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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Thursday, March 16, 2006 - ore 12:05


15.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mentre sfrecciavamo via dai confini della città, piccoli pezzettini di Las Vegas svolazzavano attorno alla nostra scassatissima decappottabile gialla in un tremolio eccitato di colori al neon. Il vento del deserto si scontrava a muso duro contro il cofano appuntito della macchina. Ci scompigliava i capelli, grattando via dalla vernice poco lucida piccole schegge euforiche di pazzia, trascinandole in un vortice di lucciole danzanti; scintille che precipitavano via dalla carrozzeria e s’arruffavano dietro i tubi di scarico, salvo poi precipitare a terra sul budello di asfalto scuro e grasso che ci lasciavamo velocemente dietro. Un piccolo microcosmo in formazione schiacciato tra il nero scuro dell’universo oltre la luce della città e il nero scuro di un suolo millenario deflorato dalla strada.

O almeno: così sembrava da dietro il parabrezza.

Io ero al volante; Eva sul sedile del passeggero, con la cintura di sicurezza che le arrivava quasi al collo; il nostro profeta millenario lungo disteso sul sedile posteriore. Non delirava più; versava ora in uno stato di semi-incoscienza, con la fronte sudata premuta contro la similpelle degli interni della macchina. La camicia era aperta, le mani posate docilmente sul torace. Non era stato facile spingerlo dentro in macchina al parcheggio del casinò, quando avevo dato al ragazzo del parcheggio il talloncino trovato nelle sue tasche e ci eravamo visti parare davanti quella scatola di latta, che tossiva e sputava come una vecchia bisbetica col catarro. Il ragazzo-parcheggiatore aveva fatto una faccia strana, ma un biglietto da dieci ne aveva facilmente cancellato ogni traccia nel raggio di pochi secondi.

Man mano che uscivamo dalla città, il rombo imbarazzato della macchina si faceva sempre più presente, quasi riuscisse ad aver ragione sulla distanza del concerto di suoni, rumori e voci che incarna Las Vegas. A poco a poco, il mondo attorno a noi, quelle schegge impazzite fuori dalla macchina, stavano sparendo, a tutto vantaggio della surreale situazione che si stava concretizzando all’interno del veicolo: un vecchio, un mitomane e una bambina che puntano senza remore verso il vuoto senza memoria del deserto dentro una vecchia macchina gialla.

Proprio mentre stavamo varcando i confini della città, un colpo di tosse provenne dal retro. Zarathustra sembrò svegliarsi. Era ancora debole; con evidente sforzo, abbassò il finestrino posteriore a fianco a lui e vi cacciò la testa fuori; come un cane in gita sulla macchina dei padroni, lasciò che l’aria di fuori gli spalmasse il viso. Non disse nulla, e io feci altrettanto.

Seguimmo la strada principale per dieci minuti circa, poi imboccai una via secondaria: una striscia sonnolenta e diritta che sembrava tagliare in due il deserto come un antico solco ancestrale. Dopo qualche tempo avvistai uno slargo della strada, accostai e spensi il motore. Guardai fuori: tutto intorno solo il rumore del vento che suonava passando attraverso quegli spazi apertissimi senza luce. Ci eravamo allontanati a sufficienza. Scesi dalla macchina e aprii lo sportello posteriore, lasciando accesi i fari per fare un po’ di luce. Feci segno a Zarathustra di scendere. Era ancora molto debole, e dovetti aiutarlo ad uscire dall’abitacolo trascinandolo per le ascelle. Una volta fuori lo posai a terra, con la schiena contro il cerchione posteriore della macchina. Eva ci aveva raggiunto e, come al suo solito, guardava silenziosa e attenta lo svolgersi degli eventi.

Restammo qualche minuto a guardare il volto e il torace sudato di Zarathustra, che ansimava forte ma che riprendeva colore ad ogni boccata d’aria che prendeva. Sapevo che l’aria del deserto gli avrebbe fatto bene. O meglio: ci speravo.
Finalmente, aprì gli occhi con decisione. Sembrava essersi ripreso, ma il suo sguardo era ancora immobile, quasi allucinato, fisso oltre di noi all’altezza della sottile linea che divideva il cielo stellato e la terra. Poi disse:

<Era una notte molto simile a questa. Le stelle brillavano allo stesso modo, e il periodo era quello del sacrifico al Saggio Signore… era una notte così quieta…. il sacro braciere bruciava silenzioso e l’haoma pervadeva l’aria… nessuno poteva immaginare come l’ombra del disastro stesse per sopraffarci >.

<Di cosa stai parlando?> domandai io, perplesso.

<Io ero Zoroastro, il profeta vivente del grande Dio, il Saggio Signore, il padrone del tempo del grande ciclo. Ero adorato a da tutti; il sacro tempio della antica città di Ur era il più grande del mondo, e io ne ero il sommo sacerdote. Chiunque mi temeva, perché in me, sulla cima del grande tempio, davanti al braciere sacro, il Saggio Signore mostrava a me la via della verità e del destino, a cui nemmeno i re vi potevano sottrarsi…>.

Riprese fiato lentamente. Sarò onesto. Visti i precedenti e il suo stato di salute, non vi era alcuna vera ragione per ritenere che non stesse delirando; e pur tuttavia, come era già accaduto al casinò, ebbi la netta sensazione che egli intendesse più di quanto dicesse, e dicesse più di quanto intendesse. La sua voce sembrava arrivare da un corpo lontano, un corpo non suo, e creava onde sonore così potenti e immagini così vivide da risultare quasi terrificanti. Restammo in ascolto.

<Sì… io ero il sommo profeta del Saggio Signore. Vivevo in cima al più grande tempio mai costruito. Venni dai monti dell’est portando la sua parola, che mi fu in infanzia rivelata, e subito mi prodigai perché statue e tempi eretti ai demoni babilonesi fossero distrutti; i sacri testi strappati; le antiche credenze derise. E fu il Saggio Signore a rendere tutto questo possibile. Sì: Egli mi aveva investito di un potere immenso… un potere sterminato sopra gli uomini, e io lo amministravo saggiamente per lui, sulla via della verità. Ogni quarta luna del mese io e i miei sacerdoti raccoglievamo l’haoma sacro tra le sterpi e lo bruciavamo in onore del Saggio Signore, sulla cima del tempio. Egli dunque mi coglieva in estasi in quella che era la stanza più vicina al cielo che l’uomo avesse mai costruito, la stanza delle rilevazioni, e grazie all’haoma vedevo il destino e la via della verità per la mia gente, affinché vivesse in pace e prosperità. E poi…>

Ripiegò lentamente la tesa sul alto. Poi la risollevò, guardando verso l’alto.

<E poi il destino scese all’improvviso… in una notte come questa… una notte di festa. Nessuno vide da lontano le luci avvicinarsi dal deserto verso le mura della città. Poco prima che la luna raggiungesse il suo punto più alto, ecco che erano già lì. Entrarono spezzando i fumi dell’haoma sacro così come una lama può spezzare un sogno. Rapiti dai fumi dell’estasi … o Saggio Signore… non riuscimmo a reagire. Quattro sacerdoti furono subito travolti dalla furia delle armi. Al suono della profanazione con orrore mi voltai, e vidi la prediletta, la futura sacerdotessa suprema, mia nipote Istapse, correre verso di me. Rapito in un delirio onirico, la protessi istintivamente col corpo, urlando “Fermi! Non osate..!”, ma prima ancora che potessi far risuonare la mia voce tra i saloni del grande tempio, la mia testa fu mozzata di netto da una spada a manico corto, e rotolò giù per le infinite scale del tempio fino alla grande piazza della giustizia dove, sebbene fossi in altro luogo e con la testa mozzata, potei vedere la mia prediletta, Istapse, rapita da quelle amni crudeli…>

Si fermò. Seduto, con il palmo della mano, raccolse un pugno di sabbia tra le dita. Singhiozzò, e facendo scorrere la sabbia davanti a sé, sussurrò:

<Perché Saggio Signore? Perché non hai avvisato il tuo profeta dell’immane tragedia? Avevamo forse lasciato il tuo sentiero della verità? Perché? Perché?!…>

Si asciugò istintivamente le lacrime col dorso della mano, ma la sua voce era ancora soffocata dal pianto come una colomba dentro ad un sacco. Guardò Eva.

<Per millenni mi sono domandato quale fosse stato il tuo destino, Istapse, e adesso finalmente sei davanti a me! Appena ho incontrato il tuo sguardo, il Saggio Signore mi ha rapito nella sua immensità e, riflettendosi nella mia pochezza, mi ha mostrato di nuovo la via della verità e del nostro destino… Oh Saggio Signore ti ringrazio.>

Subito mi fu chiaro. Quel povero pazzo aveva scambiato Eva per la sua nipotina di millenni fa, e l’incontro con lei gli aveva scatenato tutta quella serie di reazioni incontrollate e di smarrimento, la cui entità sconvolgente, però, rimaneva ancora inspiegabile. Come poteva essersi ridotto in quel modo solo vedendo una bimba che assomigliava alla sua defunta nipote? E cosa aveva visto durante quelle crisi deliranti? C’era davvero di che fidarsi di quest’uomo?

<Come fai a vedere il destino degli uomini?> gli domandai.

Rimase in silenziò qualche istante, come se non capisse da dove provenisse la mia voce, poi disse:

<Io sono solo uno strumento del Saggio Signore; Egli vede tutto, segna la strada della verità e vi semina per noi le gemme del destino. La vita sarebbe solo una striscia di sabbia in mezzo al deserto se il Saggio Signore non lasciasse i semi del destino sulla nostra via. La strada della verità diventa così, per ognuno, ad ogni passo un cammino di frutti e fiori>
<E dove porta questo cammino?> domandai.
<Il sentiero della verità non porta a nulla. Noi non andiamo verso il Saggio Signore; non ne siamo degni. Noi solo percorriamo la strada che Egli ha preparato per noi, seguendo le orme del nostro destino>.
<Come può la strada della verità essere dolce se è destinata; senza scelta? Forse il Saggio Signore fa degli uomini degli schiavi senza possibilità di scelta?>.
<Oh no! – rispose Zarathustra, con sorpresa mista ad un pizzico di indignazione -. Il Saggio Signore sceglie la strada, ma l’uomo è libero di percorrerla come meglio gli aggrada>.
<Non capisco… come si può scegliere come affrontare una strada se è l’unica possibile?>

Zarathustra sorrise, ora con una certa tenerezza, quasi a sottolineare l’ingenuità della mia domanda.

<Questa domanda… mi veniva posta spesso dai giovani di Ur durante le mie lezioni nei giardini reali… Il Saggio Signore non vede bivi sulla strada della verità; Egli sa precisamente quale strada sarà percorsa. Sono solo gli uomini a trovarsi davanti a scelte e, sebbene sia già scritto quale sarà la strada che imboccheranno, essi, al momento della scelta, sono perfettamente liberi. Davanti al bivio tu puoi scegliere destra o sinistra, liberamente, ma solo dopo che avrai effettuato la tua scelta potrai vedere il libro del destino in cui sta scritto fin dalle origini che la tua scelta sarebbe stata questa. Ma tu, fino a quel momento, sei stato libero. E’ l’ignoranza di cosa verrà che rende davvero l’uomo libero di scegliere; solo questo conta>.
Una nota malinconica si impadronì della voce di Zarathustra. Egli, evidentemente, soffriva molto del suo dono.

Ci fu qualche attimo di silenzio, durante il quale parlò il vento del deserto; saggiamente.
<Qual è il destino di Istapse?>, chiesi.
<Sei sicuro di volerlo sapere?>
<Sì. Cosa hai visto nelle tue visioni?>

Zarathustra sospirò forte. Poi chiuse gli occhi

<Ho visto scene di caos. Ho visto eserciti immensi fronteggiarsi sotto cieli rossi. Ho visto due forze sconfinate rivaleggiare in una spirale di fatalità. Ho visto creature alate scendere dal cielo e dividersi. Ho visto gli oceani sciogliersi e le montagne sotterrarsi. Ho visto grida, paura, rabbia, speranza e rassegnazione. Ho visto gente di generi diversi mescolarsi fra loro: demoni e spiriti antichi combattere a fianco o contro sé stessi…>

<E Eva dov’era?>
<Chi?>
<Istapse>
<Oh, lei era nel mezzo. Nel mezzo di queste due forze immense, ritta come un albero in mezzo alla radura della grande battaglia, coi due eserciti rivali ai suoi fianchi e le mani rivolte al cielo>.
<E poi? Che succede>
Non rispose.

<Che succede?>, insistei, alzando la voce.
<Non so. Le forze si scontrano. C’è un bagliore accecante. E poi il buio>.
Rimasi qualche secondo impalato, con al bocca aperta.

<Cosa possiamo fare noi?>, dissi.
<Non capisco…> rispose, calmo, Zarathustra.
<Cosa possiamo fare perché ciò non accada?>
Di nuovo sorrise con condiscendenza. <Potete scegliere>, disse.
<Sì, ma qual è l’alternativa?>
Ritornò serio. <Non c’è alternativa. E’ un vizio umano quello di cercare di immaginare un futuro diverso. Ma un futuro diverso non esiste; non ha senso. La scelta è stata fatta, non si torna indietro. Non ci si può neanche domandare cosa avrebbe comportato un’altra scelta, perché si tratterebbe di un futuro completamente diverso, assolutamente insensato, e dunque la domanda perde di scignificato>.

Ebbi un gesto di schizza e mi voltai verso il deserto. Col capo basso, calciai una piccola pietra verso le dune di roccia.
<Non ci si può domandare come sarebbe stata la propria vita se non fossimo nati. Se ciò fosse accaduto, non potremmo porci la domanda, ed essa perderebbe di significato>.

Allora si alzò, finalmente. I capelli rossi e arruffati erano scossi dalla sabbia, dal sudore e dal vento del deserto. Avanzò di qualche metro, passeggiando tranquillamente, calcando i suoi piccoli piedi nella polvere.

Era davanti a noi di qualche metro; le mani in tasca, lo sguardo di nuovo alto verso il cielo. Disse:
<Il destino si può anche scegliere, ma non gli si può sfuggire>.


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Leonida, 23 anni
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