Non pensavo che sarei riuscito a scomodare Pingitore per il titolo di questo post sulla
prima serata del Festival di Sanremo, ma è proprio questo film che mi è venuto in mente ieri, nei soli
40 minuti trascorsi davanti al televisore (dopodiché mi sono sintonizzato su RadioDue; ieri c’era Veronica Pivetti, ma da oggi tornano i Gialappi). Non c’era il piccione che cadeva sul barbecue e intonava, straziato, il ritornello "Non ho più penne sul mio culo", ma in compenso c’era Povia che, del volatile, tentava di fare il verso durante la canzone. Nè c’erano rime come "C’è una topa sulla Tipo... quasi quasi me la pipo", anche se i
nuovi testi di Mogol si avvicinano per inventiva. Già, quest’edizione riesce ad essere peggio di quella di Raffaella Carrà, e non solo perché a
Panariello manca la patina "camp" della signora del Tuca Tuca, ma perché almeno, da quel festival, sono emerse delle buone canzoni ("Luce" di Elisa, "Di sole e d’azzurro" di Giorgia). Il comico toscano si lancia in monologhi che
non fanno ridere, tira in ballo il
Pupone e il Papa, in un’ora hanno trasmesso solo due canzoni. Tento di procedere con ordine, categoria per categoria - seguirà un confronto a blog
unificati con altri che hanno visto il Festival ieri sera.
Gli uomini. Nella classifica finale è stato
Michele Zarrillo, al suo decimo Sanremo, ad emergere. In effetti non è una canzone malvagia, solo che, come succede per Venditti, sembra di sentire da anni lo stesso pezzo. Voto:
6. Segue
Alex Britti, che a me non è mai piaciuto ma che tutto sommato ha un brano molto radio-friendly che potrebbe rilanciare l’album Festa, ammesso che il Festival abbia ancora il potere, nell’era di Internet, di far acquistare dischi. Voto:
5 e mezzo. L’unico che mi ha impressionato è stato
Ron, con L’uomo delle stelle: c’è aria di Piazza Grande, è vero, ma è un brano di classe (non ricordo di aver mai visto un’arpa sul palco del teatro Ariston, se si esclude l’ospitata di Andreas Vollenweider una decina d’anni fa) da un grande artista
ingiustamente definito "minore". C’è da aggiungere che una parte del ricavato del disco di duetti ripubblicato oggi, Ma quando dici amore, va in beneficenza. Voto:
7/8. Negativi i voti degli altri tre partecipanti.
Luca Dirisio fa rimpiangere persino Paolo Vallesi e Massimo Di Cataldo (che rivedremo al terzo Music Farm), e la sua canzone riesce a richiamare sia The Retreat di Elton John che Father and Son di Cat Stevens. Due artisti qualunque, insomma, tanto chi se ne accorge? Voto:
4.
Gianluca Grignani non è più all’altezza dei suoi primi tre dischi; è sempre lo stesso ibrido di Radiohead e Vasco, non si fa ricordare e lui non ha neanche cantato troppo bene. Voto:
4. Il più
imbarazzante della categoria è stato
Povia con "Quando i piccioni fanno oh" - ah no, è "Vorrei avere il becco". Simpatico solo l’outing che fa a sua nonna ad un certo punto del testo, unica trovata che distingue il brano da quelli presentati allo Zecchino d’Oro che, sovente, hanno ben altro spessore (anche Enrico Ruggeri e Fabio Concato hanno scritto per i bambini). La canzone più attenta al sociale, in tempi di aviaria. Voto:
2. E potrebbe anche scendere.
Donne, du du du. Bene, quest’anno non c’è una, ma dico
una, cantante donna che valga la pena ascoltare. Ma nella musica è sempre così: le donne
o sono geniali (Kate Bush, Bjork) o comunque cantautrici di spessore, oppure sono semplicemente delle squinzie raccomandate o che nascondono il talento altrove. Sarà mica il caso di
Dolcenera, per ora prima classificata nella sua categoria? Discordanti le informazioni a riguardo: c’è chi afferma che ci sia intesa tra lei e Lucio "Violino" Fabbri della PFM e chi invece sostiene che sia lesbica. La verità sarà forse da qualche parte in mezzo - alla scala di Kinsey - fatto sta che la cantante in questione è brutta,
svociata, troppo melodrammatica nell’interpretazione. Ha anche stonato alla fine. Voto:
4.
Nicky Nicolai è a metà strada tra Cammariere e il crossover pop/lirico, ma le manca il carisma. Davvero
noiosa. A questo punto, perché non rivalutiamo Rossana Casale? Voto:
5. Una tirata d’orecchie va a Mogol, ammesso che sia lui l’autore dell’orrendo testo di "Essere una donna" di
Anna Tatangelo. L’attacco ricorda "La tua ragazza sempre" ma via via che si procede fino al ritornello ci sono echi di Where Do I Begin, il tema di "Love Story". Voto:
3.
Spagna sembra avere vent’anni in meno, ma la sua musica è sempre la stessa. La canzone ha un mood baglioniano, ma attinge anche da "Dimmi un cuore ce l’hai" di Marco Armani (è andata a pescare nella vasca delle balene, insomma). Voto:
5. Elisa deve aver scritto il brano dell’ex Dirotta Su Cuba
Simona Bencini in 4-5 minuti liberi. E la canzone è anonima. Voto:
4. Non riesco a dare un voto ad
Anna Oxa: ancora devo capire se la sua è
una provocazione (ovvero, per far parlare di sè a Sanremo, si porta una non-canzone e si punta sul mistero e sull’immagine) o se abbia deciso di mettere in gioco così drasticamente una carriera quasi trentennale. Pasquale Panella è un indiscutibile maestro nei testi, labirinti in cui è piacevole perdersi. Processo a me stessa non fa eccezione, ma se già i
difetti di dizione di Anna rendono difficile la comprensione dei testi più semplici, qui sul serio ci vogliono i sottotitoli. Aspetto per le conclusioni, magari riesco a decifrarla.
I Gruppi: ovvero,
Nomadi, ZeroAssoluto e
Sugarfree. Gli altri tre sono collettivi momentanei. I Nomadi hanno portato una canzone coerente con lo stile che contraddistingue le loro ultime produzioni, e al pubblico è piaciuta. C’è un qualcosa di "Hey Joe" (e anche di Purple Rain) nella parte chitarristica all’inizio, ma si ascolterà anche dopo il Festival. Voto:
6. Gli
Zeroassoluto di Matteo Maffucci (un cognome una garanzia), laureando in Scienze della Comunicazione, hanno in gara un brano che, pur essendo sufficientemente orecchiabile, forse perde un po’ nella dimensione live. Voto:
6. La canzone degli Sugarfree ricorda qualcos’altro, e comunque, sarà per l’emozione, è stata eseguita davvero male. Forse andranno via prima della finale. Voto:
5.
Mario Venuti è uno bravo - anche se pare che la sua Echi di Infinito, portata in gara da Antonella Ruggiero l’anno scorso, sia scopiazzata - e il disco
Grandimprese di due anni fa è di buon livello. Però poteva presentare un pezzo migliore. Strana la metrica. Voto:
5,5 (che potrebbe arrivare al 6). Non mi ha impressionato
Carlo Fava (che ristampa un disco di
due anni fa) con Noa e i Solis String Quartet. Molto Cristiano De Andrè, e non lo reputo un gran complimento. Voto:
6. Il gran finale è dei
Ragazzi di Scampia di Gigi Finizio, altro parto di Mogol e Gigi D’Alessio, debitore di un vecchio pezzo di De Crescenzo portato al Festival una quindicina di anni fa (con l’ex
Roxy Music Phil Manzanera) - ma Giggi ha già copiato la sua "Zingaro" anni fa. Finizio continua a sprecare la sua voce, ma che dire dei ragazzini della scuola media? Sono stati capaci di infrangere il regolamento, che da tre anni
vieta l’uso del dialetto. Voto:
2.
Il Festival di quest’anno è un
fiasco. 9 milioni di telespettatori contro i 16 di Bonolis vorranno pur dire qualcosa? Inutile la presenza di Ilary Blasi; non nutrivo grandi attese per
Victoria Cabello, eppure ha più grinta e professionalità di Giorgio Panariello. Si consiglia di trovare qualcosa di meglio da fare per le prossime sere, e comunque
non parlerò più di Sanremo durante la settimana. Discutibile l’idea di far cantare i giovani per mezzo minuto: interessanti Maffoni, L’Aura e Ivan Segreto, ma i loro pezzi sono già nelle radio. Gli altri commenti sono nei blog di
Tobor e
KillerCoke.