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Saturday, March 25, 2006 - ore 18:54


Spark#20:Ristoranti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I "ristoranti" "etnici": il nuovo cannibalismo.



C’è stato un tempo, chiamato dagli storici “colonialismo”, in cui gli uomini hanno scoperto non solo nuove terre, ma anche una malattia come lo scorbuto e l’esistenza di altri uomini, definiti con molta umanità “selvaggi”. Da un estremo i selvaggi ispiravano la pietas di persone romantiche che si sprecarono nella costruzione del mito del buon selvaggio: puro, infantile, non intaccato dalla malvagità che serpeggia nella decadente civiltà occidentale. Dall’estremo opposto, ben più consistente in termini numerici, il selvaggio rappresentava il male, l’uomo privato della ragione, che non conosce limiti ma solo l’istinto ferino, una belva pronta con la bava alla bocca ad attaccare e sbranare qualsiasi cosa capitasse a tiro, occidentali compresi. Un animale avido, e nacque il mito del cannibale, che poi in certi casi un mito non era ma vabbe’, non sono qui per fare etnografia. Da quel tempo, molte cose sono cambiate. O forse no.

Il nuovo cannibale vive tra noi ma non tende più rudimentali trappole all’occidentale sprovveduto, oggi il nuovo cannibale apre un ristorante e con estrema furbizia, lo chiama “etnico”. Ci vuole davvero una pioggia di virgolette per poter chiamare ristoranti questi sedicenti “ristoranti etnici”; anzi, “ristoranti” “etnici”: e le virgolette non bastano mai.
Dove una volta c’era una rete di fili di canapa intrecciati, o una buca nel terreno nascosta da foglie di banano, ora c’è il ristorante, arredato con stili improbabili in un’accozzaglia di generi ed etnie che manco nell’East End londinese: architetture rubate a Gardaland, mobili Ikea con suppellettili da mercato delle pulci, drappi a caso, luci soffuse, candele e lumini da santuario della Madonna, musiche che se ti va bene vengono dall’ennesima stanchissima compilation Buddha Bar. Ed eccolo lì, il piccione di turno, col suo cappello da esploratore, che entra nel ristorante pensando di entrare in un piccolo universo esotico e invece è solo una buca scavata nella terra.
Qui il cannibale entra nella scena, sfila l’osso di dinosauro dai capelli e lo piazza violentemente sulla testa dello sventurato con lo scopo di stordirlo. Oggi il nuovo cannibale, stordisce il malcapitato con salamelecchi, cortesie e manfrine in modo affettato, e in genere è vestito verosimilmente anche con un costume tipico, come se a Napoli i pizzaioli fossero vestiti da Pulcinella.
A questo punto l’esploratore si risveglia in un calderone bollente, attorno a lui i selvaggi ballano con un gonnellino di banane mentre i tamburi suonano minacciosi. Il nuovo cannibale non fa suonare tamburi, ma ti propone con la stessa cupidigia dei suoi rudimentali avi il menù: una sequela di piatti dai nomi assurdi, pomposi, altisonanti, e più sono impronunciabili, più saranno buoni, pensa lo sventurato. In realtà sono solo delle cazzate, in genere mal sbrinate, troppo condite e ridicolmente presentate. E allora vai di tamburi: il nuovo cannibale si presente con fare da cicisbeo e ti racconta provenienze fantastiche degli ingredienti e preparazioni mirabolanti delle portate. C’è da immaginarsi che il cuoco sia il Barone di Munchausen. E rimbambito da tante chiacchere quando arriva il momento del dessert, all’occidentale già sembra di udire una voce stentorea che presenta il“Cervello di scimmia in semifreddo”.
Il cannibale aggiunge le ultime spezie, e la tribù ha già il bavaglio. E’ il momento del conto: salato, salatissimo, spropositato, un salasso, anzi, un omicidio.
E il cannibale, lui, quello nuovo come quello vecchio, mangia. E ride, ah, se ride mentre usa come piatto il cappello dell’esploratore.

NdS: questa spark è nata dall’iter di Sparks nel (in)dorato mondo dei ristoranti etnici proposti da 2night.it. Sono esclusi i messicani e i cinesi, verso i quali nutro stima. Sparks non è un gastronomo, ma nemmeno uno che si fa fregare da ninnoli e vetri colorati (non quando si tratta di mangiare almeno).

Voto: 2 cilecche su 5

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