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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




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Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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Sunday, March 26, 2006 - ore 13:37


Librismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Generalmente adoro i libri che avrei voluto scrivere io. O come diceva il giovane Holden, che i libri migliori sono quelli che vorresti conoscere l’autore per chiamarlo ogni volta che ti va. Questi sono i libri che io amo, le storie che mi contagiano, gli autori che stimo, quelli che realizzano su carta stampata i miei sogni e le mie velleità artistiche, quelli che scrivono come non riuscirei mai. Invece, invidiosa che non sono altro, provo un particolarissimo odio per i libri che avrei potuto scrivere, se ci avessi pensato - perché è un’idea che assomiglia alle mie, o che avevo avuto, o che bastava un input diverso e mi sarebbe venuta, o semplicemente una famiglia più comprensiva, più aperta, più culturalmente predisposta ad accettare che non ci fossero solo imprenditori triveneti in casa. Ci sono libri che odio pur provando un’innata simpatia per i personaggi, per i luoghi, per tutto.
Allora possiamo chiamarlo odio? Certamente sì. Ed è un odio singolare, perché c’è dell’affetto nascosto, che non voglio rendere noto a quello scrittore (non lo dovrà mai sapere, resterà fra me e l’inchiostro) o in questo caso a quella scrittrice, che non avrei mai incontrato se non su consiglio, su presentazione. Te lo regalo io, mi ha detto, e l’ho letto. E ne sono soddisfatta.

Credo che ogni odio nasconda un substrato di amore, o paura, o riverenza, o malinconia – e che non sia mai solamente odio. Quindi questo singolarissimo odio mi spinge ad una comprensione molto profonda, come quella per i libri che invece amo. La studio, questa donna che ha vissuto una vita incredibilmente romantica, di una sensibilità eccezionale, con una personalità straordinariamente simile alla mia. O a quella che avrei voluto. Ha scritto insomma questa autobiografia in chiave adolescenziale, ma con la maturità e la coscienza di una 50enne che ha già visto e sentito, e che ha soprattutto vissuto. Quindi le speranze, i sogni della bambina che cammina sulle pagine sono quelli di una donna che ripercorre all’indietro la storia della sua famiglia tramite le parole dei suoi genitori, dei fratelli, degli amici di famiglia. Un lessico intimo, personale, che viene per lo più compreso solo dalla piccola ristretta cerchia dei Levi. Bell’idea. Anche noi a casa abbiamo un lessico famigliare. Solo che parla una persona sola, mancherebbero le interazioni, i dialoghi, le risate tra fratelli. Parlerebbe una persona sola, a cui non voglio regalare la posizione centrale nella mia opera, a cui non voglio concedere un primo piano, figuriamoci il ruolo unico in un monologo.

Riflettere aiuta a somatizzare questo odio, per il libro intendo. Odio meno la piccola Natalia che spedisce una lettera con le sue novelle a Croce. Odio un po’ di più la grande Natalia, che invita a cena Pavese, che lavora fianco a fianco con Einaudi e Calvino, che chiama zio Turati, che ospita Pitigrilli, che si telefona con mezza intellettualità piemontese della metà del Novecento. Libro consigliato.



PS - Voglio essere einaudizzata. O al massimo bompianizzata o longanesizzata.

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