosi sugli astanti.
Si voltola nelle pozzanghere, si rialza, si scuote e si ributta a terra, muggendo: solo su’omadore può limitarne l’intemperanza, battendolo fino a farlo sanguinare e pungolandolo per farlo ridestare.
S’urtzu è grondante e la terra si colora di rosso, ma è solo l’espediente scenico dato da una vescica di sangue e acqua nascosta sotto le vesti, pronta a cedere alla pressione del corpo che cade.
S’urtzu cade ancora, e la torma di mamutzones gli danza intorno esultante, quasi ad eseguire un ballo di invasati.





ORIGINE E SIGNIFICATO

Per capire il carnevale di Samugheo bisogna rifarsi alle credenze, ai miti e ai riti della cultura pastorale tipica della Sardegna centrale.
Il significato delle maschere di Samugheo appartiene al sacro e al pagano insieme.

La figura de s’urtzu, come attestano alcuni gocius (canti sacri rimati e cantati), aveva un tempo un carattere sacro e si chiamava Santu Minchilleo, nome curioso che ne indicava sì la sacralità, ma anche la semplicioneria.


Tutte le maschere, a Samugheo, cominciavano a comparire in occasione della festa di Sant’Antonio abate, richiamate in piazza dal suono di un corno e pronte a sfilare per le vie del paese.
E’probabile che tra queste maschere ci fosse, sostiene qualcuno, anche sa filadora, figura affine a "sa filonzana" ottanese.
La festa del carnevale si protraeva fino ai primi riti della quaresima, confondendo gli strepiti e le abbuffate di zeppole e vino agli austeri rituali annuncianti la Pasqua.

Secondo Dolores Turchi, studiosa di tradizioni popolari, anche nelle maschere di Samugheo sono evidenti le tracce degli antichi culti del Mediterraneo arcaico.
In particolare il culto del dio Dioniso. Anzi, secondo la Turchi, il Carnevale sardo tutto è la "commemorazione di Dioniso che ogni anno rinasceva a Primavera come la vegetazione" (Maschere, Miti e feste della Sardegna; Dolores Turchi - Newton Compton).

Ecco gli elementi principali che conducono a questa interpretazione:



La parola "Mamutzone":
ha la stessa radice di alcuni epiteti con i quali veniva chiamato Dioniso.
E il comportamento dei Mamutzones è simile a quello dei seguaci di Dioniso, così come viene descritto dalle fonti classiche.



S’Urtzu
rappresenta il dio che viene immolato, ha le sembianze di un capro e questo era uno dei modi nei quali, più frequentemente, si manifestava Dioniso.
Il sacrificio de s’Urtzu-Dioniso è "cruento": sotto le pelli di capra tiene una vescica piena di sangue e acqua. E quando cade a terra, sotto le percosse de su ’Omadore, la vescica si spacca e la terra si impregna di sangue.
Dioniso rinasce dopo una morte sofferta, la terra è nuovamente fertile e prodiga di frutti dopo la "morte invernale", ma solo dopo che il sacrificio cruento si è compiuto.



Sos Mamutzones
invece rappresentano i seguaci del dio: portano copricapi cornuti mentre s’Urtzu ha il capo interamente coperto dalla testa di un caprone.
Imitano il dio, lo adorano, si dimenano scomposti, danzano, cercano di raggiungere l’estasi per farsi possedere dal dio.
Il parallelo è con le menadi seguaci di Dioniso. La parola mainades in greco sgnifica "le pazze".



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