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Siii mi manca!!
Noooo, sta pure dalle tue modelle!!
Ma chemmenefrga?!!?
Si dai, anzi no!!!
No no no ...... Guardiamo al futuro
Troppo figo!!! :-p

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Tuesday, February 28, 2006 - ore 02:54



(categoria: " Vita Quotidiana ")


«QUANDO IL VENETO ERA MIO»

Felice Maniero


di LUCIANO SCALETTARI - foto di Fausto Tagliabue




LE RAPINE E GLI OMICIDI - L’ex boss, sette omicidi alle spalle, gestiva la malavita veneta. Da tre anni è pentito. «La mia passione era ideare le rapine», dice. «Oggi ciò che conta è la mia famiglia. Con la violenza ho chiuso». LA RETE DEL RICICLAGGIO - «Ho dato parecchi miliardi a due insospettabili industriali del Brenta. Il resto andava in Svizzera. E le banche sapevano tutto. Mi avevano aperto il conto e la carta di credito col nome falso». LO SPACCIO DI DROGA - «Charly, uno dei maggiori produttori al mondo, ci forniva l’eroina. La cocaina veniva da Medellín. La droga ci dava i guadagni maggiori. Legalizzarla per la malavita sarebbe un vero disastro».

Tolto il camuffamento, ricompaiono i capelli a caschetto e la "faccia d’angelo" che gli è valsa il soprannome: Felice Maniero, ex padrone assoluto della mafia del Veneto, leggendario per il suo sangue freddo e il cervello fino, sette omicidi alle spalle, entra nel luogo segreto fissato per la prima intervista della sua vita e accenna un sorriso.


Felice Maniero


Fino a tre anni fa aveva ai suoi ordini 400 malavitosi, controllava il traffico di droga, le bische clandestine, le rapine, i furti, la ricettazione, i traffici d’armi. È l’unico uomo riuscito a evadere per ben due volte da penitenziari di massima sicurezza. E sono sue le più clamorose rapine messe a segno nel Nord-Est. Oggi, a 43 anni, Maniero abita in una località segreta e per vivere gestisce una società di prodotti per la casa con 15 dipendenti. La sua "carriera" criminale è finita nel novembre 1994, quando ha iniziato a collaborare coi magistrati. Dalle sue dichiarazioni sono partite decine di inchieste.

Maniero, cos’è rimasto della mafia del Veneto?

«È stato spazzato via tutto. Molti arrestati stanno per uscire per decorrenza dei termini di custodia cautelare e si rimetteranno nel "mercato". Il pericolo maggiore è che chiedano l’appoggio di Cosa nostra o della camorra. So per certo che i Misso, potente famiglia della camorra napoletana, hanno già avuto approcci in Veneto. Sarebbe una malavita ben diversa dalla nostra: in vent’anni da noi sono state uccise una decina di persone. In Sicilia ne ammazzano mille all’anno. Ho impedito l’eliminazione di almeno cento traditori e "infami" e non abbiamo mai sparato ai poliziotti. Tenga conto che avremmo potuto uccidere qualunque magistrato di Venezia, da Casson a Dalla Costa, da Pavone a Foiadelli. Tramite gli infiltrati sapevamo tutto di loro: indirizzi, scorte, orari, numeri dei cellulari. La mia politica era di evitare per quanto possibile lo spargimento di sangue. Di solito la malavita fa la scelta opposta: uccidere aumenta il prestigio nell’ambiente. Ed è facilissimo. Fare una rapina o evadere è complicato, ci vogliono mezzi e cervello. Ammazzare è tecnicamente banale».

Cosa portava più soldi?

«Gli stupefacenti. Una cosa vigliacca. Vendevi morte e facevi quattrini a pala te senza rischiare nulla. Non mi piaceva e me ne occupavo di persona il meno possibile. Io mi tenevo i soldi della droga, delle rapine e del gioco d’azzardo. Il resto lo lasciavo agli altri. Come i furti negli appartamenti: avevamo quattro squadre che partivano ogni sera. Ne vuotavano una ventina per notte. Lasciavo i guadagni ai luogotenenti: ciò consolidava il mio potere».

Mai fatto bilanci?

«Mi devo nascondere. Mi danno la caccia e so che ho una condanna a morte sulla testa, perché ho "tradito". Questo è il bilancio, ma non me ne lamento. Trovo ingiusto, invece, che abbiano tolto il programma di protezione ai miei familiari: vivono ogni giorno nella paura di essere riconosciuti. Io non ho violato il patto, lo Stato sì».

Maniero però faceva la bella vita...

«Non è vero. Se qualcuno mi vede in pizzeria, subito viene scritto che ho pasteggiato ad aragoste e champagne. La verità è che quando scoppiarono le polemiche sul pentitismo ci voleva qualcuno da punire in modo esemplare. Maniero, ad esempio».

Ha collaborato per convenienza?

«No. La legge sui pentiti ha influito, ma erano già alcuni anni che mi ponevo domande. Nel 1993, quand’ero in prigione a Vicenza, mandai a chiamare un colonnello dei Ros per trattare sulla mia collaborazione. Era l’unico di cui mi fidavo. Il colonnello ha mandato Angelo Paron, considerato fra i migliori uomini dei Ros. In realtà era sul mio libro paga. Disse: "Parlane a me se hai intenzione di fare il salto...". Ho negato, ovviamente. L’avrebbe subito detto agli altri della banda».

Quanta gente ha fatto arrestare?

«Tanta. Dopo di me, un’altra quindicina di persone ha collaborato coi magistrati. In totale, oltre 400 arresti. Per la maggioranza di loro non mi sento in colpa. Li conosco bene, so cosa hanno fatto e come sono dentro. Mi spiace per quelli che non hanno ancora aperto gli occhi e continuano a considerare la legge del più forte la sola possibilità per farsi strada».

Chi è oggi Maniero?

«Oggi mi dico che era tutto sbagliato. Non è facile spiegare la mia delusione: avevo tutto, guadagnavo miliardi, potevo soddisfare ogni capriccio. Eppure tutto mi era divenuto indifferente. Adesso, quando vedo mio figlio che si alza al mattino con gli occhi gonfi di sonno provo una sensazione stupenda, che vale molto di più di tutto ciò che ho guadagnato nella mia "carriera". Io non avevo mai provato le cose normali di tutti i giorni. I figli non li vedevo neanche. Mi sentivo a posto mandando loro 10 milioni al mese».

Felice Maniero a Milano,
un anno fa.

Nel libro che ha scritto con Andrea Pasqualetto, lei denuncia trattamenti disumani nelle carceri di massima sicurezza...

«Le denunce non servono a niente. Tutto continua come prima, anche se vai dal magistrato col volto massacrato. Per quella che è la mia esperienza, fino al 1994, l’Asinara e Pianosa sono dei lager: botte e angherie quotidiane. Ogni giorno ci sono 1520 perquisizioni corporali. Ti scavano dentro, ti tolgono la dignità».

Lei ha commesso ogni tipo di delitti e fa l’imprenditore. L’ultimo dei ladruncoli va in galera...

«Capisco che la gente lo trovi ingiusto. Ma ora sono vicino a mia madre e al mattino mi sveglio con i miei figli. Se non avessi avuto queste garanzie non avrei collaborato. Sono libero perché la legge lo consente. È un patto che conviene anche allo Stato: Maniero è fuori, ma la mafia veneta è sradicata. Comunque non ho chiuso i conti: dovrò scontare ancora anni di carcere».

Come riciclava il denaro?

«Attraverso vari canali. Il primo era costituito da due insospettabili industriali veneti della Riviera. Poi c’erano le banche straniere: a Lu gano il Credito svizzero e la Banca popolare svizzera. La Abn Amro Bank di Chiasso mandava un corriere a casa mia a prendersi i sacchi di denaro. Che viaggiavano pure assicurati».

Le hanno sequestrato 30 miliardi. Le briciole...

«Non è vero. È un’altra delle leggende su di me. Vivo con i 4 milioni dello stipendio della mia azienda».

Il soggiorno obbligato nel Veneto dei mafiosi è stata una scuola di malavita?

«Sì. Molti miei uomini si erano fatti le ossa coi Fidanzati e Contorno. Anch’io ho imparato molto da loro, anche se ho sempre lavorato "in proprio". Il soggiorno obbligato dei mafiosi è stato disastroso per il Veneto».

Da dove veniva la droga?

«All’inizio dai Fidanzati e da Salvatore Enea, a Milano. Poi da un trafficante turco, Charly, uno dei maggiori produttori al mondo. I suoi laboratori sono gestiti dai ribelli curdi del Pkk. La coca la importavamo direttamente da Medellín».

Cosa comporta per la mafia legalizzare la droga?

«Un tracollo. L’intera malavita perderebbe l’80 per cento dei profitti. Salterebbero tutti gli equilibri mafiosi».

Luciano Scalettari

«Ero un imprenditore del male»

«Ero in amicizia e in affari con il figlio di Franjo Tudjman, il presidente della Repubblica di Croazia. Col giovane Tudjman, quando venne a casa mia, avevo poi concordato una fornitura d’armi. Servivano carri arma ti, cannoni, elicotteri da combattimento, armi pesanti in genere. Io avevo allora incaricato un amico perché se ne interessasse. Mi fece incontrare due volte con un commerciante d’armi di Verona, che si dichiarò disponibile a entrare nel traffico. Avrebbe fatto arrivare gli armamenti dall’Austria dove c’era un grandissimo hangar in cui Tudjman avrebbe potuto scegliere tutti i can noni che voleva».

È una delle tante confessioni di Felice Maniero, con tenute nel libro scritto a quattro mani col giornalista Andrea Pasqualetto: Una storia criminale, appena pubblicato dalla Marsilio. Il volume ricostruisce la storia del boss veneto: una miniera di notizie, raccolte con puntiglio da Pasqualetto, ma raccontate col ritmo del romanzo. Su queste rivelazioni è stata aperta un’inchiesta a Venezia (Maniero comprava in Croazia i kalashnikov). L’ex boss ha anche dichiarato che il mercante d’armi faceva parte dell’estrema destra veronese.

Maniero racconta anche il suo "pentimento": «Cominciavo a vedere il buio del tunnel nel quale ero entrato vent’anni prima», conclude nel libro, «e al quale ora avrei voluto rinunciare, per la prima volta nella mia vita. Ci pensavo e intanto i dubbi montavano in me come un’onda travolgente». «Facevo crescere i miei crimini nello stesso modo in cui gli industriali facevano crescere le loro fabbriche. Avevo fatto per tutta la vita l’imprenditore del male».



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