Ieri e oggi ho messo su questi due dischi. Trovati grazie all’immancabile pandora, in associazione ai dandy warhols, questi stars riescono ancora una volta a sorprendermi, ancora una volta a farmi capire come sempre più la buona musica viene snobbata dai grandi network nazionali o internazionali. Non avrei mai pensato di avvicinarmi ad un genere tanto lontano dal rock, eppure questi stars, col passaggio intermedio di quell’ibrido tra rock, elettronica e pop che sono i dandy, ci sono riusciti, grazie anche alla voce incredibile della cantante. Alcuni tratti ricordano anche i death cab for cutie , altra band che adoro, ma più propiamente pop-rock. In una parola eterei. Per darvi un’idea migliore riporto le recensioni ottime tratte da indiepop.it 
L’ascolto di Heart conferma l’idea che la musica dei canadesi Stars si nutra di fascinations essenzialmente personali, di sguardi particolari ricomposti e svelati assieme.
Leggerezza e rivelazione: le canzoni di Stars posseggono un’essenza fresca, “transitoria”, di un cortometraggio nouvelle vague, una struttura fatta di tante “soggettive”, finestre affiancate, figure alterate da luci ed effetti smaglianti che riempiono l’ambiente.
Il tutto è ambientato (anzi è immerso) in luoghi urbani sovraffollati.
Qualche aggiunta e ritocco qua e là al linguaggio elettronico confidenziale delle prime prove (Lp ed Ep), per mezzo di fiati, archi e vari strumenti a corda che innalzano ma non alterano o pregiudicano la natura intima ed essenziale di queste innocenti novelties.
Si distinguono e si esaltano pensiero e sentimento, materie della trattazione.
Il senso languido amoroso nell’approccio vocale di Amy Milan fa splendide what the snowman learned about love (dal tenue e prezioso motivo chitarristico), the woods, the vanishing, heart, time can never kill the true heart.
Si insinua un motivo spiritoso e lieve (romantic comedy, don’t be afraid to sing) che stemperando affanni, augura e decanta eufonie collettive.
Il quartetto anglocanadese Stars, attivo tra Montreal e New York, capitanato da Torquil Campbell ed Amy Milan, prosegue con grande umiltà e destrezza nel proprio personalissimo percorso intrapreso ormai più di un lustro fa, intriso di un romanticismo acceso, torrido e ferito.
L’ascolto dell’ultimo parto discografico conferma Stars come una delle popband più talentuose e titolate in circolazione. Non sarà il ’disco indiepop dell’anno’ come troppo facilmente è stato salutato dai promo (Hal ed Architecture In Helsinki, i primi a cui pensiamo, appartengono a questo stesso 2005 e chi scrive ha comunque preferito i Memphis dello stesso Campbell).
Eppure "Set Yourself on Fire" è una prova davvero deliziosa e ineccepibile, forte d’una scaletta di brani fluente che palesa sempre più limpidamente il talento songwriter di Campbell e che vede avvicendarsi svariate opportune soluzioni strumentali, ora digitali ora analogiche, allestendo quadretti teneri e tormentati.
La musica ci trasmette esattamente come da intenzione, quei sensi di vitalità e disagi, senza mai caricar troppo le atmosfere.
Se il piano formale, a base di chitarre, sintetizzatori su voce femminile, registratore 4 tracce e campionamenti può evocare qualche misconosciuto britpop female fronted, frastornato e smarrito sulla scia di New Order di una decina d’anni fa, va attribuita a Stars proprio la personalità di cui costoro puntualmente difettavano.
Diversi brani di "Set Yourself on Fire" ottengono infatti movenze individuali, virate imprevedibili, soffici ammarate e ineffabili volteggi; parabole sorprendenti post-Sarah, come dreampop.
Ad esempio la title track, sospesa tra epilessie e depressione in trance, o lo spleen di distorsioni orgiastiche elettrizzate di "He Lied About Death".
L’avventurosa melodia di "Your Ex-Lover Is Dead" sembra poi ricominciare, premurosamente, dove l’album dei Memphis, ideale controparte, sospendeva. Su "Reunion" uno strimpellio inferocito di chitarra, assalto in distorsione affiancata dal canto di Amy in eteree straordinarie vertigini, evoca i primi Stereolab.
Immaginiamo poi imparentati di volta in volta, con gruppi come Airliner, Club 8 o Whistler, il lirismo incantato di "Sleep Tonight", "Celebration Guns", l’acuta inquietudine, la mestizia sulfurea ed evocante di "The Big Fight" o le sincopi di synt e drum machine di "What I’m Trying To say", allegorie di fughe, incertezze e pentimenti amorosi.